Nella mia musica risuona il Sud 0

Un concerto con gli amici musicisti a Catania, un nuovo disco: la “Cantantessa” Carmen Consoli continua a mietere successi. Perchè nelle sue canzoni mette ironia, ingenuità e voglia di vivere. In una parola: tutta la sua Sicilia

di Antonella Filippi
foto Simone Cecchetti

A tredici anni, nella sua stanza, sognava ascoltando i Jefferson Airplane, Janis Joplin, Bruno Martino e un poeta come Luigi Tenco. E ancora Aretha Franklin, Nilla Pizzi – sì, la Pizzi – Ornella Vanoni, Mina. E tutto il repertorio del papà Giuseppe, musicista: blues, bossa nova, musica siciliana. Buon per lei, al risveglio da quei sogni non era tutto svanito, come sempre capita, perché Carmen Consoli ha realizzato gran parte di quelle fantasticherie. Sempre correndo dietro a ricerche artistiche sperimentali, non per niente ama Buñuel, e “L’angelo sterminatore” continua a sbatterle in faccia forti emozioni.  “Avevo un papà ottimo chitarrista – racconta Carmen – e fu lui che, prestissimo, mi mise in mano una chitarra: imparai prima a suonare e poi a parlare, i miei pensieri li esprimevo in musica. È stato così bello che ho fatto lo stesso con mio figlio”.

Un altro musicista in famiglia?
“In questo momento Carlo, cinque anni, non apprezza particolarmente, ha altre predisposizioni. Io alla sua età cantavo, ero nella band di mio padre mentre lui preferisce maneggiare costruzioni e mostri”.

Adesso è reduce del grande successo di Consoli & Friends, il concertone di pochi giorni fa a Catania, a Villa Bellini.
“Sono euforica per questa grande festa con la partecipazione di tanti amici incontrati in oltre vent’anni di carriera: Bandabardò, Samuele Bersani, Elisa, Max Gazzè, Marina Rei, Daniele Silvestri e Mario Venuti. È servito per raccogliere fondi per la nuova sede della onlus “Namasté”, che si occupa di ragazzi con disabilità mentali”.

Come pensa di aiutarli?
“Tempo fa mi ha chiamata una donna illuminata, Laura Borio: è lei che si prende cura di loro con un metodo educativo tra i più innovativi, un sistema a cascata dove – sotto la guida di educatori specializzati – i giovani più autonomi aiutano i compagni a svolgere le attività ludiche richieste, acquisendo così maggiore sicurezza e responsabilizzandosi. Adesso la villa dove sono ospiti è in vendita: sarebbe bello ricomprarla. Da sola non ce l’avrei mai fatta, per questo ho chiesto l’aiuto degli amici”.

Musica musica musica. In Italia come sta?
“Quella indi comincia a farsi sentire. Vedo in giro colleghi interessanti, Motta è bravissimo, ai miei tempi una come Levante non c’era, altrimenti mi avrebbe offuscata. Meno male che sono arrivata prima io…”.

Quando, nel 1996, Carmen Consoli da Catania sbucò dal televisore col suo “Amore di plastica”, al Festival di Sanremo, aveva appena ventidue anni ma già da otto cantava e suonava in un gruppo. Precoce.
“Il produttore della mia vita l’ho trovato in casa, a Catania, è stata infatti la casa discografica catanese Cyclope di Francesco Virlinzi a pubblicare il mio primo album”.

Titolo, “Due parole”, quelle che bastano anche per descriverla: forza e fragilità, rigorosamente assieme. Da lì fino al 2000 Carmen diventa “Confusa e felice” e poi “Mediamente isterica” per… “Stato di necessità”.  Oggi, invece, diffonde l’“Eco di sirene”, insieme alle fide “sirene” Emilia Belfiore al violino e Claudia Della Gatta al violoncello.
“Un disco realizzato con le amiche di musica classica, di cui io ho scritto gli arrangiamenti”.

“Per niente stanca”, sempre: per un periodo ha lasciato Catania per Roma in cerca di avventure musicali, più di recente ha abbandonato Roma per Catania, perché ha “L’abitudine di tornare” e perché c’è Carlo da tirar su.
“Ho sempre desiderato partire ma sono sempre tornata, per riappropriarmi di un’esistenza straordinariamente normale, non virtuale, ma fatta di contatti umani nel quartiere, al supermercato, di passeggiate in cui apprezzare la ricchezza dell’incontro. Mi muovo con criteri anti social, non sono su Facebook, non posto nulla, utilizzo internet solo per fare delle ricerche. Mi documento guardando la tv e leggendo i giornali cartacei, magari alla ricerca di curtigghi. A Roma però stavo bene: noi siciliani quando andiamo fuori soffriamo la differenza del senso dell’umorismo, rischiamo di offendere: con i romani e i napoletani, invece, c’è intesa, abbiamo anche un modo comune di vedere le cose”.

È sempre pronta a impastarsi alle storie d’Italia, quelle di sbarchi di clandestini e di difficili amori gay, di fiabe e di ritorno alle origini, e lo fa cantando storie maledette, migranti per cui uno “stato assai spiacente posa una ghirlanda tricolore con su scritto assente” o di una signora del quinto piano con “il suo ex davanti al portone con un martello in mano”. Ma perché tutti la chiamano “cantantessa”?
“Avevo un fonico anglofono che non sapeva quale fosse il femminile di cantante. Sentendo un cane abbaiare disse: “Fate stare zitta la “canessa” che deve cantare la “cantantessa”. Nacque così questo termine, che mi piace perché non amo prendermi troppo sul serio”.

Nell’universo di questa “magnifica combinazione tra una rocker e un’intellettuale”, come l’ha definita il New York Times, dopo l’esibizione a Central Park – non c’è spazio per la finzione: è minima la distanza tra la Carmen cantante e la Carmen di tutti i giorni.
“Non ho mai scritto per vendere, se dovessi cambiare per compiacere gli altri o per non deludere le aspettative su di me, smetterei di rispettare la mia vita. Devi vivere facendo ciò per cui sei nato, come sosteneva l’imperatore Adriano”.

Ecco perché ammira il conterraneo Battiato…
“Lui ha trascinato il pubblico nella sua storia, si è preso i suoi rischi e ha costruito a poco a poco la sua carriera, infischiandosene di certe logiche”.

Un altro conterraneo che ama.
“Pirandello, perché parla della tragedia riuscendo a farti sorridere, e questo è l’umorismo e poi è un siciliano innovativo, che ha indagato la psiche, all’alba della psicanalisi”.

Racconti la sua proposta su Verga.
“Rivaluterei Verga, scrittore modernissimo, e sostituirei nelle scuole “I promessi sposi” con “Mastro don Gesualdo” per il campione di umanità che il romanzo verghiano rappresenta. Devo ammettere che il vecchio ideale dell’ostrica di Verga funziona anche per me: più mi allontano dallo scoglio e più perdo vita, siamo determinati dall’ambiente in cui siamo inseriti e sono fermamente convinta che ci si indebolisca se si abbandona il senso delle radici. Io sono orgogliosa del mio accento, mentre negli anni Ottanta chi tornava dal nord stringeva le o per sentirsi più figo ma lasciava aperte le e con effetto ridicolo”.

Eccoci allora a Rosa Balistreri…
“È un esempio di donna forte che, pur tra mille problemi e prove che la vita le ha messo davanti, è riuscita a essere visionaria. È stata la prima cantautrice italiana, scriveva assieme a bravi autori. Ho imparato a cantare in siciliano con il suo accento, come facevano i Rolling Stones con la cadenza americana”.

Torniamo ai sogni: i suoi quali sono?
“Roba semplice.  Scrivere canzoni più belle, veder crescere mio figlio sereno, coltivare la terra, farmi il pane e sfornare prelibatezze per i nipoti”.

È vero che ha una mamma… rock?
“Ha 71 anni ma è più giovane di me. Io mi sveglio alle 6 ogni mattina, mentre mia madre a quell’ora rientra a casa. Rockettissima”.

La Sicilia non se la scolla mai di dosso…
“Le devo tutto: dalla base culturale e linguistica della mia musica ai miei tratti somatici, al mio patrimonio genetico. E nelle mie canzoni porto questo sguardo ironico e leggero sulla vita, ho entusiasmo, ingenuità, voglia di vivere: grazie Sicilia. Odio i luoghi comuni: è ora di finirla con la Sicilia della mafia e della gente che non ha voglia di lavorare. Dicano quello che vogliono, ma siamo stati massacrati dalla storia: amo l’Italia, l’unità però non ha certo agevolato il sud. O vogliamo parlare degli imprenditori del nord collusi con le mafie, che hanno distrutto interi territori come la Terra dei fuochi con i loro rifiuti tossici? Ora i nemici sono diventati i migranti ma a Padova c’è ancora chi non affitta ai meridionali”.

Catania…
 “Mi piace, la trovo elegante e umana, anni fa era addirittura una specie di Seattle italiana, un laboratorio musicale”.

Il suo tratto più siciliano è?
“A pari merito l’accento e l’ironia che da noi è amara, al limite della tragedia”.

Una definizione di sicilianità, ci vuole.
“Essere siciliani significa saper essere come l’acqua: prendere la forma, modellarsi. Adattarsi, insomma”. E lei che ama la materia, tra “Amori di plastica” e “Parole di burro”, sceglie l’impalpabile.

Giugno 2018

My music reflects my Southern roots

A new CD. A long string of successes. Carmen Consoli’s songs are imbued with irony, lust for life, ingenuity: her Sicily

by Antonella Filippi

At 13, she used to daydream in her room while listening to Jefferson Airplane, J. Joplin, and L. Tenco besides A. Franklin, O. Vanoni, and Mina. And also blues, bossa nova, and Sicilian music: her father’s repertoire. Upon awakening from her dreams, it was not all vanished. Carmen Consoli has fulfilled most of her reveries. “My dad was a great guitarist, and he very soon taught me the guitar. I learned to play before talking. It was such a nice thing that I replicated it with my son.”

Another musician in your family?
“Now, Carlo is 5 years old and prefers building blocks and monsters.

Now you are back from the smash hit of Consoli & Friends, your recent big concert at Villa Bellini in Catania
“I’m excited for this great feast with so many friends met in over twenty-year of career: Bandabardò, Samuele Bersani, Elisa, Max Gazzè, Marina Rei, Daniele Silvestri and Mario Venuti. It has served to raise money for the Association “Namastè”, which deals with children with mental disabilities.”

How would you help them?
“Some time ago, Laura Borio, the woman who takes care of them, called me. Now, the villa hosting them is for sale. It would be nice to buy it. That’s why I sought help from my friends.”

How’s music in Italy?
“The indie music begins to be heard. When I look around, I see interesting colleagues. Motta is brilliant. In my day, there was not a singer like Levante. Otherwise, I would have been obscured.”

In 1996, you emerged with “Amore di plastica” at the Sanremo Festival at 22. But you had been singing and playing for eight years
“I found the producer of my life at home, in Catania. Francesco Virlinzi’s Cyclope published my first album”. Title: “Due parole”, and ‘two words’ are enough to describe her: strength and fragility.

Today, the “Eco di sirene” along with Emilia Belfiore on violin and Claudia Della Gatta on cello
“A CD realised with my friends of classical music for which I wrote the arrangements.”

You had left Catania to Rome in search of musical adventures. More recently, you have left Rome to Catania
“I’ve always wanted to both leave and come back, to regain possession of my normal life. I like the real human contacts rather than the virtual ones. I’m not on Facebook. I only use the Internet to do research. However, in Rome I was fine.”

You often get involved in the stories of immigrants, difficult gay love stories, and homecomings. After the performance in Central Park, the NYT defined you a magnificent combination between a rocker and an intellectual
“I’ve never written to sell. You have to live doing for what you were born.”

That’s why you admire your compatriot Battiato
“He broke the mould and gradually built his career according to his own logic.”

Another Sicilian you love
“Pirandello. Because he told tragedy by making you smile and investigated the psyche”.

Sicily is always on your mind
“I owe Sicily everything, from my cultural to genetic background.

A definition of being Sicilian
“Being like water: taking its shape to shape yourself.”

June 2018

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