Le sue scarpe vanno proprio al massimo 0

Si chiama Francesco Liberto ma nel mondo delle corse è soltanto Ciccio di Cefalù, il calzolaio inventore delle scarpe perfette per i piloti. Storia di un ragazzo povero ricco di talento

di Guido Fiorito

Gli occhi chiari quasi trasparenti, il sorriso bonario. Le mani accarezzano il cuoio delle scarpe come fosse pelle viva. Ogni tanto una parola in francese, omaggio a bei tempi di Cefalù, a una giovinezza mai cancellata. Quando il Village Magique, divenuto poi Club Méditerranée , anticipava la liberazione sessuale e l’allegria degli anni Sessanta. Trasformando Cefalù.  A 82 anni, nel suo negozio-santuario sul lungomare, Francesco Liberto, conosciuto in tutto il mondo come Ciccio di Cefalù, alterna i ricordi di una vita eccezionale ai progetti. 

L’ultima celebrazione nello spot della Porsche 718 Boxster Gts, dove i protagonisti sono due: l’auto sportiva e Ciccio, l’inventore delle calzature  da pilota. “Grazie per darci scarpe da 50 anni”, chiude lo spot, girato sulle strade della Targa Florio sulle note di “Buonasera, signorina, buonasera”. Perché i tedeschi, eredi di Federico II, amano ancora la Sicilia, come quando sfidavano le Ferrari sulle strade della Targa. Ma Ciccio le scarpe le ha fatte anche ai piloti di Maranello e conserva i ringraziamenti di Enzo Ferrari come di Luca di Montezemolo. Lui è ecumenico, tutti gli vogliono bene.

“C’era la guerra e poco da mangiare – racconta -. A Cefalù  i genitori usavano mandare di pomeriggio i bambini dagli artigiani perché non corressero pericoli sui sentieri per la Rocca o di annegare in mare. Barbieri, sarti e calzolai. A me toccò la bottega di Vincenzo Barracato. Avevo sei-sette anni. Di mattino a scuola di pomeriggio dal calzolaio per salvarmi, come si diceva allora. Ero di famiglia povera, mio padre è morto nel 1943 per un’ulcera perforata, mia madre contadina, sei figli. Facevamo le scarpe per le donne che raccoglievano le olive e i muratori. Così ho acquisito la manualità di lavorare le pelli e lo studio all’istituto d’arte ha affinato il gusto”.
A sedici anni Ciccio apre la sua bottega. “Avevo paura che i clienti non si fidassero di un ragazzo così giovane. È andata bene. Le scarpe mi hanno fatto felice e mi hanno dato un posto importante nel mondo. Ma non è stato facile. Ho sofferto la fame. Le signore mi ordinavano le scarpe a credito. Ricordo che la vigilia di un Natale feci le due di notte per consegnare delle scarpe ma non mi pagarono. Cosi non avevo i soldi per mangiare. Fui soccorso dai parenti. Allora decisi che dovevo cambiare”.

Un giorno, Ciccio bussa al Village Magique, accompagnato, come garanzia sulla sua onestà, dal capitano dei carabinieri della stazione di Cefalù. “Sono povero, voglio lavorare”, si presenta. Gli danno un locale, lui regala un paio di scarpe al direttore, inaugurando quella che sarà la sua strategia di marketing, che lui chiama “decodificare la situazione”. “Il direttore – dice – le mise sul banco del bar che era circolare e mi fece pubblicità. Cominciai a vendere tanti sandali su misura per le donne che erano sorprese dal caldo siciliano. Avevo già imparato la loro lingua frequentando le francesine che venivano al villaggio. Si era sparsa la voce tra i giovani di Cefalù che si lasciavano facilmente sedurre. Su cinquecento ospiti al villaggio, quattrocento erano donne. Alcune avevano i mariti impegnati nella guerra in Algeria. Ebbi successo e realizzavo anche stivali per l’inverno e mocassini maschili. Pian piano ho iniziato a guadagnare bene, fu la mia fortuna”.


Adesso il Club Med sta riaprendo a Cefalù, ma i villaggi turistici sono tanti, non c’è più quell’aria di scandalo. “Allora nacque la moda del topless – racconta Ciccio – e c’erano anche degli angoli di spiaggia dove le francesine si denudavano completamente. Barche di pescatori le portavano in spiagge deserte e lì praticavano il nudismo. Molti miei concittadini non hanno capito quanto fosse importante, quanti turisti attirava diffondendo il nome di Cefalù nel mondo a partire da Parigi. Poteva diventare una capitale del turismo mondiale, come Capri”. Con la Francia allaccia un rapporto speciale. Fa scarpe, tra i tanti, a Romy Schneider, Alain Delon e a Georges Simenon il papà di Maigret.

Poi un bel giorno, Ciccio scopre un altro mondo incantato, quello delle auto da corsa. La squadra dell’Alfa Romeo prova sulle strade della Targa e “i piloti allora non erano inavvicinabili come adesso”. Fa amicizia con Ignazio Giunti, vanno a cenare assieme con i compagni di squadra. Saputo che è un calzolaio, Giunti gli chiede delle scarpe per guidare. Ciccio studia il problema. “Mi sono accorto che le scarpe spesso sfregavano tra loro perché si spostavano tra i pedali del freno e dell’acceleratore. Così ho pensato alla rastremazione delle colonne doriche che vanno restringendosi e l’ho applicata alle scarpe, trovando nuove proporzioni perché restassero comode”. I piloti dell’Alfa provano la Targa e anche le scarpe di Ciccio che si vanno perfezionando. Le prime incollate con il calore  si staccano e  passa alle cuciture a mano. Le scarpe funzionano e, in un’epoca in cui non esiste internet, si diffondono con il passaparola.  I piloti del mondiale prototipi le mostrano ad altri spostandosi da un continente all’altro per le gare. Lui spesso le regala: “Mi sentivo in debito nei loro confronti, mi facevano conoscere” Il metodo funziona e iniziano ad arrivare lettere con indirizzo soltanto “A Ciccio-Cefalù-Italy”,  che il postino recapita regolarmente, come quella di Clay Regazzoni che chiede un paio bianche e rosse. Realizza le scarpe a Jackie Ickx che viene a correre la Targa e il campione francese le fa conoscere in F1; arriva la prima fornitura per la Ferrari.   “Anche da loro non mi sono fatto mai pagare, per me era un onore”. 

Il resto è storia. Sono firmate da Ciccio le scarpe nere con cui Lauda vince il Mondiale del 1977, di cui un originale è esposto al Deutsches Ledermuseum a Offenbach in Germania. Quasi 40 anni dopo il regista Ron Howard, che ricostruisce la storia della sfida tra Lauda e Hunt nella stagione precedente, si ricorda di lui e Ciccio diventa fornitore ufficiale del film “Rush”. Ancora oggi gli chiedono scarpe da tutto il mondo, ne ha fatte un paio perfino a Hugo Chavez, quando era presidente del Venezuela, e a Michael di Kent, cugino della regina Elisabetta. Le sue scarpe sono divenute  da collezione, tanto che Ciccio ha stretto un accordo con l‘Accademia di Brera, e realizza calzature con disegni di artisti. Lui continua a lavorare, con i ritmi dell’artigiano di qualità, una-due settimane per un paio di scarpe.

Poi un giorno telefona la Porsche dalla sede di Chicago e a Cefalù sbarca una troupe con ottanta persone per lo spot che celebra Ciccio. “Sul video sono ancora più bello”, scherza. Vic Elford non l’hai mai dimenticato. Vinse, come tanti altri piloti Porsche, la Targa nel 1968, indossando un paio ci scarpe che Ciccio aveva preparato in fretta alla vigilia: calzava misure diverse, un 42 e un 44, per un alluce in parte mozzato. Oggi  gli manda una email (Ciccio sta al passo con i tempi) in cui lo definisce un “acteur vedette” e dice “je suis tres heureux e tres fiere d’etre ton ami“, molto onorato e fiero di essere suo amico. Jacky Ickx gli chiede delle scarpe per il suo amico, il lord March, il padrone di Goodwood, il tempio dell’automobilismo storico inglese, e chiude la lettera “un milion de tendresses“, i più affettuosi saluti. Due anni fa Ciccio rivede tanti suoi amici campioni alla Targa Florio del centenario e si celebra con ironia con un francobollo.

Dice Ciccio: “Oggi i genitori non mandano più i figli dal calzolaio di cui rimane una connotazione negativa. Scarparo, fare le scarpe, nel nostro linguaggio sono cose cattive. Ma la mia è la storia più bella del mondo, perché vengo dalla fame. Sono stato fortunato. Ai giovani va detto che bisogna sempre credere nelle proprie passioni, nella soluzione dei problemi, e le cose prima o dopo andranno meglio. Essere positivi è fondamentale nella vita”. E così sta studiando delle scarpe per non fare scivolare i fiorettisti.  “Il mio lavoro – conclude – è la mia ricchezza”.

Agosto 2018

His shoes go at full speed

Story of Francesco Liberto, Ciccio di Cefalù in the racing world, shoemaker who invented the perfect shoes for drivers

by Guido Fiorito

Light, almost transparent eyes, a good-natured smile. Hands caressing the leather of the shoes as if it was living skin. Occasionally a word in French, homage to the good times of Cefalù, to a never faded youth, when Village Magique, which later became Club Méditerranée, anticipated the sexual liberation and the joy of the sixties.

At 82, in his sanctuary-shop on the waterfront, Francesco Liberto, known worldwide as Ciccio di Cefalù, alternates memories of an exceptional life and projects. His latest celebration is the commercial of the Porsche 718 Boxster Gts, where the protagonists are two: the sports car and Ciccio, the inventor of driver shoes.

“Thank you for giving us shoes for 50 years”, closes the commercial, shot on the streets of Targa Florio on the notes of ‘Buonasera, signorina, buonasera”. Because Germans, heirs of Federico II, still love Sicily, like when they challenged the Ferraris on the roads of Targa.
Ciccio also made shoes for Maranello drivers and keeps the thank you letters by Enzo Ferrari and Montezemolo. Everybody loves him. “There was the war and little to eat – he says – in Cefalù in the afternoon parents used to send children to the craftsmen, so that they would not be in danger.

Barbers, tailors, shoemakers. Vincenzo Barracato’s workshop fell to me, I was six-seven years old. I came from a poor family, my father died in 1934, my mother was a farmer with six children. We made shoes for women who picked olives and for bricklayers. I acquired the manual ability to work leather and studying at the arts school sharpened my taste”.

At sixteen Ciccio opens his shop.”I was afraid customers would not trust such a young boy, but it went well. At the beginning it wasn’t easy: they didn’t pay me and I had no money to eat. I was rescued by my relatives”.

August 2018

Si chiama Francesco Liberto ma nel mondo delle corse è soltanto Ciccio di Cefalù, il calzolaio inventore delle scarpe perfette per i piloti. Storia di un ragazzo povero ricco di talento

di Guido Fiorito

Gli occhi chiari quasi trasparenti, il sorriso bonario. Le mani accarezzano il cuoio delle scarpe come fosse pelle viva. Ogni tanto una parola in francese, omaggio a bei tempi di Cefalù, a una giovinezza mai cancellata. Quando il Village Magique, divenuto poi Club Méditerranée , anticipava la liberazione sessuale e l’allegria degli anni Sessanta. Trasformando Cefalù.  A 82 anni, nel suo negozio-santuario sul lungomare, Francesco Liberto, conosciuto in tutto il mondo come Ciccio di Cefalù, alterna i ricordi di una vita eccezionale ai progetti. 

L’ultima celebrazione nello spot della Porsche 718 Boxster Gts, dove i protagonisti sono due: l’auto sportiva e Ciccio, l’inventore delle calzature  da pilota. “Grazie per darci scarpe da 50 anni”, chiude lo spot, girato sulle strade della Targa Florio sulle note di “Buonasera, signorina, buonasera”. Perché i tedeschi, eredi di Federico II, amano ancora la Sicilia, come quando sfidavano le Ferrari sulle strade della Targa. Ma Ciccio le scarpe le ha fatte anche ai piloti di Maranello e conserva i ringraziamenti di Enzo Ferrari come di Luca di Montezemolo. Lui è ecumenico, tutti gli vogliono bene.

“C’era la guerra e poco da mangiare – racconta -. A Cefalù  i genitori usavano mandare di pomeriggio i bambini dagli artigiani perché non corressero pericoli sui sentieri per la Rocca o di annegare in mare. Barbieri, sarti e calzolai. A me toccò la bottega di Vincenzo Barracato. Avevo sei-sette anni. Di mattino a scuola di pomeriggio dal calzolaio per salvarmi, come si diceva allora. Ero di famiglia povera, mio padre è morto nel 1943 per un’ulcera perforata, mia madre contadina, sei figli. Facevamo le scarpe per le donne che raccoglievano le olive e i muratori. Così ho acquisito la manualità di lavorare le pelli e lo studio all’istituto d’arte ha affinato il gusto”.
A sedici anni Ciccio apre la sua bottega. “Avevo paura che i clienti non si fidassero di un ragazzo così giovane. È andata bene. Le scarpe mi hanno fatto felice e mi hanno dato un posto importante nel mondo. Ma non è stato facile. Ho sofferto la fame. Le signore mi ordinavano le scarpe a credito. Ricordo che la vigilia di un Natale feci le due di notte per consegnare delle scarpe ma non mi pagarono. Cosi non avevo i soldi per mangiare. Fui soccorso dai parenti. Allora decisi che dovevo cambiare”.

Un giorno, Ciccio bussa al Village Magique, accompagnato, come garanzia sulla sua onestà, dal capitano dei carabinieri della stazione di Cefalù. “Sono povero, voglio lavorare”, si presenta. Gli danno un locale, lui regala un paio di scarpe al direttore, inaugurando quella che sarà la sua strategia di marketing, che lui chiama “decodificare la situazione”. “Il direttore – dice – le mise sul banco del bar che era circolare e mi fece pubblicità. Cominciai a vendere tanti sandali su misura per le donne che erano sorprese dal caldo siciliano. Avevo già imparato la loro lingua frequentando le francesine che venivano al villaggio. Si era sparsa la voce tra i giovani di Cefalù che si lasciavano facilmente sedurre. Su cinquecento ospiti al villaggio, quattrocento erano donne. Alcune avevano i mariti impegnati nella guerra in Algeria. Ebbi successo e realizzavo anche stivali per l’inverno e mocassini maschili. Pian piano ho iniziato a guadagnare bene, fu la mia fortuna”.


Adesso il Club Med sta riaprendo a Cefalù, ma i villaggi turistici sono tanti, non c’è più quell’aria di scandalo. “Allora nacque la moda del topless – racconta Ciccio – e c’erano anche degli angoli di spiaggia dove le francesine si denudavano completamente. Barche di pescatori le portavano in spiagge deserte e lì praticavano il nudismo. Molti miei concittadini non hanno capito quanto fosse importante, quanti turisti attirava diffondendo il nome di Cefalù nel mondo a partire da Parigi. Poteva diventare una capitale del turismo mondiale, come Capri”. Con la Francia allaccia un rapporto speciale. Fa scarpe, tra i tanti, a Romy Schneider, Alain Delon e a Georges Simenon il papà di Maigret.

Poi un bel giorno, Ciccio scopre un altro mondo incantato, quello delle auto da corsa. La squadra dell’Alfa Romeo prova sulle strade della Targa e “i piloti allora non erano inavvicinabili come adesso”. Fa amicizia con Ignazio Giunti, vanno a cenare assieme con i compagni di squadra. Saputo che è un calzolaio, Giunti gli chiede delle scarpe per guidare. Ciccio studia il problema. “Mi sono accorto che le scarpe spesso sfregavano tra loro perché si spostavano tra i pedali del freno e dell’acceleratore. Così ho pensato alla rastremazione delle colonne doriche che vanno restringendosi e l’ho applicata alle scarpe, trovando nuove proporzioni perché restassero comode”. I piloti dell’Alfa provano la Targa e anche le scarpe di Ciccio che si vanno perfezionando. Le prime incollate con il calore  si staccano e  passa alle cuciture a mano. Le scarpe funzionano e, in un’epoca in cui non esiste internet, si diffondono con il passaparola.  I piloti del mondiale prototipi le mostrano ad altri spostandosi da un continente all’altro per le gare. Lui spesso le regala: “Mi sentivo in debito nei loro confronti, mi facevano conoscere” Il metodo funziona e iniziano ad arrivare lettere con indirizzo soltanto “A Ciccio-Cefalù-Italy”,  che il postino recapita regolarmente, come quella di Clay Regazzoni che chiede un paio bianche e rosse. Realizza le scarpe a Jackie Ickx che viene a correre la Targa e il campione francese le fa conoscere in F1; arriva la prima fornitura per la Ferrari.   “Anche da loro non mi sono fatto mai pagare, per me era un onore”. 

Il resto è storia. Sono firmate da Ciccio le scarpe nere con cui Lauda vince il Mondiale del 1977, di cui un originale è esposto al Deutsches Ledermuseum a Offenbach in Germania. Quasi 40 anni dopo il regista Ron Howard, che ricostruisce la storia della sfida tra Lauda e Hunt nella stagione precedente, si ricorda di lui e Ciccio diventa fornitore ufficiale del film “Rush”. Ancora oggi gli chiedono scarpe da tutto il mondo, ne ha fatte un paio perfino a Hugo Chavez, quando era presidente del Venezuela, e a Michael di Kent, cugino della regina Elisabetta. Le sue scarpe sono divenute  da collezione, tanto che Ciccio ha stretto un accordo con l‘Accademia di Brera, e realizza calzature con disegni di artisti. Lui continua a lavorare, con i ritmi dell’artigiano di qualità, una-due settimane per un paio di scarpe.

Poi un giorno telefona la Porsche dalla sede di Chicago e a Cefalù sbarca una troupe con ottanta persone per lo spot che celebra Ciccio. “Sul video sono ancora più bello”, scherza. Vic Elford non l’hai mai dimenticato. Vinse, come tanti altri piloti Porsche, la Targa nel 1968, indossando un paio ci scarpe che Ciccio aveva preparato in fretta alla vigilia: calzava misure diverse, un 42 e un 44, per un alluce in parte mozzato. Oggi  gli manda una email (Ciccio sta al passo con i tempi) in cui lo definisce un “acteur vedette” e dice “je suis tres heureux e tres fiere d’etre ton ami“, molto onorato e fiero di essere suo amico. Jacky Ickx gli chiede delle scarpe per il suo amico, il lord March, il padrone di Goodwood, il tempio dell’automobilismo storico inglese, e chiude la lettera “un milion de tendresses“, i più affettuosi saluti. Due anni fa Ciccio rivede tanti suoi amici campioni alla Targa Florio del centenario e si celebra con ironia con un francobollo.

Dice Ciccio: “Oggi i genitori non mandano più i figli dal calzolaio di cui rimane una connotazione negativa. Scarparo, fare le scarpe, nel nostro linguaggio sono cose cattive. Ma la mia è la storia più bella del mondo, perché vengo dalla fame. Sono stato fortunato. Ai giovani va detto che bisogna sempre credere nelle proprie passioni, nella soluzione dei problemi, e le cose prima o dopo andranno meglio. Essere positivi è fondamentale nella vita”. E così sta studiando delle scarpe per non fare scivolare i fiorettisti.  “Il mio lavoro – conclude – è la mia ricchezza”.

Agosto 2018

His shoes go at full speed 

Story of Francesco Liberto, Ciccio di Cefalù in the racing world, shoemaker who invented the perfect shoes for drivers

by Guido Fiorito

Light, almost transparent eyes, a good-natured smile. Hands caressing the leather of the shoes as if it was living skin. Occasionally a word in French, homage to the good times of Cefalù, to a never faded youth, when Village Magique, which later became Club Méditerranée, anticipated the sexual liberation and the joy of the sixties.

At 82, in his sanctuary-shop on the waterfront, Francesco Liberto, known worldwide as Ciccio di Cefalù, alternates memories of an exceptional life and projects. His latest celebration is the commercial of the Porsche 718 Boxster Gts, where the protagonists are two: the sports car and Ciccio, the inventor of driver shoes.

“Thank you for giving us shoes for 50 years”, closes the commercial, shot on the streets of Targa Florio on the notes of ‘Buonasera, signorina, buonasera”. Because Germans, heirs of Federico II, still love Sicily, like when they challenged the Ferraris on the roads of Targa.
Ciccio also made shoes for Maranello drivers and keeps the thank you letters by Enzo Ferrari and Montezemolo. Everybody loves him. “There was the war and little to eat – he says – in Cefalù in the afternoon parents used to send children to the craftsmen, so that they would not be in danger.

Barbers, tailors, shoemakers. Vincenzo Barracato’s workshop fell to me, I was six-seven years old. I came from a poor family, my father died in 1934, my mother was a farmer with six children. We made shoes for women who picked olives and for bricklayers. I acquired the manual ability to work leather and studying at the arts school sharpened my taste”.

At sixteen Ciccio opens his shop.”I was afraid customers would not trust such a young boy, but it went well. At the beginning it wasn’t easy: they didn’t pay me and I had no money to eat. I was rescued by my relatives”.

August 2018

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