La Sicilia, terra di bellissime piante migranti 0

di Giuseppe Barbera

Aumentiamo subito il livello di paura. Nominiamole con termini che sembrano tratti da romanzi di fantascienza apocalittica, da cronache di invasioni da altri mondi, da descrizioni di inesplorati anfratti di foreste vergini. Chiamiamole aliene, xenofite, alloctone, migranti. Facciamo come gli americani che le definiscono transformer aliens e le individuano come “esotiche invasive, capaci di alterare o distruggere interi ecosistemi”. Ma siccome stiamo parlando di piante, tratteniamo un attimo l’ansia e guardiamoci attorno, qui in Sicilia, nel Mediterraneo.

Ci sentiamo invasi dal ficodindia messicano? Le jacaranda sudamericane aggrediscono le nostre strade? Dell’acetosella gialla che arriva dal Sudafrica e che si è alleata con gli asiatici limoni, aranci e mandarini a rendere gustose, colorate, e finché siamo stati capaci di vendere agrumi, ricche e civili le nostre coste, dobbiamo avere paura? E degli eucalitti australiani o dei nespoli giapponesi? E, pensiamoci bene, se avessimo una macchina del tempo, uno di quelli “che riga diritto” potrebbe proporre di andare indietro di diecimila anni e chiudere il nostro porto a quel migrante siriano o palestinese che ci portava i semi del primo frumento?

Ottenebrati dalla paura, vittime di un nazionalismo di cui la storia ha mostrato e rimostrato mille volte, limiti e pericoli, dovremmo invece imparare dal paesaggio che ci circonda e riconoscere come, generazione dopo generazione, abbiamo accolto e valorizzato la diversità, gli altri che venivano da altrove carichi di cose e saperi nuovi che ci avrebbero arricchito.

Le scienze ecologiche possono aiutarci a evitare sbagli e ad aiutare l’inserimento delle nuove inevitabili piante migranti, che sempre arriveranno a meno che non si voglia bloccare il vento o il volo degli uccelli. Per la nostra natura indigena, l’originaria importantissima biodiversità, diventano pericolose solo dove noi abbiamo smesso di prendercene cura come nei campi abbandonati, tra le costruzioni mai finite, lungo i margini non curati delle strade, nei boschi squassati dagli incendi. Volete un esempio dei loro paesaggi prediletti, del degrado che nascondono e della nuova bellezza che disegnano? Andate a visitare al Villino Florio, nell’ambito dei collaterals di Manifesta12, la mostra fotografica di Margherita Bianca.

Ne troverete quattro: l’ailanto che in meno di due secoli è diventato l’albero più diffuso in città, negli spazi che sfuggono a continua attenzione fino a diventare simbolo del paesaggio palermitano. Chi metterebbe in discussione, per esempio, l’ailanto che cresce nel cortile dello Spasimo? La parkinsonia con le sottili foglie e i fiorellini gialli che viene voglia di piantarla in giardino e se non lo si fa ci arriva da sola. 

La minacciosa boerhavia, piccola e apparentemente innocua ma pronta a usare animali, scarpe e pantaloni per invadere la città come pare stia facendo e in soli dieci anni. Ma soprattutto il pennisetum che cresce in ciuffi eleganti che terminano, tra marzo e settembre in fiori pupurei e che altrove è impiegato nei giardini contemporanei a comporre bordure e piccole praterie.

Non lo fate in Sicilia, non fate come l’Orto Botanico degli anni Trenta del secolo scorso che lo importò, ignaro della sua adattabilità agli ambienti aridi, come potenziale pianta da foraggio, lo valorizzò come ornamentale ma diede il via a una diffusione massiccia che è evidente lungo strade e autostrade.

Segno dei paesaggi che cambiano, dove manca la cura che è propria dei giardini e dei bordi stradali, ma segno ancor prima della loro necessità di espandersi, cambiare, intrecciarsi con gli altri.

 

Luglio 2018

Sicily, a land of amazing migrant plants

 

By Giuseppe Barbera

Let’s increase the level of fear immediately. Let’s call them by names that seem drawn from science fiction novels, from chronicles of invasions from other worlds, from descriptions of unexplored crannies of virgin forests. Let’s call them alien, allochthonous, migrant. The Americans define them as transformer aliens and as invasive alien species, able to alter or destroy entire ecosystems. But since we are talking about plants, let’s stop a minute the anxiety and look around, here in Sicily, in the Mediterranean area. Do we feel invaded by the Mexican prickly pear? 

The South American jacaranda attacks our streets? Should we be afraid of the Yellow Shamrock coming from South Africa and that has teamed up with the Asians lemons, oranges and tangerines to make our shores tasty, colourful, rich and civilians? And what about the Australian eucalyptus or Japanese loquat? And, if we had a time machine, could someone propose to go back ten thousand years and close our ports to that Syrian or Palestinian migrant which brought the first wheat seeds?

Benighted by fear, victims of nationalism of which history has shown limitations and dangers a thousand times, we should instead learn from the surrounding landscape. We should recognise how, generation after generation, we have welcomed and valued the diversity, the others who came from elsewhere loads of things and new knowledge that would have enriched us. The ecological sciences can help us avoid mistakes and help the integration of new migrants plants, which will always arrive unless you want to block the wind or the birds’ flight.

July 2018

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