La democrazia degli involtini 0

di Gianfranco Marrone

Niente, in Sicilia, è più democratico dell’involtino. Anzi degli involtini. Dato che da noi, comunque li si voglia chiamare (‘nvortini, braciole, spitini, sasizzeddi…), non vanno in giro mai da soli ma sempre steccati da tre a cinque, a seconda della dimensione. Già, perché se c’è una regionalità di questo piatto che nasce povero e fa grande fatica a arricchirsi, non sta tanto nei suoi ingredienti (mollica, caciocavallo, prezzemolo, uvetta…), presenti un po’ dovunque in Italia e no, né tantomeno nella preparazione (battete piccoli pezzi di carne, conditeli con una farcia, richiudete…), pressoché planetaria, ma semmai nella forma, o forse, meglio, nella postazione quasi militaresca che fieramente assumono. Se l’animale sacrificato al fabbisogno alimentare, da che mondo naturale è mondo umano, viene sezionato a seconda del valore (e cioè del gusto) dei suoi singoli pezzi destinati a magnificare le gerarchie sociali (il principe mangia i teneri cosciotti , il prete il suo boccone, il servo il tiglioso quinto quarto), gli involtini no: sono tutti uguali, e in tal modo, ancora infilzati nello spiedino, si servono a una tavolata di ghiottoni anch’essi tutti uguali. L’arte di chi li prepara, l’indicibile culinario che li pertiene, sta proprio in questo: non tanto nel saperli farcire ma nell’essere capaci di richiuderli per bene, di modo che, al momento della cottura, niente vi fuoriesca, di fatto distinguendo l’involtino di turno dal suo compagno di brigata. Del resto, li avete mai visti a una cena di gala? Sarebbe ora di portarveli.

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