Alla ricerca della luce perduta 0

di Daniela Bigi

Se guardi negli occhi una palermitana, o un palermitano, mentre qualcuno pronuncia, anche solo per caso, il nome di Francesco Lojacono, avverti con chiarezza che la luce di questo angolo di Mediterraneo ha davvero conformato i moti dell’animo oltre che le attitudini visive. Ed effettivamente il ladro di sole aveva saputo fissare, nei suoi paesaggi, molto più che un fenomeno atmosferico, era andato molto oltre una questione di natura pittorica. Con la pittura aveva riassunto l’ethos di un popolo, aveva individuato un tratto identitario primario. Il rapporto fisico, mentale e simbolico con la luce.
Facciamo un salto, sì, pindarico. Andiamo con la mente alla costa californiana. Siamo oltre un secolo dopo, tra la fine degli anni ‘60 e i primi ‘70. La luce è altrettanto assoluta, disarmante. Un artista parimenti dotato, James Turrell, conduce tutto il suo lavoro plasmando quella luce. Anziché dotarsi di tela e pennello, sceglie di operare con gli strumenti dell’architetto. Taglia delle porzioni di pareti, crea asole nei solai o nei muri perimetrali, introduce o sposta interi setti verticali alla ricerca di un’esperienza percettiva sorprendente e totalizzante. Dall’Italia, fu il conte Panza di Biumo a sostenerlo, fin dalle primissime prove.
Questo per dire che ci sono pochi ma inesauribili valori intorno ai quali si incontrano genti e sensibilità lontane, con esperienze esistenziali o visioni ideologiche talvolta anche opposte. Le une rimbalzano sulle altre, si rafforzano, si ampliano. Vicendevolmente.
In questi nostri tempi bui, umanamente bui, non possiamo non raccogliere quelle riflessioni sulla luce che provengono dai lidi creativi delle ultime generazioni, molto più coese di quanto non si possa immaginare nell’inseguire anche un minimo indizio che possa annunciare la fine del tunnel. Talvolta divergono nelle scelte espressive, certo: Londra, o Los Angeles, o Copenhagen, o Palermo sono distanti, sono diverse. E così l’arte che vi prende vita. Ma le traiettorie dell’arte convergono e spesso si intrecciano.
In Sicilia c’è un’intera generazione che cerca un nesso tra quella luce fondativa sulla quale rifletteva Lojacono, il bagaglio dei valori che riaffiora dal passato e le istanze di un presente da ridisegnare. Alcuni artisti parlano la lingua astratta, coltivano un pensiero geometrico, cercano un dialogo stringente con l’architettura. Senza fanatismi, senza oltranzismi generazionali, mossi semplicemente dalla ricerca delle radici. Cercano con occhi nuovi dentro un passato lontano, esplorando lasciti mediterranei che lungo il tempo si sono persi. Eppure c’erano…
Gianfranco Maranto è tra questi. Dipinge, disegna, crea strutture nello spazio, ragionando sempre, innanzitutto, sulla luce, sulla sua immateriale potenza generativa, sulla ritmica che conferisce al paesaggio, anche quello minimo, quotidiano, che non smette mai di circondarci. Luce fisica dell’attimo o luce antica di secoli.
Capita che “disegni” con lo scotch direttamente sulle pareti. Sono linee che si ripetono, pattern che costruiscono armonie. Lo scotch è un materiale semplice, dimora ordinariamente sui tavoli da lavoro, eppure “possiede alte potenzialità tecnologiche”.

Marzo 2018

In search of lost light

By Daniela Bigi

In Lojacono’s landscapes the Mediterranean physical relationship with light is summed up. A century later, in the 60s and 70s in California James Turrell also shaped light with the tools of an architect. The Count Panza of Biumo supported him from Italy: distant sensibilities met. Even in our dark times, reflections on the topic of light come from the new generations. Different expressive choices from London, Los Angeles, Copenhagen or Palermo converge and intertwine. In Sicily artists are looking for a link between Lojacono’s use of light and the present, some speaking the geometric language in a dialogue with architecture, exploring the Mediterranean legacies through new eyes. Among them, Gianfranco Maranto paints, draws, creates structures always starting from the generative power of light. With plain adhesive tape he “draws” harmonic repeated lines on the walls. His reflecting wall at Albergo delle Povere with its dynamic broken lines talks to Futurism but comes from the Baroque.

March 2018

Condividi Adesso
Articolo PrecedenteProssimo Articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Gattopardo