Nei segreti della nobile Ibla 0

La bellezza sinuosa dei palazzi nobiliari, lo splendore del Circolo di conversazione, i profumi dei giardini nascosti. Ragusa mostra con noncuranza la sua eleganza irresistibile

di Antonella Lombardi
Fotografie di Tullio Puglia

“Ibla la nobile” esibisce il suo fascino con la stessa noncuranza di chi sa di essere eterna e irresistibile, forte di un’eleganza cristallizzata e disarmante allo stesso tempo. Il cuore del barocco abita qui, nel centro di quella Ragusa ricostruita interamente dopo il terremoto del 1693 da quei nobili che, a distanza di cinque generazioni, ancora oggi la abitano. L’espressione sorniona dei mascheroni che sorreggono i balconi dei palazzi gentilizi è solo un indizio: tutto qui è maestoso e insieme leggiadro, dietro le ringhiere panciute e le facciate arzigogolate. Lo anticipa il duomo di San Giorgio che si staglia su una prospettiva divergente rispetto all’asse della piazza, in un gioco di quinte teatrali che sorprende il visitatore quando riesce a scorgere la cupola dalla parte opposta del piazzale.

Lo suggerisce la bellezza sinuosa dei palazzi nobiliari che cingono e connotano il centro di Ibla, quasi tutti perfettamente conservati, alcuni con i loro arredi originari che permettono un viaggio a ritroso nel tempo, quando il gusto del collezionismo era orientato allo stupore e all’eleganza, nel senso proprio del termine, quell’ “eligere”, quello scegliere le migliori sete damascate, i dipinti dei più grandi maestri o il gioco da praticare all’esclusivo circolo di conversazione. Perché a Ibla l’aristocrazia siciliana ha sempre avuto il pallino del mecenatismo e così, ancora oggi, i discendenti di quei 18 storici fondatori dell’esclusivo “caffè dei cavalieri”, noto come circolo di conversazione, si prendono cura della sua manutenzione, in un diritto che si perpetua di padre in figlio.

Nato sulla scorta degli ottocenteschi club britannici, sorti con la scoperta del lusso dell’esercizio del tempo libero, il circolo custodisce ancora i documenti originali con le quote in onze versate dai baroni Francesco Arezzo di Donnafugata e Carmelo Arezzo di Trefiletti, dai nobili Pasquale Di Quattro e dal cavaliere Giuseppe Arezzi. Oltrepassata la facciata neoclassica, dentro è tutto un susseguirsi di velluti e broccati rossi, di specchiere dorate e sconfinati saloni delle feste dai soffitti riccamente affrescati. Tutto dentro incita al gioco e all’eleganza, opulenta e leggiadra, teatrale e scherzosa. Come i palazzi nobiliari che dietro il rigore e l’austerità della pietra pece o dell’arenaria riservano sorprese inaspettate.

È il caso di Palazzo Arezzo di Trifiletti che, superata la sobrietà dell’androne, svela la sua vera anima al piano nobile: affacciandosi ai balconi il duomo di San Giorgio appare come incastonato e insolitamente vicino, come limitrofi sono il circolo di conversazione e il palazzo di Donnafugata, poco distante. Tra la cappella di famiglia, il salottino giallo di conversazione riservato ai ricami e alle chiacchiere femminili e le maioliche a tema floreale e dipinte a mano che abbelliscono il pavimento, è un susseguirsi di arredi preziosi oculatamente conservati e stemmi di famiglia. “Arezzo” è il cognome che ricorre nelle dimore storiche ragusane, a testimonianza di un ramo che nei secoli è rimasto il dominus, seppur tra successive intersezioni che hanno impreziosito la storia dell’aristocrazia locale. Le atmosfere perdute del “Gattopardo” volteggiano tra queste mura e nel giardino segreto di Palazzo Arezzo Bertini, che si trova a pochi passi.

È lo stesso Tomasi di Lampedusa a descriverlo con lo sguardo voluttuoso di don Fabrizio: “Da oltre il muro l’agrumeto faceva straripare il sentore di alcova delle prime zagare”. Costruito sull’archetipo della cultura araba, ricorda il giardino persiano arrivato a noi grazie al passaggio degli arabi in Sicilia, una presenza poi diventata costante nei palazzi ottocenteschi siciliani. Le aiuole geometriche e l’impianto razionale del percorso spiegano quell’attribuzione di “giardino per ciechi” assegnata dalle pagine del Gattopardo. La funzionalità qui ha il sopravvento sull’estetica, a partire dalla struttura dei viali, stretti, intimi, votati solo al passaggio dei proprietari e alla raccolta dei frutti, e attraversa perfino la scelta delle essenze: siepi di bosso, ma soprattutto agrumi, spezie, gelsomini e le immancabili rose, protagoniste di ogni giardino che si rispetti. Rose “corrotte”, dall’aroma denso e dalla bellezza quasi oscena, se si torna alla descrizione dei gesti del principe di Salina: “Eccitate prima e rinfrollite poi dai succhi vigorosi e indolenti della terra siciliana… Il principe se ne pose una sotto il naso e gli sembrò di odorare la coscia di una ballerina dell’Opera”.
Piaceri e sorprese di una Belle Époque che ha animato la Sicilia ragusana e che proseguono se si attraversa la strada e si procede verso Palazzo Arezzo di Donnafugata, dimora di città dei nobili Arezzo De Spuches, baroni di Donnafugata. proprietari dell’omonimo castello. Quella era la tenuta originariamente pensata come la residenza di campagna, masseria poi impreziosita dal gusto stravagante del barone Corrado Arezzo De Spuches, con la facciata in stile neogotico, centinaia di stanze con uno stile personalizzato che comprende un appartamento dedicato a un alto prelato della famiglia (la cosiddetta stanza del vescovo), e persino un labirinto nel parco lussureggiante con un ficus le cui foglie potevano essere affrancate e spedite come cartoline postali.

Nel “Gattopardo” la tenuta di Donnafugata era “meta di cocchi scarlatti, verdini, dorati, carichi a quanto sembrava di femmine, bottiglie e violini”. Ma il gusto del collezionismo e il senso di meraviglia che fa lo sguardo incantato ha abitato anche il palazzo di città, opera prima del barone Francesco, poi messo a punto dal figlio Corrado, aristocratico atipico: deputato nel 1848 al parlamento siciliano, poi senatore del regno e regio commissario all’Esposizione di Dublino, è stato un rivoluzionario antiborbonico. Latifondista con l’anima del mecenate, amante della musica, del teatro e delle arti, fa della sua villa uno dei salotti culturali più in voga, senza dimenticare la comunità e l’economia locale, dove la sua attività da filantropo è ancora ricordata.

La facciata del palazzo Arezzo Donnafugata è imponente e dal corso arriva fino a piazza Duomo: fuori lo stile è neoclassico, interrotto dal capriccio lezioso di una “gelosia” in legno, un balconcino coperto che ricorda l’architettura di quelli di Malta e che consentiva alle dame di gettare un’occhiata a chi passeggiava nel corso, senza essere scoperte. Dentro, il gusto per il collezionismo e lo scherzo del barone Corrado, appassionato d’arte, è palpabile in ogni dettaglio. A partire dal teatro realizzato all’interno del palazzo, tra i 14 più piccoli d’Italia, una perla dall’acustica perfetta e tuttora funzionante. Al piano nobile si accede da una maestosa scalinata in marmo cinta da finestroni in vetro colorato. I pavimenti in pietra pece, risorsa tipica iblea, si alternano a quelli in marmo e in calcare, mentre la carta da parati è in seta damascata di maestranze casertane.

Alla terrazza, dove campeggia una splendida voliera per uccelli con la base in pietra pece, si arriva dopo aver superato una teoria di salotti dove trionfano ceramiche di Caltagirone e maioliche giapponesi, ampi tappeti con una parte spugnosa e un’altra a tessitura piatta per consentire il ballo, fino alla collezione della pinacoteca, vanto del barone Corrado e a tema prevalentemente sacro: dalla “Madonna con Bambino” attribuita ad Antonello da Messina o ad allievi della sua scuola, al “San Paolo eremita” di Josè de Ribera detto lo Spagnoletto, dalla “Madonna in trono” del fiammingo Hans Memling all’ “Estasi di San Francesco” attribuita a Bartolomeo Esteban Murillo fino al “Prometeo incatenato” di scuola caravaggesca.

E se il salone delle feste non sarà stato “meta di femmine, bottiglie e violini” come si legge nel Gattopardo, di certo la stampa del tempo riportava il gusto lungimirante e stravagante del barone Corrado: a lui si deve, infatti, un impianto elettrico all’avanguardia, padre degli odierni led, che già nei primi del ‘900 consentiva di animare le serate donando ogni volta ai vestiti un colore diverso durante il ballo. Un’invenzione che scosse i giornali dell’epoca – tuttora preservati dalla cura amorevole degli eredi – al punto da far scrivere di “luci psichedeliche e diavolerie a palazzo”.

Ottobre 2018

The understated charm of the aristocratic Ibla

The sinuous beauty of the noble palaces, the splendour of the conversation club, the fragrance of secret gardens. Ragusa shows its irresistible elegance with nonchalance

by Antonella Lombardi
photos Tullio Puglia

“Ibla the noble” exhibits its charm with the same nonchalance of those who know they are eternal and fascinating. The Baroque style is in the centre of Ragusa, which was rebuilt after an earthquake in 1693 by the nobles who still live here after five generations. The sly expression of the grotesque masks supporting the balconies of the aristocratic palaces is just a hint. Behind the bellied railings and the elaborated façades, everything is both majestic and graceful. Like the Duomo of San Giorgio whose perspective is divergent respect to the axis of the square and surprises visitors when they sight the dome from the opposite side of the square.

Or the sinuous beauty of the palaces surrounding the centre of Ibla, almost all perfectly preserved. They allow a journey through time in that past when the taste of collecting was oriented to the wonder and elegance: the best damask silks, the great masters’ paintings or the exclusive Circolo di Conversazione [Conversation Club]. In Ibla, after all, the Sicilian aristocracy has always had the passion for patronage. Even today, the descendants of the 18 founders of the Caffè dei Cavalieri, known as Circolo di Conservazione, pass the right to its maintenance from father to son. It was founded in the style of the 19th-century British clubs, which had stemmed with the luxury of enjoying the free time. On crossing the threshold of the neoclassical façade, you are welcomed by red velvets and brocades, golden mirrors and an endless succession of ballrooms with richly frescoed ceilings. Everything inside encourages the game and praises elegance, which is opulent and graceful, theatrical and jocular.

Similarly, the aristocratic palaces reserve surprises behind the rigour and austerity of the pitchstone or sandstone. It is the case of Palazzo Arezzo di Trifiletti that, despite the sobriety of hallway, reveals its true soul on the main floor: when you lean out of the balconies, the Duomo of San Giorgio looks like embedded and very close. Then, the family’s chapel, the yellow parlour dedicated to the embroidery and female chattering, and the floral hand-painted majolica tiles embellishing the floor.

It is a series of precious furnishings and coats of arms carefully preserved. “Arezzo” is the surname that has always been the dominus of Ragusa over the centuries, albeit among successive intersections that have made precious the history of the local aristocracy. The lost aura of The Leopard is still within these walls and in the secret garden of Palazzo Arezzo Bertini, just a few steps from it. Tomasi di Lampedusa himself describes it through the luxurious look of don Fabrizio, “from a grove beyond the wall came an erotic waft of early orange-blossom”. Built on the archetype of Arab culture, it is reminiscent of the Persian garden that became a constant presence in the 19th-century palaces.

The geometric flowerbeds and the rational plant of the path explain why it is a “garden for the blind” as labelled in the novel. Here, the functionality is more important than aesthetics, starting from the structure of the narrow, close walks, only devoted to the passage of the owners and the harvesting of fruits. They were even based on the choice of scents: boxwood hedges, but mainly citrus, spices, Jasmine and the roses, always starring in any self-respecting garden. “Corrupt” roses, with dense aroma and almost obscene beauty, as defined by the Prince of Salina: “first stimulated and then enfeebled by the strong if languid pull of Sicilian earth […]. The Prince put one under his nose and seemed to be sniffing the thigh of a dancer.”

Such pleasures and surprises of the Belle Époque, which animated Ragusa, continue towards Palazzo Arezzo di Donnafugata. Originally conceived as the country house estate, it was embellished with the whimsical taste of Baron Corrado Arezzo De Spuches: the neo-Gothic façade, hundreds of rooms, each with its style, a Bishop’s room, and even a labyrinth in the lush park with a huge ficus tree. However, the taste of collecting also inhabited this building in town. The façade of the Palace Arezzo Donnafugata is impressive and stretches up to Piazza Duomo. 

The style is neoclassical, interrupted by a jalousie window, reminiscent of the architecture of Malta. The interiors are imbued with the taste for collecting of Baron Corrado. Starting from the still functioning Theatre built inside the Palace, between the 14 smallest in Italy, the majestic marble staircase surrounded by stained glass windows, the pitchstone, marble and limestone floors, up to the silk damask wallpaper.

You reach the terrace with a gorgeous aviary, after crossing a procession of living rooms full of ceramics from Caltagirone, Japanese majolica, and large carpets. And the art gallery, the pride of the Baron, with paintings, mostly on sacred themes, by Antonello da Messina, José de Ribera, B. Esteban Murillo and Caravaggio’s school.

The press of the time reported on the Baron’s farsighted and extravagant taste: he invented a cutting-edge electrical system to enliven the evenings: “Psychedelic lights and oddities at the Palace”.

October 2018

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Gattopardo