La bellezza dei luoghi comuni 0

Ex frate, Igor Scalisi Palminteri ha studiato in convento i segreti dell’iconografia e ha imparato a far convergere in un volto tutto ciò che vuole esprimere. Un racconto della fraternità e della sacralità nascoste anche nei posti più degradati delle città

di Alli Traina

La città è sacra, la gente comune pure. Come filigrana tra le opere di Igor Scalisi Palminteri, emerge questa visione che scandisce tutte le sue azioni. La necessità di far affiorare la bellezza racchiusa dietro luoghi ed esistenze che all’apparenza non hanno nulla di straordinario, una bellezza spesso nascosta dietro cumuli di pregiudizio, scandisce non solo la sua attività pittorica in senso stretto ma anche i suoi interventi nei quartieri. E tra queste due attività non c’è per lui nessuna differenza. Per questo, nel racconto delle sue opere, Scalisi Palminteri non segue mai un ordine cronologico ma tematico. Ripensa ai ritratti che ha realizzato nel 2017 per l’Associazione Handala: volti di donne che abitano allo Zen e al Borgo Vecchio. “Quelle donne erano belle. E lo erano proprio perché, nonostante una vita difficile, erano forti e fragili insieme, lì davanti a me, a mostrarsi con coraggio. Nel loro tentativo di raccontarsi, nello svelarsi prima struccate e poi truccate, ho rivisto la ricerca di identità che tutti noi ogni giorno facciamo. Quelle donne per me erano sacre”. Una volta ultimati, ha deciso di regalare a ciascuna il proprio ritratto. “Mi rende felice sapere che oggi possano riguardarsi a casa propria e, magari, riconoscersi oltre gli stereotipi”.
L’impostazione iconografica dell’immagine, la ieraticità che emerge da quei volti e la necessità di cercare sempre il loro sguardo l’ha appresa in convento. Frate cappuccino a soli venti anni si è immerso nei segreti delle icone bizantine grazie ai corsi di iconografia tenuti sul monte Bondone, a Trento, da un prete russo. Lì ha imparato a far convergere in un solo volto tutto ciò che voleva esprimere. Smesso il saio a ventisette anni, fin da quando studiava all’Accademia delle belle arti di Palermo, ha cercato se stesso nell’alterità. Passando in rassegna i suoi santi – olio su tela dipinti tra il 2006 e il 2007 – ci si rende conto che si tratta di volti e corpi comuni, fin troppo umani eppure inesauribili. Portano addosso i segni del tempo, degli errori, dei vizi e delle debolezze e, insieme, un’immensa dose di bellezza. Perché proprio nelle caratteristiche più terrene riescono ad arrivare vicinissimo all’animo umano. In alcune opere, la materia della pittura rende le immagini lucide, quasi ci si volesse specchiare. Come i santi della chiesa di San Juan Chamula, in Messico. Ogni santo ha uno specchio appeso al collo: pregandolo, i fedeli si ritrovano davanti al proprio volto, occhi negli occhi con sé stessi. La preghiera diventa anche un modo per guardarsi veramente, cercare dentro di sé i significati, e provare a riconoscersi. Lo stesso fa l’artista con i suoi soggetti.
Ecco allora che per Scalisi Palminteri non c’è tanta differenza tra una tela, le mura di un quartiere, le pareti di una chiesa. Sono tutti capaci di riflettere non – o almeno non subito – il suo volto, quanto l’identità di un altro: un luogo, una reazione emotiva, un carattere. E solo allora, dopo aver indagato quel significato, diventano strumento per conoscersi, rintracciare quelle identità dentro se stesso come lo specchio dei santi messicani. Nel percorso, però, succede qualcosa in più: l’artista si innamora, si appassiona alle storie che indaga. E non riesce a rimanerne indenne. Per questo il suo studio pittorico si fonde con i suoi interventi in città e nei centri di aggregazione delle periferie urbane. Danisinni, Zisa, Albergheria, Zen e Kalsa: lì, come singoli tasselli, si incontrano tracce dei suoi interventi.
“Palermo ha un problema di narrazione, è raccontata male, io cerco le voci che mi piacciono, ci metto anche la mia per cambiare le cose. Credo nella potenza del fare rete, nella fraternità che è un concetto rivoluzionario. Lo era durante la Rivoluzione Francese e lo è oggi. Preferisco instaurare collaborazioni che lavorare da solo. Come è successo all’Albergheria. In un periodo in cui il quartiere era raccontato solamente per il suo degrado, molti amici che lavorano nel sociale stavano tentando di realizzare dei cambiamenti e mi hanno coinvolto”. Nel 2015 i fondatori di Moltivolti – coworking e ristorante che ha nella multiculturalità la sua identità – gli chiedono di raccontare il loro progetto. L’artista si immerge nell’atmosfera che definisce quel posto, nella gente che lo anima, e proprio lì trova l’ispirazione. Riempie prima i pilastri e poi tutte le mura del locale ritraendo chi ci lavora e proviene da diversi Paesi del mondo, chi ci passa la giornata, chi lo ama, ma anche eroi e artisti. “Un’opera aperta – spiega – l’idea è di aggiungere sempre nuovi visi, tanti quante sono le storie che transitano da lì e che lasciano un segno, contribuendo davvero a realizzare integrazione”. Non a caso Moltivolti si trova a un passo dal mercato di Ballarò, simbolo – tra i suoi mille contrasti – della multietnicità che nei secoli ha sempre caratterizzato Palermo.
L’anno successivo, sempre all’Albergheria, insieme allo scrittore e autore teatrale Alberto Nicolino, ha realizzato il progetto “Ballarò Tale” promosso dalla Onlus “Per Esempio”. “E se i ricordi di un intero quartiere diventassero murales?”, è l’idea da cui sono partiti. Abbattere i pregiudizi sui luoghi e dare voce alla gente che ci vive per mostrare l’enorme ricchezza che è capace di custodire e produrre. Nicolino ha raccolto i ricordi degli storici commercianti del mercato e di tutti quelli che abitano il rione. Le ha trasformate in fiabe per raccontarle ai bimbi che a loro volta le hanno trasformate in disegni. Oggi quei disegni sono dei grandi murales che Scalisi Palminteri ha realizzato con i bambini nei punti strategici del quartiere: nella nuova piazzetta Peppe Schiera, in via Ballarò; sul muro della biblioteca delle Balate, un luogo di accoglienza e opportunità per i più piccoli; in piazza Origlione. Grazie alla progettazione partecipata che ha coinvolto tutte le generazioni, sono tenuti e custoditi con cura dalla gente del quartiere. Nei suoi interventi l’artista utilizza spesso l’arte urbana, un linguaggio universale capace di rigenerare gli spazi pubblici e la percezione che la gente ne ha. Infine, i murales sono usciti dall’Albergheria e sono arrivati fino a una grande parete dell’aeroporto cittadino. “Simbolicamente ciò è importantissimo – spiega l’artista – bisogna allargare i confini dei quartieri, soprattutto delle periferie urbane, farli ritornare protagonisti di tutta la città. Oggi è Ballarò ad accogliere chi arriva a Palermo”.
Quello delle opportunità che mancano per moltissimi bambini è il tema che gli sta più a cuore. Fin da quando, una mattina estiva di circa vent’anni fa, ha deciso di portare i ragazzini del Centro Tau a mare. Baluardo di legalità e contrasto alla povertà educativa ed economica per i giovani del quartiere Zisa, il Centro Tau è uno dei mondi che ha influenzato la ricerca dell’artista. Quel giorno, dal finestrino del pullman che li portava a Capaci, un ragazzino di dodici anni ha visto il teatro Politeama e gli ha chiesto che cosa fosse. La maggior parte dei ragazzi su quel pullman non lo sapeva. “Bisogna ripartire dai bambini per creare una rinascita sociale”, ripete. Ancora oggi, il Centro Tau è uno de luoghi in cui conduce le sue battaglie. Un altro salto temporale e un altro luogo strategico per la città: piazza Magione. Un grande cuore anatomico, circa un metro e mezzo di altezza, appeso tra gli alberi del giardino antistante l’istituto comprensivo Amari Roncalli Ferrara. Lo si vede anche dalla piazza: è composto dagli oggetti di uso comune donati dalla gente che ha partecipato al progetto “Magione We – La scuola che diventa piazza”, organizzato insieme a Clac. Per Igor Scalisi Palminteri rappresenta l’idea stessa di scuola: il cuore pulsante del quartiere, uno dei luoghi fondamentali per dare opportunità e aprire gli orizzonti a ragazzi che per nascita vivano situazioni di privazione.
Con la serie “1948”, opere ad olio su tela e ardesia, scompaiono i volti per lasciare spazio a grandi montagne e giochi di bambini. La sacralità della montagna conferisce a quei giochi un significato ben più profondo.
Attualmente Igor Scalisi Palminteri sta lavorando a opere d’arte per una chiesa, a un libro illustrato con le storie di “Ballarò Tale”, a dei ritratti. In più, la continua necessità di abbattere i confini fra quartieri e città, far diventare le cicatrici opere d’arte, lo porta ancora una volta per strada. Percorre la città e poi si ferma dentro un quartiere, lo attraversa e riattraversa. Conosce chi ci vive e se ne innamora, compiendo piccoli ritratti della memoria invisibile che si nasconde fra le sue trame. La prossima tappa sarà la Kalsa, all’interno del progetto “Dappertutto”: nuovi murales sveleranno ancora una volta la bellezza del quartiere.

Aprile 2018

The beauty of common places

Igor Scalisi Palminteri channels into a face everything he wants to express. A tale of fraternity in degraded places

by Alli Traina

The city is sacred, ordinary people too. In the works of Igor Scalisi Palminteri this vision comes out like a watermark. The need to bring out beauty behind places and lives that apparently have nothing extraordinary, a beauty often hidden behind piles of prejudice, marks not only his painting, but also his presence in the quarters. And there is no difference between these two activities for him. For this reason, Scalisi Palminteri never follows a chronological order, but a thematic one in the story of his works. He recalls the portraits he painted for the Associazione Handala in 2017: faces of women living at Zen and Borgo Vecchio. “Those women were beautiful, despite their hard life they were strong and fragile at the same time to reveal themselves in front of me. In their attempt to tell me about themselves, first with no make up and then made up, I saw the search for identity we all experience every day. “He then decided to give each of them her own portrait. “It makes me happy to know they can look at themselves in their homes, and maybe recognize themselves beyond stereotypes.” Capuchin friar when he was just twenty years old, he had immersed himself in the secrets of Byzantine icons thanks to iconography courses held on Monte Bondone, in Trento, by a Russian priest. He learnt to channel in a single face everything he wanted to express. Left the frock at the age of twenty-seven, he has looked for himself in otherness since he was studying at the Accademia of Fine Arts in Palermo. “Palermo has a narration problem, it’s badly told; I look for the voices that I like and put mine to change things too. I believe in the power of networking, in fraternity, a revolutionary concept during the French Revolution, and today too. And I prefer working in partnership to alone”.

April 2018

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