Giochiamo insieme per cambiare il nostro destino 0

“Giocherenda” è un collettivo artistico formato da giovani migranti. La parola in dialetto africano pular significa “interdipendenza”. Obiettivo: creare lavoro per se stessi e per i loro coetanei italiani.

di Claudia Cecilia Pessina

“La vita mi è cambiata da un giorno all’altro. Non avrei mai pensato di partire, quando mi chiedevano se volevo andarmene rispondevo sempre che stavo bene a casa mia. Mio padre aveva un’attività commerciale bene avviata e io lavoravo con lui. Ma poi succedono cose che ti mettono in condizioni di dover prendere decisioni drastiche per salvarti la vita”. Così inizia il viaggio dalla Guinea di Dine, che sta per Saifoudiny, all’epoca diciassettenne, giunto in Italia da poco più di due anni.
Per Diawara del Mali, Yahaya del Burkina, Ibrahim, Mustapha e Omar del Gambia, Magassouba e Amadou anche loro della Guinea, oggi amici di Dine, il percorso è stato altrettanto pesante: parenti sterminati per ragioni politiche o religiose, condizioni di estrema povertà della famiglia, un’infanzia in strada abbandonati a se stessi. A un certo punto hanno preso la decisione fatidica, si sono aggregati a uno stormo di esseri umani migranti, e hanno lasciato tutto.
Oggi questi ragazzi migranti sono protagonisti di un percorso di autoimprenditorialità che punta ad aiutare i palermitani più bisognosi ed esclusi a non sentirsi più stranieri nella loro città, a trovare un loro posto nella società. A creare lavoro. Smentendo in questo modo l’idea dell’immigrato passivamente destinatario di aiuti a fondo perduto e fardello sociale che sottrae risorse al Paese rimanendone sostanzialmente al di fuori. Un rovesciamento assoluto.
Nel corso di una delle gite scolastiche, mentre viaggiavano su un autobus, Dine e i suoi compagni hanno notato che a noi occidentali manca qualcosa. Siamo vestiti bene, e se non lo siamo, vorremmo esserlo. Siamo pieni di oggetti. E se non li abbiamo, vorremmo averli. Siamo immersi nei nostri “chiffari”, e ce ne creiamo sempre di più, anche non necessari. Ma non sappiamo connetterci gli uni con gli altri. Perché quando incrociamo persone che non conosciamo, non ci salutiamo l’uno con l’altro, per esempio? Se non ci conosciamo personalmente è solo perché non ci siamo incontrati fino ad ora. Non ci rendiamo conto di quanto, invece, le vite sono interconnesse, dipendono le une dalle altre. In una rete fitta che tutti e tutto coinvolge.
Tutto questo può essere riassunto nel concetto di giocherenda, che in lingua africana pular corrisponde a “interdipendenza”, “forza che scaturisce dall’unione”, “gioia del fare insieme”. E ai loro occhi questo, a noi, molto spesso manca proprio, sia come qualità che come visione della vita. Perciò, in puro spirito di giocherenda, hanno deciso di farsi portatori di questa loro conoscenza. E si sono organizzati in un collettivo artistico, Giocherenda appunto, che ha preso a ideare e produrre innanzitutto giochi. Giochi che hanno come fine quello di generare narrazioni, recuperare memorie. Giochi in cui non è prevista la competizione, e non ci sono vincitori e perdenti. Ma solo partecipanti che in armonia sperimentano il sapore della condivisione. I Cubi Contafiabe, le Carte Acchiapparicordi, La Ronda dei Desideri e Le Fantamacchie sono realizzati artigianalmente utilizzando materiali poveri e di riciclo, hanno il pregio di stimolare la fantasia, la creatività, il racconto autobiografico e il problem solving, avviando nei partecipanti la riflessione esistenziale sulla propria e le altrui vite, favorendo la reciproca conoscenza e capacità di immedesimazione nell’altro. Questi e altri prodotti di artigianato artistico sono visibili e commercializzati sulla piattaforma ETSY.
Ma non si sono fermati qui i ragazzi. Grazie all’intermediazione e al generoso lavoro e dedizione personale dei loro insegnanti, oltre che da alcune importanti donazioni, hanno potuto seguire un intenso percorso di formazione per diventare essi stessi formatori. Cruciale è stato l’incontro con lo psicologo sociale Philip Zimbardo, professore emerito della Stanford University, studioso di psicologia del male, ideatore dell’effetto Lucifero e conduttore del famoso esperimento carcerario di Stanford, che ha mostrato al mondo il processo di disumanizzazione cui va incontro inesorabilmente il singolo individuo inserito in ruoli e circostanze che rispondono a regole crudeli. Cresciuto nel Bronx, nipote di immigrati siciliani, dopo anni di faticose traversie non senza discriminazioni, Zimbardo ha avuto l’opportunità di studiare e poi insegnare in diverse prestigiose università americane.
Dal 2003 ha attivato negli Stati Uniti una campagna di raccolta fondi con cui ogni anno vengono elargite borse di studio per studenti meritevoli di Cammarata, San Giovanni Gemini e Corleone – comunità di origine dei suoi nonni – viene finanziata una casa per bambini disabili e sono promosse attività culturali rivolte soprattutto alle categorie più svantaggiate. In occasione di un viaggio in Sicilia, Zimbardo ha conosciuto i ragazzi di Giocherenda e rivedendo se stesso in loro, riconoscendone il potenziale, ha deciso di sponsorizzare la loro formazione per diventare essi stessi formatori dell’Heroic Imagination Project, in cui il vissuto dei ragazzi diventa materiale didattico al servizio di altri soggetti che faticano a mettere a frutto le proprie risorse interne.
Da qui nasce il progetto di un ciclo di workshop al quartiere Zen, in collaborazione con l’Istituto di formazione politica Pedro Arrupe, dove attualmente i ragazzi seguono un percorso formativo e un tirocinio on the job per migliorare ulteriormente le loro competenze di “animatori socio-educativi”, e dove inoltre hanno a disposizione uno spazio in cui realizzare i loro eventi e creazioni. La loro infatti è un’associazione ufficialmente registrata, che ha vinto un bando di Fondazione per il Sud per l’auto-imprenditorialità e richiede perciò una preparazione specifica per gestirla.
L’obiettivo è quello di espandersi, di creare le basi per l’autosufficienza economica ma anche, last but not least, di creare lavoro da offrire pure a giovani italiani interessati a sposare la causa. L’elemento di novità è proprio questa voglia di ricambiare il bene ricevuto. Questo desiderio di intrecciare legami col contesto che li accoglie, individuandone i punti deboli e gli elementi di maggiore sofferenza, non dando per scontato che il Paese in cui sono capitati, pur nella sua straordinaria ricchezza in confronto a quella dei contesti di provenienza, non abbia in sé problemi e contraddizioni sociali al limite della povertà e dell’emarginazione.
“Si tratta di un progetto di cooperazione allo sviluppo umano, e probabilmente anche economico, ribaltato rispetto al consueto, in cui i rifugiati africani aiutano i cittadini europei a scoprire giocherenda: la solidarietà nell’interdipendenza”, dice Clelia Bartoli, coordinatrice di Giocherenda e ricercatrice alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo. La nota dolente, osserva la docente, è che purtroppo per le ragazze straniere il percorso è sempre più spaventoso: nella maggior parte dei casi sono troppo segnate dal loro passato di violenze subite. Per ora è solo una a far parte del collettivo, Hajar dal Marocco, fermamente convinta a seguire il cammino del gruppo e a trarne tutto l’insegnamento, la voglia e la forza di ricominciare.

Maggio 2018

Let us play together to change our life

Some young migrants created the artistic collective “Giocherenda”, interdependence, to create jobs also for Italian youth

by Claudia Cecilia Pessina

Dine’s journey starts from Guinea at the age of 17. He, Diawara from Mali, Yahaya from Burkina, Ibrahim, Mustapha and Omar from Gambia, Magassouba and Amadou from Guinea, have seen their relatives killed and suffered poverty. This group has started a path of self-entrepreneurship to help Palermitans in need and to create jobs, upturning the idea of immigrates as a social burden. Dine and friends claim that Westerners do not connect with each other, unaware that lives depend on each other. Giocherenda, “interdependence”, “strength coming from unity” in the Pular language, is the spirit of their collective. They create games aiming to recovering memories, with no winners or losers. Contafiabe Cubes, Acchiapparicordi Cards and others, handcrafted with recycled materials, stimulating imagination, storytelling and mutual identification, are on sale on the ETSY platform. Thanks to their teachers and to donations, these young men followed a course to become trainers. Social psychologist Philip Zimbardo of Stanford University – an expert of Psychology of evil, creator of the famous Stanford prison experiment – demonstrated how individuals undergo a dehumanization process in circumstances of constraint. Zimbardo, grown up in the Bronx, grandson of Sicilian immigrants, has been raising funds in the USA for scholarships for merit students, for disabled children and for deprived people in Sicily. Here he met Giocherenda members and decided to sponsor their training to become trainers themselves in the Heroic Imagination Project. Their experience becomes teaching material. From here a serie of workshops starts in partnership with Arrupe Institute, in the Zen area, where they study to be “socio-educational counsellor” and bring forth their creations and events. Giocherenda won a Fondazione per il Sud tender for self-entrepreneurship. Their aim is to get self-sufficient, create jobs for young Italians as well, return the support they got, intertwine ties with the country that welcomed them. “African refugees help Europeans to discover solidarity in interdependence”, says coordinator Clelia Bartoli, from Palermo University. A weak point is that girls hardly take part in the project.

Gattopardo Sicilia, maggio 2018

Condividi Adesso
Articolo PrecedenteProssimo Articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Gattopardo