Il custode delle vigne dell’Etna 0

Difesa della qualità, ricerca scientifica, controllo delle zone di produzione. Ecco la ricetta di Antonio Benanti, nuovo presidente del consorzio dei doc dell’area del vulcano, per proteggere uno dei più straordinari fenomeni della viticoltura italiana

di Guido Fiorito

Dal finestrino lo sguardo si riempie di vigneti, distesi o terrazzati con pietre laviche. L’uva è matura. Tra poco sarà vendemmia, in ottobre perché si tratta di uve tardive. Il trenino a scartamento ridotto abbraccia in tondo le pendici dell’Etna e permette di osservare con quanta dedizione e fatica la vigna sia stata strappata alla montagna. Se in principio era Ulisse che con il vino ubriacava Polifemo, oggi queste uve danno un prodotto di alta qualità che si vende in tutto il mondo. E i vigneti sono molto ricercati. Per Antonio Benanti, nuovo presidente del consorzio Etna doc, è un paesaggio familiare. Il nonno con le sue uve faceva vino per uso proprio a Viagrande. Nel 1988 il padre Giuseppe, industriale farmaceutico, trasforma questa passione nella prima azienda di vini di eccellenza dell’Etna, puntando su una produzione di alta qualità con vigneti a Castiglione di Sicilia  e a Milo poi di nuovo a Monte Serra (Viagrande). L’idea vincente, coltivata con una lunga sperimentazione, è di puntare su produzioni mono vitigno con il carricante  e il nerello mascalese, gli  autoctoni doc dell’Etna. I risultati degli anni Novanta fanno da apripista: tanti investitori arrivano sull’Etna a scommettere su questi vitigni.
Oggi il consorzio Vini Etna doc festeggia cinquant’anni di vita, essendo nato nel 1968. È in un momento di grande crescita: 120 produttori, oltre il 90 per cento del totale,  per cui  è stato riconosciuto dal ministero delle Politiche agricole il ruolo dei controlli erga omnes, ovvero la vigilanza e la tutela del marchio in tutto il mondo. Intanto in azienda, a Giuseppe Benanti sono arrivati i figli gemelli Antonio e Salvino.

Antonio Benanti, 44 anni, amministratore  delegato, ha fatto il liceo a Ginevra e si è laureato in gestione aziendale a Londra dove è rimasto dieci anni con un master in Business administration.  “Quando ero all’università a Londra – racconta – non pensavo di tornare in Sicilia ma ad affermarmi. Lavoravo nel settore finanziario. Poi, prima Salvino poi io, siamo tornati per dare una mano all’azienda farmaceutica, leader in Italia nel settore oftalmico, con sessanta milioni di fatturato. Ma poi abbiamo scelto di dedicarci al vino. L’azienda chiedeva una presenza full time, fare vino d’eccellenza non è un gioco. Sono diventato sommelier e ho sposato questo progetto di vita in modo definitivo. Abbiamo raddoppiato i ricavi e moltiplicato i paesi esteri di esportazione”.
Con quale filosofia aziendale?
“Il mercato del vino è molto legato alle persone. È importante che i compratori incontrino gente motivata ed entusiasta, che vedano che l’azienda ha un futuro dopo i fondatori. Un prodotto farmaceutico è sempre lo stesso. In un calice di vino, invece, si riflette la personalità di chi lo fa. Ciò unito alla ricerca scientifica. Per esempio, abbiamo un brevetto per quattro lieviti autoctoni, usandoli evitiamo il rischio di standardizzazione. Una produzione di solo 160 mila bottiglie con grande cura ai particolari”.
Perché i vini dell’Etna hanno successo?
“Alcune caratteristiche rendono il prodotto unico. Un vino di grande eleganza, con beva importante, freschezza, una percezione dell’alcol bassa poiché è contrastato dall’acidità. Tutto ciò è frutto di due uve di vitigni autoctoni dell’Etna che non esistono, con qualche rara eccezione, fuori dal nostro territorio: il carricante  e il  bacca rossa nerello mascalese. Uve che raccontano  l’unicità del territorio, fatto fondamentale oggi per aver successo nel mondo del vino. Il mito del vulcano attivo, la luminosità, la ventilazione…”
In che fascia di  prezzo si collocano i vini dell’Etna?
“Un vino di nicchia per la fascia di mercato più alta. Gran parte è venduto all’estero: Usa, Francia, paesi scandinavi, Giappone, capitali asiatiche. La cucina di alta qualità italiana nel mondo ha spianato la strada”.

Qual è la salute delle aziende?
“Nel 2013 gli ettari a vite di Etna doc erano 360, tre anni fa 650 e adesso siamo sui 950. C’è un boom di investitori. Per le prime aziende era una scommessa, ora è più facile anche se poi bisogna emergere tra i quattro milioni di bottiglie prodotte. Un fatto importante è che per ottenere la certificazione Etna doc bisogna anche imbottigliare nel territorio. Vi sono tanti investitori dall’estero e dal Nord Italia, dalla Sicilia occidentale. Va tutto bene purché rispettino il territorio.  Non sono invasori, si affidano a professionisti per produrre il vino. Il mio auspicio è che, come fa la mia azienda, si utilizzino e crescano gli enologi catanesi”.

Tra i primi stranieri a credere nella fortuna economica dei vini dell’Etna Mick Hucknall, il cantante dei Simply Red, che aveva  ha comprato vigne sull’Etna già nel 2001. Adesso è andato via, rimangono in vendita solo due ettari. Ma in tanti altri sono arrivati, dai belgi ai giapponesi. L’americano Kevin Harvey, noto produttore della Sonoma Valley, ha comprato sette ettari. Un importatore e sommelier cinese, Stefano Yim di Hong Kong, ha acquistato un vigneto di quasi un ettaro a nerello mascalese a Passopisciaro. Così il valore dei vigneti è cresciuto sempre più. “Il prezzo per un ettaro – dice Benanti – oggi è di 120-130 mila euro per vigneti pronti per la produzione. Nel caso di terreni su cui bisogna lavorare, si scende a 60-70 mila euro per ettaro. Dieci anni fa si comprava a diecimila euro ad ettaro. Il valore dell’uva cresce in modo tumultuoso. Va bene purché si mantenga la qualità”.

Questo processo ha un limite, il territorio dell’Etna non è infinito…
“Al momento vi sono duemila ettari piantati a vigneto, 950 di Etna doc. C’è spazio ancora per poche centinaia di ettari. Ampliare i confini è un argomento delicato, perché si metterebbe a rischio la qualità. Non abbiamo fretta a parlare di questo. In ogni caso qualsiasi modifica va fatta su basi scientifiche non per logiche commerciali”.
State però valutando la valorizzazione di sotto zone…
“Nel 2011 abbiamo introdotto le contrade ma non basta. Il passo in avanti sarà una mappatura che studia scientificamente la tipologia dei suoli, come succede con altri vini come il Barolo o il Bordeaux. Vuole dire certificare la piovosità, l’altitudine, la natura del suolo, tutto ciò che determina il cosiddetto terroir”.

Ottobre 2018

Guardian of the vineyards of Etna

Quality control, scientific research, check on production areas. The recipe of Antonio Benanti to protect one of the most extraordinary phenomena of Italian wine-growing

by Guido Fiorito

From the window the look fills with vineyards, lying or terraced with lava stones. The narrow-gauge train embraces the slopes of Mount Etna in a circle, allowing you to see the results of the commitment and efforts to take the vineyard from the mountain. Today these grapes give a high quality product sold worldwide. And the vineyards are sought after.

A familiar scenery for Antonio Benanti, the new president of the Consorzio Vini Etna doc (wines with registered designation of origin). His grandfather used to make wine with his grapes and his own use at Viagrande. In 1988 his father Giuseppe, pharmaceutical industrialist, turned this passion into the first company of wines of excellence of Etna, focusing on a high quality production, with vineyards at Castiglione di Sicilia, Milo and Monte Serra (Viagrande). The winning idea was to focus on varietal products with Carricante and Nerello mascalese, the doc autochthons of Etna.

The results of the nineties were the forerunners: many investors arrived on Etna to stake on these vines. Today the consortium celebrates fifty years of life, as it was created in 1968, and it’s growing fast: 120 producers, over 90% of the total, and has been granted by the Ministry of Agriculture the role of supervision and protection of the brand all over the world. At the same time, twin brothers Antonio and Salvino arrived in the company at Giuseppe Benanti’s side.

Antonio, 44, the managing director, took a degree in business management in London “I didn’t think of going back to Sicily, but to establish myself. I worked in the finance field. But first Salvino, and later myself, returned to help the leading pharmaceutical company in Italy in the ophthalmic sector with a sixty million turnover. Then we decided to devote to wine”.

October 2018

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