Sulle tracce di Caravaggio 0

Cinquant’anni fa la Natività del grande pittore fu portata via dall’oratorio di San Lorenzo a Palermo e mai più ritrovata. Roberto Andò riprende in mano la “pratica” e ricostruisce nel suo nuovo film “Una storia senza nome” quell’oscura vicenda. Con il tocco leggero della fantasia

di Laura Anello

Foto di Lucia Esposito

“Per me esiste ancora, intatto, sulla parete di una grande casa, e un giorno verrà fuori. La storia della distruzione non mi ha mai convinto”. Sorride, il regista Roberto Andò, nel pensare che certo se la Natività di Caravaggio sbucasse fuori adesso – dopo quasi mezzo secolo di buio, faldoni di inchieste e un profluvio di dichiarazioni di pentiti di mafia – sarebbe una straordinaria promozione per il suo “Una storia senza nome”, il film dedicato proprio al furto dei furti, l’opera d’arte più ricercata al mondo per l’Fbi, valutata nel 1992 sessanta miliardi di lire, in gergo giudiziario la pratica numero 799.
Trafugata dall’Oratorio di San Lorenzo di Palermo nella notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969 sotto il naso delle custodi Emilia e Maria Gelfo che dissero di non avere sentito niente e che l’indomani, aprendo la porta del gioiello di Serpotta per le pulizie quotidiane, alzarono il naso e scoprirono che mancava qualcosa. Molto più di qualcosa. Otto settimane di set blindatissimo tra Palermo e Roma, protagonisti Alessandro Gassman, Micaela Ramazzotti, Laura Morante, per il film che uscirà il prossimo settembre e che adesso è in sala di montaggio. “Lo immagino in una casa lussuosa – dice Andò, che da Palermo andò via diciannovenne ma che ha sempre mantenuto un legame profondo con la sua città – e non invidio il suo attuale ‘proprietario’ che non può condividerlo con nessuno, non può mostrarlo. Un gesto di arroganza, di estremismo del potere, e comunque un grande fraintendimento del rapporto con la bellezza, sottratta al dominio pubblico”. Ma oggi una verità non c’è, “e allora l’unico modo per raccontare questa storia è farlo attraverso uno scatto fantastico, come per tanti episodi della nostra storia civile che non possiederemo mai per via giudiziaria. La fantasia in qualche modo ti risarcisce delle lacune di verità”.
Ma in “Una storia senza nome” si va anche oltre. Perché è la fantasia – quella di una sceneggiatrice che ha scritto un film, intrepretata da Micaela Ramazzotti – a partorire la realtà, ad anticiparla, a realizzarla. È dalla sua penna che viene fuori, prima che nella storia, il furto del quadro. Una sceneggiatrice che per tutti è soltanto la segretaria di un produttore cinematografico, e che invece è un’autrice di talento. Uno dei tanti “negri”, come si chiamano nel gergo poco politically correct del mondo del cinema i giovani che non firmano con il proprio nome, e che scrivono conto terzi.
“Una sceneggiatura molto particolare – dice Andò – che in qualche modo è un omaggio al cinema. Viviamo in un momento in cui il cinema è diventato marginale, c’è meno pubblico, soprattutto i giovani scaricano i film e li vedono sul computer. Per questo ho voluto fare un film su un film, fare del cinema il vero protagonista, rendendo omaggio alla possibilità che non sia affatto irrilevante, che un’ipotesi fantasiosa possa avere effetti reali. Ma l’ho fatto in modo molto ironico, molto spassoso. Avevo bisogno di leggerezza e ho fatto un film che mi piacerebbe vedere, un omaggio a un certo tipo di cinema, in primis Billy Wilder”.
Sfida non da poco, quello di fare ridere raccontando il furto della Natività, districandosi tra falsi allarmi, piste che portano a collezionisti internazionali, valanghe di dichiarazioni dei pentiti che tutto e il contrario di tutto hanno raccontato: la tela usata come vessillo di potere, calpestata a mo’ di scendiletto, mangiata da ratti e maiali. Tra le pagine di un’inchiesta che racconta il silenzio di una Palermo ancora lontana dalla rinascita del centro storico e lo sbigottito sgomento delle autorità arrivate a contemplare la parete vuota: il soprintendente Vincenzo Scuderi, il prefetto Giovanni Ravalli (“Non sapevo che a Palermo ci fosse quest’opera”); il sacerdote dell’oratorio don Benedetto Rocco (“Non funzionano neanche i fermi della finestra, come facevo a custodirlo?).
Eppure, a pensarci un momento, ci sono spunti di comicità nell’idea di un furto così “ingombrante”. Nella storia di questa tela avvolta in un tappeto, portata via su una Motoape in una notte di pioggia. Chissà che cosa si saranno detti i ladri, chissà con quali parole lo avranno contrattato, sposato, venduto. Chissà come l’avranno chiamato in codice. ‘U quatru? ‘U Caravaggiu? Iddu?
“C’è un sentimento di irrisione nel gesto di una criminalità che calpesta la bellezza – dice Andò – che è simbolico di tutto un modo di stare al mondo, di percepire la vita. Un gesto goffo, maldestro.
Il tema è proprio l’inadeguatezza perché la bellezza atterrisce, non sai come muoverti con la bellezza. E questo vale se a rubarlo siano stati due pesci piccoli, due scassapagghiari sui quali poi è intervenuta Cosa Nostra, o – come dice Marino Mannoia – se si sia trattato di un furto su commissione. Un’ipotesi vale l’altra, e anche l’ultima che è emersa poche settimane fa, quella che sia stato fatto a pezzi, richiama la stessa inadeguatezza”.
Già, come si taglia a pezzi il Caravaggio? Con quale criterio? Geometrico? Artistico? Il bambino qui, la Madonna lì, san Lorenzo da una parte e san Francesco dall’altro? Come ci si avvicina con coltello e forbici a un capolavoro che ti guarda con la sua grandezza inerme? “Ecco che cosa intendo dire quando parlo di comicità”, dice il regista. Che, questa volta, ha scelto un titolo-non titolo per il suo film. “Una storia senza nome – spiega – come facevano i romanzieri francesi quando ancora non avevano ancora stabilito il titolo, Histoire sans nom, come scrisse Tomasi di Lampedusa sul suo manoscritto del Gattopardo prima che venisse battuto a macchina dal suo allievo Francesco Orlando”.
Già, Tomasi. Riferimento inevitabile per chiunque scriva o lavori sulla Sicilia. Ci sbatti sempre, vuoi o non vuoi. Qui, nel film di Andò, alcune scene sono state girate a Villa Lampedusa, la residenza del principe-astronomo, Giulio Fabrizio Tomasi, nonno dello scrittore, al quale lui si ispirò per il protagonista del romanzo. Altri set in Sicilia sono stati “il luogo del delitto”, cioè l’Oratorio di San Lorenzo con i suoi dintorni (via Immacolatella, piazza San Francesco), e poi Villa Igiea, l’Hotel delle Palme, il rimessaggio di Capo Gallo, il Castello di Solanto, e poi altre scene sono state girate in mare. Ma la gran parte è ambientata a Roma, dove si trovano sia l’abitazione della sceneggiatrice protagonista, sia gli uffici della casa di produzione del film che lei ha scritto. Un gioco di meta-cinema.
“Assistiamo a un cambiamento epocale nel nostro mondo – dice Andò– basta dire che Netflix ha appoggiato il progetto day and date, cioè la diffusione simultanea in sala e sul web. L’Italia è lenta, c’è un fronte degli esercenti che è piuttosto conservatore, certo è che bisogna inventarsi qualcosa per riportare la gente davanti al grande schermo, soprattutto i giovani tra i 16 e i 20 anni che sono il massimo oggetto del desiderio. Bisogna fare dei cinema dei luoghi di socialità dove si va a mangiare, dove si torna con piacere, dove ci si ritrova. Certo, non basta. C’è la crisi economica che ha comportato una forte contrazione dei consumi culturali, una famiglia impoverita ci pensa due volte prima di comprare tre biglietti per un film, però tutto questo corrisponde a un’eclissi di autorevolezza culturale che è la stessa che ha messo in crisi il mondo dell’informazione. Non puoi applicare il principio dello shopping alla cultura, non esistono tante verità personali, non puoi saltare a pie’ pari i grandi temi della selezione, dell’orientamento, delle agenzie culturali. Un tema verso il quale in Italia non c’è interesse da parte di nessuna classe politica mentre invece in altri Paesi, come la Francia, è patrimonio condiviso tanto della destra quanto della sinistra”.
L’Italia indietro. E la Sicilia? “Io ci ho fatto pace ormai – racconta – torno spesso a Palermo e mi accorgo che ho elaborato quel conflitto, quel contrasto che avevo dentro. Probabilmente stare lontano mi ha aiutato a farlo, sono andato via definitivamente nel 1999 con la mia famiglia dopo tanti anni a fare avanti e indietro da Roma, come un pendolare. Ma è anche vero che la città è cambiata, a cominciare dall’identità fisica, dai restauri nei luoghi che erano di macerie. Certo i ragazzi vanno ancora via, non trovano il proprio destino in Sicilia, e questo è un grande tema”. Forse, il più grande di tutti.

Marzo 2018

 In the footsteps of Caravaggio

“Una storia senza nome”. The Director Roberto Andò reconstructs the theft of the “Natività” with a light touch of fantasy

by Laura Anello

Photo by Lucia Esposito

“To me it still exists on the wall of a luxury house, untouched, and one day it will come out. The story of the destruction never convinced me”. The Director Roberto Andò smiles at the thought of a sudden resurfacing of Caravaggio’s Natività – after nearly half a century of darkness, bundles of inquiries and a flood of statements of mafia turncoats – would be an amazing promotion for his Una storia senza nome, the film dedicated to the world’s most sought-after artwork, evaluated 60 billion liras in 1992 – practice number 799, in judicial jargon. Stolen from the Oratorio of San Lorenzo in Palermo in January 1969 under the noses of the keepers, who after opening the door of the jewel of Serpotta for the daily cleaning discovered that “something” was missing. Eight weeks of an inaccessible set – between Palermo and Rome, starring Alessandro Gassman, Micaela Ramazzotti, and Laura Morante – for the movie that will be released next September. “I visualize it in a luxurious house, and I don’t envy its current owner who cannot share it with anyone. A gesture of arrogance, and a great misunderstanding of the relationship with beauty taken away from the public domain”. However, the true story is still unknown, “so the only way to tell this story is to make it through a fantasy shot. Imagination somehow compensates the shortcomings of truth”. And in Una storia senza nome, it is the fantasy of a screenwriter – performed by Micaela Ramazzotti – who gave birth to the reality of the painting theft. “We live in a time when the movies have become marginal. That’s why I wanted to make a film about a film. And I did it ironically, I needed levity. I made a movie that I’d like to see, a tribute to a certain kind of cinema, especially Billy Wilder”. What a challenge to make laugh recounting the theft of the Natività, among false alarms, tracks leading to international collectors, avalanches of statements by mafia turncoats. Some scenes were filmed at Villa Lampedusa, the Oratorio of San Lorenzo with its surroundings, and then Villa Igiea, Hotel delle Palme, Capo Gallo, Solanto Castle. But the great part is set in Rome, where there is the house of the writer protagonist. A game of meta-cinema. And Sicily? “I return often in Palermo and I’ve realized that I coped with that conflict, that contrast I had inside. Probably stay away helped me, but it is also true that the city has changed. Nevertheless, young people still struggle for a job, and this is a great theme. Perhaps, the greatest of all.

March 2018

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