Un cinema senza più frontiere 0

Stefano Savona, regista palermitano trapiantato a Parigi e premiato a Cannes per il suo ultimo film, racconta la passione per le culture del mondo alla ricerca di nuovi punti di vista

di Antonella Filippi

Una ricostruzione animata per ri-animare l’impossibile, la memoria. Filmare la vita per spiegare la morte. Così il regista palermitano trapiantato a Parigi, Stefano Savona ha raccontato la guerra a Gaza. E lo ha fatto ad altezza di bambina: Amal, vero filo che lega tutto il film “La strada dei Samouni”, tornata nel suo quartiere, ricorda solo un grande albero che non c’è più. Poi basta. E qui subentra l’indiscussa la capacità di Savona nel narrare i sommovimenti del mondo arabo degli ultimi anni, da piazza Tahrir al Cairo, fino a Gaza. Se ne è accorta anche la giuria di Cannes che lo ha premiato: “Sono ancora sotto choc – ammette Savona – una sorta di ciclone si è abbattuto sul mio mondo. Sei lì e non ti puoi più nascondere. Il premio dimostra che una scommessa l’abbiamo vinta, abbiamo avuto un ritorno critico favorevole sia a livello internazionale – Variety, Hollywood report, Screen – sia nazionale. Non era facile per un film misto, tra documentario e animazione”.

Parla al plurale: chi sul carro con lei?
“In questa operazione mi ha soccorso la bravura di Simone Massi e di altri venti animatori, per lo più donne, per mettere in scena la storia di una delle famiglie allargate più emblematiche dei territori palestinesi, oltre al massacro che subirono durante la guerra. Per dare forma al vuoto lasciato dai morti l’unica forma di discorso possibile era l’animazione. Un lavoro maniacale, certosino e lunghissimo, al ritmo di mezzo secondo al giorno abbiamo lavorato anni, assolutamente non in linea con la frenesia contemporanea. Attraverso quaranta minuti di animazione a mano, ho potuto ricreare i momenti chiave della storia: il cinema va oltre la cronaca e permette allo spettatore di avvicinarsi in maniera più intima e profonda al vissuto dei protagonisti. Sento la responsabilità di raccontare nel modo più semplice possibile una situazione complicata, con tutta la fatica che questa ricostruzione comporta. E Massi disegna con il bianco, grattandolo via dal nero, come nel lavoro della terra, c’è un nesso tra lui e la famiglia”.

Parliamo della sua prima vita, quella da archeologo. 
“Sono arrivato a un passo dalla laurea in Archeologia e per la materia ho nutrito una passione travolgente iniziata a cinque anni. Volevo diventare un egittologo, giovanissimo ho iniziato a frequentare gli scavi in Egitto, poi ho scoperto il Medio Oriente, Israele, quindi il Sudan, appena reduce dal colpo di stato, la Palestina ai tempi degli accordi di Oslo. Ma non ero più il bambino che sognava di scoprire una tomba egizia, ero un ragazzo di ventidue anni che prendeva coscienza delle tensioni in aree di culture diverse, scappavo dallo scavo per andare a conoscere persone, a perdermi nei loro racconti, fotografavo. E decisi di non proseguire gli studi ma di rimettermi in gioco”.

Professione reporter, la sua seconda vita… “Una via intermedia verso quella di regista. Mi piace raccontare storie, da quelle antiche a quelle contemporanee. In quegli anni il reportage narrativo viveva il suo periodo d’oro ma vedere un mio scatto – un vecchio che leggeva il Corano in una moschea del Cairo – utilizzato per illustrare un attentato terroristico islamico in Algeria, mi ha lasciato perplesso. Negli anni ’90, però, cominciavano ad aprirsi spazi per il documentario e a democratizzarsi gli strumenti di produzione, si moltiplicavano le tv via satellite e le possibilità: dopo un po’ decisi comunque di andare a Parigi per capire il mercato francese. Ai produttori di Artè piacque il mio modo “archeologico” di raccontare, di ricostruire, di rianimare il passato. Il cinema è uno strumento per opporsi al passaggio del tempo. L’archeologia è la stessa cosa”.

Nel 2009, a Gaza, si è trovato di fronte all’operazione “Piombo fuso”, che è poi il titolo del suo documentario.
“Ero uno dei pochissimi occidentali presenti, entrato, abbastanza facilmente, con documenti falsi. Ho seguito per mesi le battaglie e i bombardamenti e inizialmente il mio era un blog documentario per spiegare la guerra in tempo reale con gli strumenti del cinema, un diario. Poi è diventato un lavoro che offre una testimonianza diretta dell’attacco bellico compiuto da Israele nei territori della striscia di Gaza tra la fine del dicembre 2008 e il gennaio 2009. Di fronte a certe immagini o ti innamori dell’orrore o giri la testa dall’altro lato. Nessuna delle due reazioni mi piaceva, ho preferito un approccio intermedio: è più interessante parlare con i sopravvissuti piuttosto che mostrare i morti, il racconto di una vita è più emozionante di un orrore fisico. E va scongiurato il rischio del compiacimento della distruzione, che è molto fotogenica”.

Ma al momento di tornare a casa…
“Fui trattenuto da un incontro inatteso – come deve essere il cinema – quello con i Samouni, contadini non combattenti, della periferia di Gaza City, una famiglia martire: rimasi colpito dalla dolcezza con cui raccontavano la loro vicenda. Lì cominciò la genesi di quello che è La strada dei Samouni”.
Quindi è ritornato in quei luoghi come se avesse ancora da terminare una missione. “I Samouni sono diventati uno dei simboli degli abusi contro i civili compiuti dall’esercito israeliano, come dimostrato da una commissione d’inchiesta governativa. Mi hanno raccontato con calma straordinaria gli eventi drammatici a cui erano sopravvissuti. Prima che nel 2000 il muro rendesse tutti ciechi, avevano contatti con gli israeliani, che erano i loro datori di lavoro: non li amavano ma c’era un rapporto. Poi il buio”.

I Samouni hanno visto il documentario?
“Mi hanno quasi adottato e io ho promesso che entro fine anno andrò a Gaza a mostrarglielo”. Il futuro è in India…
“Il lavoro è già pronto, è un film di finzione con modalità produttive simili al documentario, girato durante il Kumbl Mela, pellegrinaggio che ogni dodici anni porta trenta milioni di pellegrini sul Gange, nel punto in cui si uniscono tre fiumi. È la storia di due generazioni e di due culture, il cast è misto, italiano e indiano. I giovani attori di Bollywood non avevano mai partecipato a quelle celebrazioni, le loro sono emozioni reali”. Savona, si chiudono le frontiere… “Non scegliamo noi dove nascere. Nel mio ultimo film il pilota dell’elicottero israeliano che aveva già ucciso ventotto persone rifiuta di eseguire un ordine che avrebbe sterminato almeno cento civili. C’è sempre una scelta quando riconosciamo un essere umano dall’altra parte”.

Luglio 2018

My cinema with no more borders

Stefano Savona, a Palermitan filmmaker whose last film won a prize at Cannes, recounts his passion for cinema across the world

by Antonella Filippi

Stefano Savona, a filmmaker born in Palermo and transplanted to Paris, tells of the war in Gaza through a child’s eyes. In Samouni Road, when Amal returns to her neighbourhood she only remembers a large tree that no longer exists. Savona narrates the Arab world of the last years, from Tahrir Square to Cairo, up to Gaza. He was awarded at Cannes. “I am still in shock. But we had favourable international and national criticism. It was not obvious for a film between documentary and animation. Thanks to Simone Massi and another 20 animators, I staged the story
of an emblematic family and the massacre they suffered. Animation was the only way to shape the void left by the dead. A pernickety, anachronistic job: we worked for years for 40 minutes of animation recreating the key moments”.

Savona once wanted to be archaeologist: “I attended excavations in Egypt, Middle East, Israel, Sudan, Palestine. I felt the tensions, I met people and heard stories, I took photos”. In his second life he was a reporter: “I like to tell ancient and contemporary stories. In the 90s the narrative reportage lived its golden age. Then I went to Paris, where Arté TV appreciated my ‘archaeological’ style”.

In 2009 he was in Gaza during Operation Cast Lead, which is also his documentary’s title. “I was one of the few Westerners. I followed the battles with a video-blog that later became a testimony of Israel’s attack on Gaza in December 2008-January 2009. I preferred to talk to the survivors rather than show the dead.

Then I met the Samounis, non-combatant farmers from Gaza City. They became a symbol of the abuses against civilians by the Israeli army, as proved by a government inquiry commission. I was struck by the sweetness with which they told me about the dramatic events they had survived. Before 2000 they had contacts with the Israelis, their employers. Then the wall, and the darkness.”

The Samounis have not seen the film: “I promised I would show it to them”. Savona’s future is in India, “for a film about Kumbh Mela, a pilgrimage that brings 30 million people to the Ganges every 12 years. Bollywood actors, who had never participated in those celebrations, feel real emotions”. In times when borders close, he says: “You always have a choice if you consider the human being on the other side”.

 

 

 

July 2018

Stefano Savona, regista palermitano trapiantato a Parigi e premiato a Cannes per il suo ultimo film, racconta la passione per le culture del mondo alla ricerca di nuovi punti di vista

di Antonella Filippi

Una ricostruzione animata per ri-animare l’impossibile, la memoria. Filmare la vita per spiegare la morte. Così il regista palermitano trapiantato a Parigi, Stefano Savona ha raccontato la guerra a Gaza. E lo ha fatto ad altezza di bambina: Amal, vero filo che lega tutto il film “La strada dei Samouni”, tornata nel suo quartiere, ricorda solo un grande albero che non c’è più. Poi basta. E qui subentra l’indiscussa la capacità di Savona nel narrare i sommovimenti del mondo arabo degli ultimi anni, da piazza Tahrir al Cairo, fino a Gaza. Se ne è accorta anche la giuria di Cannes che lo ha premiato: “Sono ancora sotto choc – ammette Savona – una sorta di ciclone si è abbattuto sul mio mondo. Sei lì e non ti puoi più nascondere. Il premio dimostra che una scommessa l’abbiamo vinta, abbiamo avuto un ritorno critico favorevole sia a livello internazionale – Variety, Hollywood report, Screen – sia nazionale. Non era facile per un film misto, tra documentario e animazione”.

Parla al plurale: chi sul carro con lei?
“In questa operazione mi ha soccorso la bravura di Simone Massi e di altri venti animatori, per lo più donne, per mettere in scena la storia di una delle famiglie allargate più emblematiche dei territori palestinesi, oltre al massacro che subirono durante la guerra. Per dare forma al vuoto lasciato dai morti l’unica forma di discorso possibile era l’animazione. Un lavoro maniacale, certosino e lunghissimo, al ritmo di mezzo secondo al giorno abbiamo lavorato anni, assolutamente non in linea con la frenesia contemporanea. Attraverso quaranta minuti di animazione a mano, ho potuto ricreare i momenti chiave della storia: il cinema va oltre la cronaca e permette allo spettatore di avvicinarsi in maniera più intima e profonda al vissuto dei protagonisti. Sento la responsabilità di raccontare nel modo più semplice possibile una situazione complicata, con tutta la fatica che questa ricostruzione comporta. E Massi disegna con il bianco, grattandolo via dal nero, come nel lavoro della terra, c’è un nesso tra lui e la famiglia”.

Parliamo della sua prima vita, quella da archeologo. 
“Sono arrivato a un passo dalla laurea in Archeologia e per la materia ho nutrito una passione travolgente iniziata a cinque anni. Volevo diventare un egittologo, giovanissimo ho iniziato a frequentare gli scavi in Egitto, poi ho scoperto il Medio Oriente, Israele, quindi il Sudan, appena reduce dal colpo di stato, la Palestina ai tempi degli accordi di Oslo. Ma non ero più il bambino che sognava di scoprire una tomba egizia, ero un ragazzo di ventidue anni che prendeva coscienza delle tensioni in aree di culture diverse, scappavo dallo scavo per andare a conoscere persone, a perdermi nei loro racconti, fotografavo. E decisi di non proseguire gli studi ma di rimettermi in gioco”.

Professione reporter, la sua seconda vita… “Una via intermedia verso quella di regista. Mi piace raccontare storie, da quelle antiche a quelle contemporanee. In quegli anni il reportage narrativo viveva il suo periodo d’oro ma vedere un mio scatto – un vecchio che leggeva il Corano in una moschea del Cairo – utilizzato per illustrare un attentato terroristico islamico in Algeria, mi ha lasciato perplesso. Negli anni ’90, però, cominciavano ad aprirsi spazi per il documentario e a democratizzarsi gli strumenti di produzione, si moltiplicavano le tv via satellite e le possibilità: dopo un po’ decisi comunque di andare a Parigi per capire il mercato francese. Ai produttori di Artè piacque il mio modo “archeologico” di raccontare, di ricostruire, di rianimare il passato. Il cinema è uno strumento per opporsi al passaggio del tempo. L’archeologia è la stessa cosa”.

Nel 2009, a Gaza, si è trovato di fronte all’operazione “Piombo fuso”, che è poi il titolo del suo documentario.
“Ero uno dei pochissimi occidentali presenti, entrato, abbastanza facilmente, con documenti falsi. Ho seguito per mesi le battaglie e i bombardamenti e inizialmente il mio era un blog documentario per spiegare la guerra in tempo reale con gli strumenti del cinema, un diario. Poi è diventato un lavoro che offre una testimonianza diretta dell’attacco bellico compiuto da Israele nei territori della striscia di Gaza tra la fine del dicembre 2008 e il gennaio 2009. Di fronte a certe immagini o ti innamori dell’orrore o giri la testa dall’altro lato. Nessuna delle due reazioni mi piaceva, ho preferito un approccio intermedio: è più interessante parlare con i sopravvissuti piuttosto che mostrare i morti, il racconto di una vita è più emozionante di un orrore fisico. E va scongiurato il rischio del compiacimento della distruzione, che è molto fotogenica”.

Ma al momento di tornare a casa…
“Fui trattenuto da un incontro inatteso – come deve essere il cinema – quello con i Samouni, contadini non combattenti, della periferia di Gaza City, una famiglia martire: rimasi colpito dalla dolcezza con cui raccontavano la loro vicenda. Lì cominciò la genesi di quello che è La strada dei Samouni”.
Quindi è ritornato in quei luoghi come se avesse ancora da terminare una missione. “I Samouni sono diventati uno dei simboli degli abusi contro i civili compiuti dall’esercito israeliano, come dimostrato da una commissione d’inchiesta governativa. Mi hanno raccontato con calma straordinaria gli eventi drammatici a cui erano sopravvissuti. Prima che nel 2000 il muro rendesse tutti ciechi, avevano contatti con gli israeliani, che erano i loro datori di lavoro: non li amavano ma c’era un rapporto. Poi il buio”.

I Samouni hanno visto il documentario?
“Mi hanno quasi adottato e io ho promesso che entro fine anno andrò a Gaza a mostrarglielo”. Il futuro è in India…
“Il lavoro è già pronto, è un film di finzione con modalità produttive simili al documentario, girato durante il Kumbl Mela, pellegrinaggio che ogni dodici anni porta trenta milioni di pellegrini sul Gange, nel punto in cui si uniscono tre fiumi. È la storia di due generazioni e di due culture, il cast è misto, italiano e indiano. I giovani attori di Bollywood non avevano mai partecipato a quelle celebrazioni, le loro sono emozioni reali”. Savona, si chiudono le frontiere… “Non scegliamo noi dove nascere. Nel mio ultimo film il pilota dell’elicottero israeliano che aveva già ucciso ventotto persone rifiuta di eseguire un ordine che avrebbe sterminato almeno cento civili. C’è sempre una scelta quando riconosciamo un essere umano dall’altra parte”.

Luglio 2018

My cinema with no more borders

Stefano Savona, a Palermitan filmmaker whose last film won a prize at Cannes, recounts his passion for cinema across the world

by Antonella Filippi

Stefano Savona, a filmmaker born in Palermo and transplanted to Paris, tells of the war in Gaza through a child’s eyes. In Samouni Road, when Amal returns to her neighbourhood she only remembers a large tree that no longer exists. Savona narrates the Arab world of the last years, from Tahrir Square to Cairo, up to Gaza. He was awarded at Cannes. “I am still in shock. But we had favourable international and national criticism. It was not obvious for a film between documentary and animation. Thanks to Simone Massi and another 20 animators, I staged the story
of an emblematic family and the massacre they suffered. Animation was the only way to shape the void left by the dead. A pernickety, anachronistic job: we worked for years for 40 minutes of animation recreating the key moments”.

Savona once wanted to be archaeologist: “I attended excavations in Egypt, Middle East, Israel, Sudan, Palestine. I felt the tensions, I met people and heard stories, I took photos”. In his second life he was a reporter: “I like to tell ancient and contemporary stories. In the 90s the narrative reportage lived its golden age. Then I went to Paris, where Arté TV appreciated my ‘archaeological’ style”.

In 2009 he was in Gaza during Operation Cast Lead, which is also his documentary’s title. “I was one of the few Westerners. I followed the battles with a video-blog that later became a testimony of Israel’s attack on Gaza in December 2008-January 2009. I preferred to talk to the survivors rather than show the dead.

Then I met the Samounis, non-combatant farmers from Gaza City. They became a symbol of the abuses against civilians by the Israeli army, as proved by a government inquiry commission. I was struck by the sweetness with which they told me about the dramatic events they had survived. Before 2000 they had contacts with the Israelis, their employers. Then the wall, and the darkness.”

The Samounis have not seen the film: “I promised I would show it to them”. Savona’s future is in India, “for a film about Kumbh Mela, a pilgrimage that brings 30 million people to the Ganges every 12 years. Bollywood actors, who had never participated in those celebrations, feel real emotions”. In times when borders close, he says: “You always have a choice if you consider the human being on the other side”.

 

 

July 2018

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