C’era una volta una roccaforte 0

Quella che doveva essere un’invincibile fortezza nel Mediterraneo fu rasa al suolo per esigenze cinematografiche: tonnellate di bombe per girarci un Combat film. Ecco quel che resta di una battaglia mai combattuta

di Simonetta Trovato

Foto di Igor Petyx

Di una cosa erano tutti certi, che dal mare non arrivava più nulla. Non gli Stukas o i Messerschmit tedeschi, né gli enormi B17. E allora, cosa mai si aspettava a Pantelleria, visto che lo sbarco, ormai, era avvenuto tre giorni prima e l’ammiraglio Pavesi, comandante in capo della “piazza” si era già arreso, così, in un soffio? I panteschi dalle colline circostanti, guardavano il paese: e lo videro saltare in aria, casa per casa, tutto ciò che era rimasto illeso dopo gli attacchi americani che avevano raso al suolo il porto e la zona circostante l’aeroporto.

Si sbriciolavano le case e non ce n’era alcun motivo: oppure sì, ma si sarebbe saputo soltanto dopo quel 17 giugno 1943, tre giorni, appunto, dopo lo sbarco.

Squadra di soldati alleati

Il motivo stava nelle carte: e nelle ricostruzioni “cinematografiche” e hollywoodiane dei cosiddetti “Combat film”. Pantelleria era il set ideale per questa serie che poco aveva del documentario e molto del propagandistico: pellicole smaccatamente costruite ad arte per indurre alla resa altri presidi meno inclini a deporre le armi. Quindi gli artificieri angloamericani minarono tutte le case affacciate sul porto e i B17 iniziarono ad arrivare dal mare, insieme agli Stukas, piccoli e snelli: lanciavano… sacchi di sabbia, che sulla pellicola parevano bombe; e appena questi toccavano terra, lavoravano gli artificieri.

Tutto ricostruito ad arte, con un solo piccolissimo errore: le riprese venivano fatte dalle colline verso il paese. E dunque, ai posteri come avrebbero mai spiegato che “prima” dello sbarco, improbabili cineasti si erano già sistemati comodamente per riprenderlo?
Ma, si sa, il mondo del cinema è impalpabile, virtuale, di celluloide e nel ’43 non si trovava molta gente pronta a improvvisarsi critico cinematografico contro gli americani.

Certo, andò peggio a un povero artificiere che aveva posizionato la carica esplosiva sotto il castello medievale (che si nota subito appena si sbarca nell’isola): ma gli scoppiò tra le mani, e il maniero venne così risparmiato. E usato poi come prigione per i – pochissimi – soldati che si erano opposti alla resa. L’artificiere – si dice – fu la seconda vittima in casa alleata, visto che la prima sarebbe stata un soldato ucciso dal calcio di un (leggendario) asino pantesco.

Vito Spadafora con la moglie Pina

Ma questa è un’altra storia e non ci sono documenti a corredo, come invece esistono dello sbarco e di tutto quello che sarebbe venuto poi: Vito Spadafora raccoglie immagini e documenti da anni, e ha allestito una piccola e interessantissima mostra nel paese, in piazza Messina: “Pantelleria ieri e oggi” e non poteva intitolarsi altrimenti. Vito di fatto raccoglie da sempre, guardato a vista dall’inossidabile moglie Pina che lo cura come se fosse un bimbo. Vito raccoglie, cataloga, certifica, crea collegamenti: non sa che fine farà mai questo suo lavoro infinito, ma per il momento va avanti, con un amore immenso. È lui a indicare la rete, ancora perfettamente visibile, di casematte, hangar e torrette di avvistamento, che l’isola vanta.

Laghetto delle Ondine

Basta inforcare una bicicletta e cominciare a pedalare: incontrerete agglomerati pietra che non sono dammusi, ma mini fortini fortificati con tanto di feritoie: qui i soldati facevano turni infiniti scrutando il mare. Ci sono fortificazioni lungo tutta la costa, nascoste e visibili, conservate o dirute; un complesso molto leggibile è verso il “lago delle ondine”, altri si intuiscono sulla montagna..
Esistevano comunque solo batterie a cielo aperto, visto che l’interramento costava troppo e non era stato mai portato a termine: un mega progetto fascista, sette anni prima, aveva dotato sulla carta Pantelleria di un impianto di difesa antiaereo all’avanguardia, ma non venne mai realizzato e il surrogato, disegnato da Pier Luigi Nervi, si rivelò poi non sufficiente.

Pantelleria fortificata

Nel maggio del 1943 Pantelleria possedeva 14 batterie antiaeree con 75 cannoni (antiquati) da 76 mm, 18 mitragliere da 20 mm e 500 (quasi inutili) mitragliatrici da 8 mm. In tutto, su Pantelleria, erano di stanza 11.420 militari. Insomma, era una roccaforte né più né meno di Malta; o almeno, così pensavano dall’esterno, perché se è vero che l’isola era autosufficiente per quanto riguardava viveri, acqua potabile e carburante – nascosti negli hangar e nei depositi sottoterra, invisibili agli aerei ma soprattutto, al riparo dai bombardamenti che già dalla notte tra l’8 e il 9 maggio avevano preso di mira Pantelleria – è anche vero che la dotazione, tanto strombazzata, non esisteva: ed era fatta di strumenti vecchi o inutilizzabili, militari stanchissimi, un comandante “impalpabile” che si arrese subito.

La cosa non piacque per nulla ai suoi superiori: Pavesi venne poi condannato a morte in contumacia a Parma il 22 maggio 1944. Fino al 6 giugno erano cadute dal cielo sull’isola 1.300 tonnellate di bombe, poi, solo il 7 giugno, ne caddero invece seicento, l’8 giugno settecento, il 9 giugno ottocento e il 10 giugno, terzo anniversario dell’entrata in guerra italiana, addirittura 1.500. In altre parole nei soli primi dieci giorni di giugno l’isola aveva incassato 4.394 tonnellate di bombe e ciò aveva ridotto ai minimi termini il morale dei diecimila abitanti.

Soldati italiani prigionieri degli alleati

L’operazione per far cadere Pantelleria fu chiamata Corkscrew (cavatappi) e fu la prima alleata sul suolo italiano, prima dello sbarco. Tra i punti di forza dell’isola (e preda ambita degli alleati) era l’enorme hangar: 300 metri di lunghezza, 28 di larghezza e 16 di altezza. Di fatto, enorme. Poi le casematte di Scauri, perfettamente mimetizzate nella vegetazione, e tutte le altre che a breve distanza segnano l’intera costa.
Ma tutto questo non servì a nulla: senza aspettare la conferma da Roma, Pavesi annunziò la resa.

La notizia della caduta di Pantelleria mandò su tutte le furie Hitler, meno Mussolini che però, in altre note, spesso sottolineò la sua vista “lunga” da stratega nel dotare Pantelleria di “grandi opere militari, alcune all’avanguardia”. Di fatto, Pantelleria saltò come un tappo: Gli Alleati occuparono il 12 Lampedusa, il 13 Linosa e il 14 Lampione, senza colpo ferire.

Novembre 2018

The Fortress of Pantelleria

From some vintage photos collected in an exhibition, the memory of the capture of Pantelleria by the allied forces reappears. The supposed invincible fortress of the Mediterranean fell immediately and the town was razed to the ground

By Simonetta Trovato

Photo by Igor Petyx

One thing they were certain of, from the sea nothing would arrive any longer. Not the Stukas or the German Messerschmit, or the huge B17. And so, what was expected in Pantelleria, as the landing had taken place three days before and admiral Pavesi, commander-in-chief of the place, had already surrendered in a flash? The inhabitants of Pantelleria were watching the village from the surrounding hills and saw it exploding: house after house, everything that was undamaged after the American attacks that razed to the ground the port and the area around the airport.

Squadra di soldati alleati

Houses were disintegrating and there was no reason; or maybe there was, but it would be known only after that 17th June 1943, three days after the landing. The reason was in the papers and in Hollywood reconstructions of the so called Combat films: Pantelleria was the ideal set for this series that had little of a documentary and a lot of propaganda: films artfully shot to force the opponent less prone to lay down their arms.

Vito Spadafora con la moglie Pina

Anglo-American artificers mined all the houses overlooking the port and B17 and Stukas started to arrive from the sea throwing sandbags that looked like bombs. Everything was reconstructed on purpose, with just one very small mistake: the shooting was made from the hills towards the village. And so how could they explain to posterity that before the landing improbable filmakers had already settled to shoot?

But it’s well known that the world of cinema is a virtual one, and in 1943 not many people were ready to play the cinema critic against the Americans. The artificer who had put an explosive charge below the medieval castle was unlucky: it blew up in his hands and the castle was spared and used as a prison for the (very few) soldiers who had opposed the surrender.

Pantelleria fortificata

The artificer – it is said – was the second victim on the allied side, as the first one was supposed to be a soldier, killed by a (legendary) Pantesco donkey. But this is another story, and there are no accompanying documents as there are of the landing and of everything came later. Vito Spadafora has been collecting images and documents for years, mounting a small and interesting exhibition Pantelleria ieri e oggi (Pantelleria yesterday and today).

He doesn’t know what will happen of his endless work, but goes on with immense love. He shows the set, still fully visible, of pillboxes, hangars and sighting turrets of the island, with mini forts with loopholes where soldiers took endless turns looking at the sea. And fortifications along the coast, both hidden and visible, well preserved or in ruins.

There were just batteries in the open, as the landfill was too expensive and had never been carried out. Seven years before, a great fascist project had equipped Pantelleria – on paper – with an avant-garde aircraft defense system that was never carried out, and the substitute designed by Pier Luigi Nervi, turned out not to be adequate.

Soldati italiani prigionieri degli alleati

In May 1943 Pantelleria owned 14 anticraft batteries with 75 (obsolete) cannons, 18 machine-gunners and 500 (almost useless) machine-guns. 11.420 soldiers were stationed in Pantelleria that it was a stronghold neither more nor less than Malta, or at least, this is what it was thought from the outside.

If it’s true that the island was self-sufficient as far as food, drinking water and fuel were concerned, the equipment, so trumpeted, didn’t exist and was in fact made of old and useless instruments, very tired troops and an insubstantial commander who surrendered immediately.

 

November 2018

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