Palermo, l’ultima meta di Oscar Wilde

di Salvatore Savoia

Quando, nel 1898, Oscar Wilde raggiunse Taormina era già celebre in tutta Europa per le sue opere teatrali ma forse di più per l’eco delle sue trasgressioni e della sua vita libertina. Aveva scelto la Sicilia perché attratto, come altri intellettuali tra cui l’amico Gide, da un’idea mitologica e insieme romantica dell’isola, influenzato dalle antiche suggestioni del Grand Tour, che aveva visto tanti viaggiatori ricchi ed eccentrici ricercare un’Arcadia perduta. Tra essi non mancavano molti “esteti”, per usare l’eufemismo ipocrita di cui parlò Tomasi di Lampedusa a proposito delle allusioni che si facevano sulla loro omosessualità.

Dobbiamo le dettagliate notizie sul soggiorno di Wilde in Sicilia alla corrispondenza con Robert Ross, che si sofferma sulle visite che a Taormina Wilde fece all’atelier del fotografo Barone Von Gloeden, i cui “meravigliosi ragazzi” seminudi turbavano da anni mezza Europa.
A Taormina Wilde pernottò all’Hotel Victoria, un celebre indirizzo di corso Umberto, dove non c’erano camere con bagno; Wilde potè disporre solo di una tinozza, che un gruppo di ragazzotti provvedeva ogni giorno a riempire di acqua di mare, come avevano già fatto per Van Gloeden.
Ma l’ultimo viaggio dello scrittore, nel 1900, fu a Palermo, che in quegli anni si illudeva di essere una sorta di Montecarlo. Il viaggio era stato pagato da Harold Mellor, un ricco e originale inglese omosessuale che sarebbe stato vicino allo scrittore fino alla sua morte.

Nella capitale siciliana Wilde scese all’Hotel Centrale, ai Quattro Canti. Malgrado la sua celebrità, a causa della sua tutt’altro che celata omosessualità e delle accuse di gross indecency per la quale era stato condannato a un biennio di lavori forzati, non fu accolto nei salotti della buona società.
Erano gli anni in cui a Palermo la cultura inglese era rappresentata dai Whitaker, che ospitavano i Reali d’Inghilterra; probabile che in privato in tali ambienti lo scrittore fosse apprezzato; non tanto però da accoglierlo in società. Ogni trasgressione era praticabile, purché con discrezione. Esattamente l’antitesi dello stile di vita di Oscar Wilde.

Lo si vide in quelle giornate di primavera, con i suoi inconfondibili capelli lunghi e lo sguardo languido al Caffè Oreto di piazza Marina – lo stesso dal quale pochi anni dopo Joe Petrosino si sarebbe mosso per l’appuntamento con la morte – osservare curioso la città ma anche i giovani che passavano. E proprio dall’Oreto Wilde scrisse:
“Palermo è la città col panorama più bello del mondo. Però trovo curiosi e strani i suoi abitanti. Stupenda è la vallata situata fra due mari, i boschetti di limoni e i giardini d’aranci così perfetti. Molti ragazzotti hanno volti che sanno di grecità, altri proprio da arabi, sembrano tante sculture che girano a cielo aperto”. A proposito dei monumenti aggiunse: “Da nessuna parte, neppure a Ravenna, ho visto mosaici simili. Nella Cappella Palatina, che dai pavimenti ai soffitti a volta è tutta d’oro, ci si sente come si fosse seduti nel cuore di un enorme nido, guardando gli angeli cantare”.

A Palermo Wilde non resistette alla malia di giovani, popolani e non: in una lettera all’amico Robert Ross, racconta dell’incontro avuto con un seminarista. “A lui ho predetto un cappello cardinalizio – scrisse – e spero che non si dimentichi mai di me, e veramente non credo che mi dimenticherà, perché ogni giorno lo baciavo dietro l’altar maggiore. Altri scambi di baci con un altro giovane dietro un confessionale, non lontano dalle tombe di Ruggero II e di Costanza d’Altavilla. Monreale evidentemente era una delle sue mete preferite: “Ci andavamo spesso in carrozza, essendo i cocchieri ragazzi modellati nel modo più squisito. La razza si vede da loro, non dai cavalli di Sicilia. I favoriti erano Manuele, Francesco e Salvatore. Li amavo tutti, ma ricordo solo Manuele”. Oscar Wilde, dopo il soggiorno palermitano, rientrò a Parigi dove morì  il 30 novembre 1900, all’età di soli 46 anni. Quasi nessuno si fece vedere al funerale.

In compenso, sulla sua tomba, al cimitero parigino di Pére Lachaise, le tracce dei baci di generazioni di suoi appassionati – chissà, forse discendenti di Manuele, Francesco e Salvatore – hanno lasciato segni indelebili sul marmo.

Palermo, the last destination of Oscar Wilde

 

By Salvatore Savoia

When Oscar Wilde arrived in Taormina in 1898, he was already famous all over Europe for his theatre works, but maybe more for the echo of his transgressions. He had chosen Sicily because he was attracted, like other intellectuals, including his friend Gide, by a romantic idea of the island, influenced by the ancient suggestions of Grand Tour. There were many aesthetes too, to quote the hypocritical euphemism Tomasi di Lampedusa used about the hints made about their homosexuality.

We owe the detailed news about Wilde’s stay in Sicily to his correspondence with Robert Ross. But the writer’s last trip was in 1900, in Palermo, that in those years was under the illusion to be a kind of Montecarlo. The trip had been paid by Harold Mellor, a rich and eccentric English homosexual who would stay close to the writer until his death. Despite his fame, because of his far from hidden homosexuality, and the charges of gross indecency for which he had been sentenced to a two-year period of hard labour, he wasn’t welcomed in the best sitting rooms of high society.

It was the time when English culture in Palermo was represented by the Whitaker, who hosted the Royal family; it’s likely that the writer was highly regarded in such spheres in private, but not so much to be welcomed into society. Every transgression was feasible, as long as discretion was used. Exactly the antithesis of the lifestyle of Oscar Wilde. After Palermo, Wilde returned to Paris and died at the age of 46. Almost no one showed up at his funeral.

Quella difficile alleanza tra uomo e albero

di Giuseppe Barbera

Nel tentativo di renderli il più possibile simili a noi, assegniamo alla vita degli alberi un vocabolario che è proprio degli uomini e delle loro relazioni. Sono intelligenti, collaborano (sono social, si è arrivato a dire!), soffrono o sono felici, hanno memoria e coscienza, amano la musica, riconoscono forme e colori, ecc. Convinti di comprenderli meglio, li umanizziamo. Forse per amore, ma con il risultato di assoggettarli al nostro universo cognitivo ed emotivo e così definirne, guidati da interessi parziali, ruoli e destini.

Non rispettiamo, come dovremmo, la loro autonomia biologica (ci sono da milioni di anni e ci sopravviveranno), non consideriamo quanto essi siano diversi dagli uomini con cui convivono. Dimentichiamo addirittura che sono autotrofi e si nutrono di sostanze inorganiche mentre noi (gli animali) siamo eterotrofi, cioè carnivori o erbivori. Li vogliamo simili a noi così da continuare a essere i dominatori senza limiti della Terra: despoti assoluti, padroni di piante e animali che con noi, invece, partecipano a un unico sistema, legati gli uni agli altri dalle leggi della ecologia. Preferiamo tenere separato (“divide et impera”) ciò che la vita unisce. Se volessimo prenderne effettiva cura, come avviene negli ecosistemi, riconosceremmo che con piante e animali bisogna stringere alleanze e non imporre ciechi domini.

Trattandosi di esseri viventi, in una cosa fondamentale ci somigliano: la loro vita è in relazione con l’ambiente che li circonda, ma attraverso una prossimità che è ancora maggiore di quanto avvenga per noi. Alcune loro caratteristiche – quelle che il linguaggio comune assimila alle umane (intelligenza, memoria, capacità di comunicare…) ma che le scienze ecologiche e biologiche distinguono – sono sviluppate a partire dalla loro incapacità di spostarsi autonomamente (ah! le radici!), almeno in quanto individui, e dalla conseguente necessità di essere in strettissima relazione con l’ambiente contiguo. Molecole, insetti, funghi, flussi, onde ne sono il tramite: la pianta, la popolazione, la comunità ne sono recettori e utilizzatori. Tra questi il più intelligente è l’uomo.

Giardiniere, selvicoltore, paesaggista o agricoltore conosce l’adattabilità all’ ambiente delle piante. Ha la capacità, con tecniche perfezionate in quindicimila anni di rapporto confidente, di sostenerne la crescita e sviluppare funzioni diverse che giustificano la cura; siano queste quelle della produzione, della bellezza o degli equilibri ambientali. Un rapporto tra uomini e piante, che non sia né irrazionale né solo sentimentale, deve riconoscere la diversità e il comune tendere al benessere sistemico vegetale, animale, umano: quello del giardino planetario.

Il luogo di incontro e di scontro privilegiato – un tempo era il campo, il bosco coltivato o il giardino – è diventata la città con le alberate lungo le strade, piccole aiuole, suoli e aria inquinati. Lì l’alleanza tra uomo e albero dovrebbe stringersi per il bene di entrambi. Ma tra irrazionali e ignoranti emotività e la scomparsa dei saperi tecnici, la battaglia è disperata. Ne parleremo ancora: in Sicilia, la cura riservata agli alberi è, più che altrove, metafora di quella che gli uomini le dedicano.

Novembre 2018

That difficult alliance between men and trees

By Giuseppe Barbera

In an attempt to make them as similar as possible to us, we give to the life of trees a vocabulary that is peculiar to men and their relations. Thus they are intelligent, cooperate, are social, someone dared say, suffer, are happy, have a good memory, a conscience, love music, can tell shapes and colours.
We humanize them, convinced of understanding them better. Maybe it’s for love, but with the result to subject them to our cognitive and emotional universe and to fix, guided by partial interests, their roles and fortunes. We don’t respect their biological autonomy (they have been here for millions of years and will survive us,) we don’t consider how different they are from the men they live with.

We forget they’re autotrophic and feed on inorganic substances, while we animal are heterotrophic, meat or grass-eating. We want them to be similar to us to continue to be the limitless rulers of Earth, masters of plants and animals that take part with us to a single system, linked to each other by the laws of ecology. If we wanted to take effective care of it, as it happens in ecosystems, we would acknowledge that with plants and animals we must form an alliance, not impose blind rules.

A relationship between men and plants, neither irrational nor just sentimental, must recognize the diversity and the common aim of plants, animal and human systemic well-being: that of a world garden. The alliance between man and trees should be tightened for the good of both, but the battle between irrational and ignorant emotivity and the disappearence of technical knowledge is a desperate one.

November 2018

Trafficu c’è…

Di Luca Vullo

Immaginatevi di essere seduti alla Vucciria di Palermo ad assaggiare una delle tante prelibatezze dello street food siciliano. Ecco, adesso guardate in fondo. Vedete quel venditore di stigliole? Si esatto, quell’uomo con la “panza” tipica del meridionale che sta creando una nuvola di fumo persistente con la sua griglia.
Focalizzatevi ora sull’arrivo di quella coppia che sta ordinando qualcosa.

Siamo troppo lontani per sentire che cosa si dicono ma dall’atteggiamento teatrale e molto fisico è evidente che il ragazzo conosce molto bene il commerciante.
I due si allontanano divertiti, ma non vi lasciate distrarre, restate ancora concentrati sullo “stigliolaro”. Infatti immediatamente dopo la dipartita della coppia, ci regala un gesto di tradizione popolare molto interessante: lancia uno sguardo di intesa con il venditore di panelle che è situato proprio di fronte a lui e, con un movimento rapido, fa toccare lateralmente e ripetutamente i due indici delle mani e contemporaneamente gli schiaccia l’occhiolino.
Il panellaro per tutta risposta fa roteare la mano lentamente ma vistosamente davanti al petto e abbina una specifica smorfia del viso a bocca chiusa. L’altro dall’altra parte conferma abbassando il capo, chiudendo entrambe gli occhi e aprendo le braccia.
Ma cosa si sono detti i nostri amici?

In poche parole, anzi potrei dire senza parole, lo stigliolaro informava il collega che il loro amico ha una relazione nuova o che comunque ha una certa intesa con quella ragazza che loro non avevano mai visto prima. Il panellaro invece con il suo gesto stava facendo un complimento alla bellezza della fanciulla che è stato prontamente confermato dall’altro. Questo gesto di intesa può essere utilizzato anche in altri ambiti e contesti, come quelli di carattere professionale, e cioè quando due se la intendono in quell’affare o in quel discorso ma anche in chiave più maliziosa per indicare un inciucio poco chiaro ”dducu traffico c’è”.

Chiaramente come tutte le cose, anche una relazione o un’intesa si può interrompere in qualsiasi momento e quindi il gesto cambia. I due indici questa volta verranno utilizzati con il verso contrario e cioè allontanandoli uno dall’altro contemporaneamente e per una volta sola: “Si spartiru”.

Trafficu c’è…

By Luca Vullo

Imagine you are sitting at the Vucciria in Palermo. Can you see that stigliolaro [lamb’s guts vendor] with his grill? Focus now on that couple ordering something. We cannot hear what they are saying, but it is obvious that the guy knows him very well. The couple has gone away.

The stigliolaro gives a knowing look to the vendor of panelle [chickpea pancake] opposite him. With a rapid movement, makes his two forefingers repeatedly touch each other sideways while winking. In response, the panellaro swirls his hand slowly but theatrically in front of his chest and combines a particular grimace with his mouth shut. The other gives a confirming nod, closing his eyes and opening his arms.

In short, the stigliolaro reveals him their friend’s new relationship, while the panellaro made a compliment to the beauty of the never-seen-before girl, and the other agreed.

La battaglia, vinta, del pomodoro

di Fabrizia Lanza

Nel 1974 la cimice distrugge quasi tutto il grano coltivato nelle campagne dell’entroterra siciliano. Il “flagello di Dio” colpisce duro sull’economia dei piccoli borghi agricoli dell’entroterra siciliano. Valledolmo, allora 5000 anime, è a pezzi. Vincenzo Pisa e Calogero Andolina, rispettivamente 86 e 78 anni, comunisti della prima ora, decidono che è ora di voltare pagina e di passare alla coltivazione del pomodoro. Fondano una cooperativa che chiamano Rinascita. Parte la corsa al pomodoro, Valledolmo diventa un centro di stoccaggio, i soci iscritti alla cooperativa sono 120 e i produttori di pomodoro nel giro di pochi anni sono oltre 300, la produzione arriva a circa trentamila quintali all’anno.
Tutto questo coincide con gli anni d’oro dell’industria alimentare siciliana la quale grazie al miracoloso intervento dell’Ente per la promozione industriale siciliana costituita nel 1967, prospera soprattutto nel palermitano ed è in gran parte legata alla trasformazione del pomodoro che viene esportato in tutto il mondo. Enormi camion di pomodoro fresco partono da Valledolmo e sulle nostre strade malferme arrivano all’industria Clemente in via Massina Marine, da Contorno a Brancaccio e da Raspante vicino a via Perez.

Il problema è il solito: i soci della cooperativa non riescono a fare massa, bisticciano tra di loro, fanno i furbi, e questo favorisce il ribasso imposto dal commerciante per cui i braccianti di Valledolmo non riescono a spuntarla sul costo del lavoro e della materia prima. Nel frattempo, nell’arco di un decennio, vengono meno i finanziamenti dell’EPIS, e l’industria conserviera del palermitano a poco a poco si spegne. “Perché? Inizia l’importazione dei semi lavorati, o forse già arrivano i cinesi?”, mi dice sorridendo Vincenzo, nipote del Vincenzo Pisa fondatore, che oggi fa il manager, il direttore di produzione, il ricercatore appassionato e il deus ex machina della attuale rinata Rinascita che dopo infiniti alti e bassi e mille peripezie ha capito che l’unica via d’uscita era quella di passare dalla produzione di prodotto fresco alla produzione del prodotto conservato, salsa, estratto, passata. Del resto, mi spiega , con le condizioni nelle quali sono le nostre strade, il fresco non poteva farcela mentre sul trasformato potevamo essere competitivi, vista la qualità delle nostre materie prime.

Nel 2003 finalmente arriva il decreto per costruire il capannone e l’impianto, e nel 2006 la macchina entra in funzione con a capo Tommaso Alessi. attuale presidente: l’obiettivo è produrre un milione di bottiglie di passata con il pomodoro seccagno di Valledolmo, che nel frattempo era diventato presidio Slow Food. La strada è tutta in salita: “Che ne sapevamo noi di tecnologia alimentare?”, mi racconta Vincenzo che con pazienza si è messo a studiare i manuali e i libretti di istruzione. Ma non basta saper far funzionare l’impianto. Anche la ricerca della varietà giusta di pomodoro non è banale. Il clima è cambiato, mi spiega Vincenzo, hai voglia parlare di sementi e varietà antiche, il pizzutello che si usava una volta e che raccolto a grappoli pendeva dalle nostre porte perché durasse gran parte dell’inverno, non regge le nuove piogge tropicali che dilavano il nostro terreno. “Oggi dobbiamo sperimentare sino a quando non troviamo la varietà che non marcisca alle prime piogge, che si raccolga facilmente e che produca in abbondanza”.

Vincenzo si è rivolto alla SSICA (Stazione sperimentale industria e conserve alimentari) di Parma e ha individuato una varietà chiamata frassino della United Genetics Italia , un discendente del pizzutello che reagisce bene alle nuove condizioni climatiche. Naturalmente non è lui a produrre le piantine come si faceva una volta quando si conservava il seme dell’anno precedente. Le piantine oggi vengono commissionate al vivaio e piantate in aprile. Dopo di che senza una goccia d’acqua e nessun trattamento si aspetta e si spera. Nasce cosi il “siccagno” che non è una varietà bensì un metodo di coltivazione che funziona solo nelle colline montagnose di Valledolmo e Villalba, dove la particolare natura argillosa del terreno consente alle piantine di trattenere la rugiada notturna e quindi di sopravvivere alla calura estiva.

Sin qui tutto bene, ma la sfida vera per Vincenzo è stata quella di riuscire a tenere testa alla grande distribuzione! Dove, ad esempio, è possibile trovare una passata a 39 centesimi alla bottiglia mentre quella della cooperativa Rinascita costa 1,80 (tre quarti di litro) oppure 1,20 (mezzo). Com’è possibile? Come spiegare questa enorme differenza di prezzo? Come dire in due parole dell’importazione di pomodoro cinese, del gioco sporco della doppia asta al ribasso che va tutto a discapito della materia prima? Per fortuna ancora qualcuno capisce la differenza e premia la qualità.

The battle of tomato is won

By Fabrizia Lanza

At Valledolmo, near Palermo, the processing of tomatoes is being giving new life, after long years of crisis, betting on quality.

At Valledolmo, in 1974, bugs destroyed wheat cultivations. Vincenzo Pisa and Calogero Andolina decided to grow tomatoes and founded Rinascita Cooperative: 300 farmers, about 30,000 ql. per year. ESPI regional funds would support food industry. Processed tomato was exported all over the world. But members did not team up, merchants imposed rebates and labourers could not cope with it. Without ESPI, canning industry faded.

Vincenzo Pisa, manager of Rinascita and founder’s grandson, decided to shift to sauce production. In 2006 Tommaso Alessi started the production. They aim to produce a million bottles of Valledolmo Siccagno (dry) tomato sauce, a Slow Food presidium. They try varieties more resistant to climate change than the Pizzutello, like the Frassino, selected by the Parma SSICA.

Seedlings grown in the nursery are planted in April without water or treatments. Siccagno is a farming method: on the clayey Valledolmo and Villalba hills, seedlings retain dew and survive the heat. The challenge was to keep up with the large scale retail, where a bottle can cost € 0.39. The Rinascita one costs € 1,80. Luckily, some reward quality.

 

La fascinazione del doppio

di Daniela Bigi

“Matite a pasta dura e pasta morbida, ossidi in polvere, cilindri, lenti e lentini aplanatici di diverso campo di ingrandimento, tubi di vetro, pietre d’agata, lame-bisturi di diverse misure e taglio, fogli di alluminio…”. Un elenco di materiali e di strumenti che offre uno scorcio del tavolo sul quale ogni giorno, con applicazione metodica e appassionata, i gemelli Ingrassia realizzano disegni di una perizia talmente mirabile da tradirne l’intento programmatico. Il clima di questo tavolo-atelier, a leggere velocemente la descrizione che essi stessi ne forniscono, potrebbe rimandare al laboratorio di un ottico, di un orefice o, a voler essere nostalgici, a un vecchio ambulatorio di campagna, dove il cerusico era l’empirico testimone di una pratica secolare, il discepolo coraggioso di una misteriosa ars medica. Di fatto, nel lavoro dei due artisti catanesi, il rimando alla pratica artigianale calza perfettamente… e anche un po’ il mistero.

Carlo e Fabio da oltre un decennio lavorano come un’unica individualità creatrice, esprimendo l’affascinante condizione del doppio. Trascorrono ore e ore non solo sullo stesso cartone, ma su una stessa minuscola porzione di quel cartone, spesso di pochi millimetri. Essenzialmente disegnano, ma affermano che ciò cui danno vita è una forma di scultura. “Ci poniamo la questione della presenza materiale dell’opera, come relazione concreta, nel suo darsi come fatto concreto”.
Il loro lavoro mi fornisce due spunti di riflessione. Il primo ha a che fare con la tecnica e la fascinazione per la macchina; non mi riferisco però a quella otto-novecentesca di matrice positivistica, intrisa di fiducia teleologica nel progresso, penso piuttosto a quella più remota che, senza voler risalire al mondo antico o agli arabi ma rimanendo nello studio dei pittori, ci permette in un solo colpo di avvicinare Leonardo a Caravaggio, di immaginare l’entusiasmo di fronte alle possibilità offerte, per esempio, dalla camera oscura, dall’uso delle lenti, dentro esperienze che da conoscitive diventavano per alcuni quasi mistiche.

L’altro è legato alla complessità concettuale del disegno. Non potendo addentrarci nell’imponente storia della teoria del disegno, con le accese diatribe che l’hanno accompagnata, mi viene in mente un saggio recente del filosofo Jean-Luc Nancy, Il piacere del disegno e il disegno del piacere, che ben si addice al nostro caso. Intanto, mi tornare nitida la nota immagine di Alighiero Boetti che scrive contemporaneamente con la destra e con la sinistra. La prima è la mano del controllo, della logica, l’altra quella della libertà, del disegno, la mano del gioco. Il grande artista torinese, oltretutto, esplorò ampiamente il tema del doppio ed espresse con precisione l’esigenza di sdoppiarsi, di liberarsi dalla condizione del corpo unico, di quel “vaso angoscioso del soggetto”, decidendo – era 1971 – di firmarsi Alighiero e Boetti. Leggere oggi le sue dichiarazioni è ancora toccante.

I gemelli Ingrassia disegnano uno con la destra e l’altro con la sinistra, “Carlo definisce il segno, Fabio lo raccorda; uno nasconde, l’altro dimostra. Dobbiamo mettere l’opera a registro, dobbiamo copiare il silenzio”. Si muovono dunque in una porzione minima di spazio, quasi invisibile ad occhio nudo. Lì avviene la negoziazione tra le loro poetiche, lì le loro identità si scontrano, lì collidono a livello percettivo il vicino e il lontano. Ed è lì che va ricercato l’equilibrio, con l’ausilio della tecnica.
Il resto va da sé. L’opera non la progettano, nulla è dato a priori, la incontrano facendo, l’arte è ascolto. “Ci piace paragonare l’opera a una deriva, è quell’avanzare e arretrare, movimenti minimi, è un’azione di ritorno autonomo. La causa è posteriore all’effetto. Si deve creare un equilibrio dinamico. È quello che noi definiamo un’istantanea mossa”.

Ottobre 2018

The fascination of the double

By Daniela Bigi

The Catanese twins Carlo and Fabio Ingrassia create admirable drawings with a wide variety of materials and tools, evoking handicraft and a bit of mystery. For a decade they have been expressing the condition of the double.
They spend hours on the same portion of a sheet.

They claim theirs a form of sculpture. What is striking in their work is technique, fascination for machinery, conceptual complexity. It recalls
Nancy’s The Pleasure In Drawing, and Boetti writing with both hands: he claimed the need to split and signed ‘Alighiero and Boetti’.

They draw one with the right, one with the left.
In a tiny space, negotiation takes place between their poetics. They do not plan, they draw: art is listening. “A work is a drift, a going forward and back. Cause comes after effect. Balance is dynamic. We call it a blurry snapshot

October 2018

L’antica magia del giardino pantesco

di Giuseppe Barbera

L’agricoltura l’hanno inventata le donne. Quindicimila anni fa, nella Mezzaluna Fertile, tra il Mediterraneo e i deserti mediorientali, gli uomini si occupavano delle caccia, dei combattimenti, dei commerci più lontani. Alle donne, nel rispetto dei tempi compatibili con la fecondità del grembo e la cura dei piccoli nati, era riservata la coltivazione nei campi delle piante selezionate liberate dalle erbe selvatiche, irrigate dall’acqua delle sorgenti, concimate dal letame dei primi animali addomesticati. Fu quando nacquero le città, sostenute da granai riempiti dal lavoro femminile, che trovarono il tempo per accompagnare la crescita degli alberi (palme da dattero, fichi, melograni) cui non bastavano settimane o mesi ma anni per iniziare a dare frutti.

Nacquero così i primi giardini, protetti da un muro di pietre o da un intreccio di sterpi dal morso degli animali selvatici, dalla sabbia e dal vento del deserto, dai furti. Erano spazi chiusi dove si coltivavano piante che avrebbero prodotto fiori e frutti, assicurato profumi, energia, dolcezza, ombra e, con essa, riposo e pensieri. Erano luoghi segreti, riservati, di piacere e di fertilità. Le storie più antiche e i rinvenimenti archeologici dicono che essi, in un universo di simboli e racconti, sono nati dalle donne e diventati simbolo della loro fecondità.

Nell’antica Mesopotamia, il mito di Inanna, la Regina del Cielo e della Terra, Dea dell’Amore e Stella del Mattino, racconta di un albero, generato dall’incontro tra il Signore delle Acque e la Regina dell’Oltretomba, strappato dal suolo e trascinato da una piena dell’Eufrate fin quando fu tratto in salvo e curato nel giardino sacro, ad Uruk, la prima città. In assenza della protezione di un recinto, nell’arida regione mediorientale non poteva altrimenti crescere, produrre e raggiungere quella maturità che la dea attendeva e proteggeva insieme al figlio che chiudeva nel grembo e così diventare simbolo della regalità e della maturità sessuale. Giardini così compiuti ed essenziali – un recinto, un albero, pregiate produzioni alimentari e simboli culturali – esistono numerosi nell’isola di Pantelleria.

L’albero che chiudono è un arancio dolce che nell’isola, in assenza del muro che lo protegge e che agisce come un condensatore dell’umidità atmosferica, non potrebbe altrimenti crescere per la mancanza di acqua dolce. Vi si accede attraverso piccole porte, inchinandosi; l’ombra e il fresco che si percepiscono, la protezione dei muri imponenti danno la sensazione di entrare in un luogo magico.
Il movimento lento che impone la prossimità tra la chioma e il muro, il silenzio, il profumo dei fiori o delle foglie che appena scosse liberano olii essenziali, il richiamo colorato e gustoso dei frutti accrescono l’impressione di trovarsi in un luogo di incanti, di piaceri del corpo e della mente. Una poesia arabo sicula del XII secolo suggerisce le ragioni di una visita in compagnia, per cui da sempre i giardini di fiori e frutti sono prediletti: “L’amata è come un giardino circondato da un recinto nel fondo di una valle e che germoglia in un terreno irrorato dalla rugiada”.

Ottobre 2018

The ancient magic of pantelleria gardens

By Giuseppe Barbera

Agriculture was invented by women. 15,000 years ago, in the Fertile Crescent between the Mediterranean and the Middle Eastern deserts, men hunted, fought, traded; women, compatibly with the care of the young, cultivated selected plants freed from weeds with spring water and the dung of the first domestic animals. When cities arose, women looked after trees taking years to bear fruit (date palms, figs, pomegranates). 

The first gardens were born, protected by walls from animals, wind and thieves: closed spaces spreading smells, energy, sweetness, shade, rest, secret places of pleasure and fertility.

Ancient stories and archaeological findings tell that they were made by women and became symbols of fertility. In Mesopotamia, the myth of Inanna, queen of heaven and goddess of love, tells of a tree generated by the Lord of Waters and the Queen of Netherworld; It was dragged from a flood of the Euphrates and then rescued in the sacred garden of Uruk, the first city. Fences protected its maturity like the goddess did with the son in her womb. The tree became a symbol of royalty and sexual maturity.

Such complete and essential gardens are numerous in Pantelleria. They fence sweet orange trees that grow thanks to the wall condensing the humidity. The shade, the fresh air, the imposing walls give a sense of magic. The silence, the scent of flowers and leaves, the colourful and tasty lure of fruits increase the pleasure of body and mind. A 12th century Arab-Sicilian poem says: “My beloved is like a garden enclosed by a fence in a valley, sprouting in a soil sprayed with dew”.

October 2018

Felicissima Bordeaux

di Simonetta Trovato

Da un lato l’oceano e dall’altro la Garonna. “In mezzo Bordeaux, la porta del Médoc”, spiega subito Maria Luisa Macellaro La Franca, siciliana che vive da 12 anni nella città francese. La vera scoperta per chi arriva da queste parti: una regione dorata, penisola naturale della Gironda, in Aquitania. Per chi se la ricorda, è uno dei luoghi di Angelica, Marchesa degli angeli, ma è anche la patria dei Bordeaux, che scorre nel bicchieri.
Maria Luisa Macellaro La Franca è originaria di Villabate ed è musicista e direttore d’orchestra. Dalle porte di Palermo è volata a Zurigo dove ha conosciuto il marito, arpista, e si è stabilita proprio a Bordeaux, base per partire di continuo per podi diversi, l’ultimo in Australia.
“Sono arrivata in Francia nel 2006, e Bordeaux era un cantiere, con una sola linea di metropolitana e i palazzi in costruzione. Dopo dodici anni è diventata una città ricchissima culturalmente, le linee della metro sono quattro, i quartieri nuovissimi, l’aeroporto è raddoppiato. È una città green-smart, attentissima all’ecologia e al biologico”. Per una siciliana sposata con un franco-argentino, deve essere stato difficile abituarsi. “è stato più difficile trovare ristoranti a misura mia: sono vegetariana e questa è la patria delle rillettes, dei patè, dei foie gras. Il mio lavoro da direttore d’orchestra mi porta sempre in giro per il mondo, ma Bordeaux è come un nido, è una città a misura d’uomo, facilissima da vivere”.
Percorsi green… “Il centro di Bordeaux è chiuso completamente alle auto.  Possiede un’ottima qualità dell’aria e hanno piantato ovunque specie autoctone che sono autosufficienti”. Ma è anche una città che ama la cultura. “Ci sono quattro orchestre, io ne dirigo una; e poi teatri, sale da concerto, musei, auditorium, l’ultimo inaugurato da Lang Lang. A Bordeaux si canta ovunque, amano i cori amatoriali e li cercano nelle case private, nelle chiese, nei cortili”.
Parliamo del Médoc.  “è un’esperienza da fare, qui siamo all’inizio della Route des chateaux: che vuol dire paesini da sogno, cene a lume di candela, piccoli relais. E vino, vino, vino, si organizzano wine tour ovunque”.  Se dovesse dare un consiglio per una cena elegante? “Non ho dubbi, ma consiglio una doppia scelta: una sera a ‘Le Bordeaux’ di Gordon Ramsay e una al ‘Le Quatrieme Mur’ di Philippe Etchebest, dove aspetti anche otto mesi per ottenere un tavolo. Si fronteggiano da mesi, è una continua querelle tra i due chef stellati a venti metri l’uno dall’altro, ma sono ristoranti meravigliosi che vanno provati entrambi. Invece, se volete andare fuori porta, consiglio ‘Le Clos du Roy’ a Saint-Emilion: Nikhola Lavie-Cambot vi condurrà in un’esperienza sublime che ricorderete per tutta la vita”.
.

Overjoyed Bordeaux

By Simonetta Trovato

“Bordeaux, Médoc’s door, has the ocean on one side and the Garonne on the other”, says Maria Luisa Macellaro La Franca, a Sicilian who has been living there for 12 years. A golden region, one of Angelica’s places, home of Bordeaux wines. Maria Luisa, from Villabate, near Palermo, is a musician and a conductor.
She met her husband, a Franco-Argentine harpist, in Zurich, then settled in Bordeaux, from where she keeps leaving for new podiums, the last in Australia. “In 2006 Bordeaux was a construction site. Now it is a green-smart city, culturally rich, with 4 metro lines, brand new neighbourhoods and a doubled airport”.
It must have been hard for her to get used to. “No more than finding vegetarian restaurants in rillettes and foie gras homeland. I travel the world, but Bordeaux is a nest, a people-friendly city, with 4 orchestras – I conduct one – theatres, museums and auditoriums. Everyone sings and amateur choirs are beloved”.
Talking about Médoc: “Here begins the Route des Châteaux: dreamy villages, candlelit dinners, small relais. And lots of wine: wine tours are organised everywhere”. A tip for an elegant dinner: “Ramsay’s ‘Le Bordeaux’ and Etchebest’s ‘Le Quatrième Mur’. Two starred chefs both worth trying. Out of town, try ‘Le Clos du Roy’in Saint-Émilion.”

Con l’olio in testa

di Regine Cavallaro

Cédric Casanova è un francese appassionato. Un appassionato della terra di Sicilia, da quando bambino veniva a passarci le vacanze in famiglia, ma sopratutto dei prodotti del territorio, e più particolarmente dell’olio di oliva. Ne è così appassionato che ha voluto far conoscere meglio l’oro verde siciliano ai suoi connazionali e così proprio dieci anni fa ha aperto un primo negozio a Parigi, nel decimo arrondissement, chiamato “La tête dans les olives”. Ha riscontrato un tale successo che oggi di negozi ne ha quattro: due a Parigi, uno a Londra nel quartiere di Covent Garden e un altro a Tokyo, a Omote Sando. Nella boutique originale della capitale francese, situata al numero 2 della rue Sainte-Marthe, vende, in bottiglia e alla sfusa, ben tredici oli extravergine di oliva, tutti provenienti direttamente dalla Valle del Belice, tra Nocellara, Biancolilla, Cerasuola, Piricuddara e Santagatese.

Il sapore e l’altissima qualità dell’olio venduto da Cédric Casanova hanno persino sedotto i raffinati palati dei più grandi chefs francesi, come quello di Alain Ducasse che lo ha voluto sui tavoli del suo ristorante tre stelle Michelin al Plaza Athénée, o di Olivier Roellinger, altro “tristellato” famoso per la sua passione per le spezie. Ben presto però, Casanova non è limitato all’olio di oliva, che rimane comunque il suo prodotto faro, ma ha ampliato l’offerta con altri prodotti tipici: capperi, origano, peperoncini, pomodori secchi, bottarga di tono, formaggi. Facendo assaggiare tutto quel bendidìo ai clienti, si è reso conto che questi, incantati dai sapori e dai colori, rimanevano a chiacchierare e non riuscivano più a lasciare il negozio. Ha avuto allora l’idea di organizzarci delle cene, dopo la chiusura. Naturalmente, in quest’angusto spazio che anticamente era una bottega di calzolaio, i posti sono limitati: sei persone al massimo.

Il successo è stato immediato. Oggi, c’è una lista di attesa di un mese per iscriversi alla “table unique” e degustare i cibi prelibati in provenienza dalla Sicilia. Ultimamente, il nostro buongustaio, che sforna idee e progetti di continuo, ha aperto, sempre nella stessa via del decimo arrondissement, un mulino. Sì, sì, un vero e proprio mulino nel cuore di Parigi!

Al Mulino Mulè, i parigini possono acquistare farina di grano duro siciliano. Ma non qualsiasi grano duro, bensì quello di varietà antica come il Perciasacchi, Tumminìa, Russello o ancora il Senatore Cappelli, quasi del tutto sconosciuti dai consumatori francesi. Seguendo lo stesso principio del negozio “La tête dans les olives”, al Mulino Mulè ci si può anche mangiare. Al menù, solo pasta fresca e focaccia condita, preparate naturalmente con la farina di casa. Bon appétit!

Ottobre 2018

With oil in his mind

By Regine Cavallaro

Cédric Casanova is a passionate Frenchman, an enthusiast of Sicily since he was a child and used to spend his holidays here. Above all he is passionate about local products, olive oil in particular. So passionate that, to make Sicilian green gold known to his contrymen, ten years ago he opened a shop in Paris 10th arrondissement.

La tête dans les olives (the head in the olives) was so successful that today there are four shops: two in Paris, then London and Tokyo. In the original French boutique, thirteen types of extra virgin olive oil are sold coming directly from Valle del Belice. The taste and very high quality of the oil sold by Cédric has seduced even the refined palates of the greatest French chiefs.

Casanova didn’t limit himself to olive oil, still his flagship product, but has expanded his offer with other typical products: capers, oregano, hot peppers, dry tomoatoes, tuna botargo, cheese.

October 2018

Quando la Sicilia scoprì la magia del Village

di Salvatore Savoia

Troppe cose da dimenticare, nei primi anni ‘50 in Sicilia. I bombardamenti, le città ancora devastate, la memoria ancora viva di troppe tragedie collettive e private, ma anche la perdita dell’abitudine dei più giovani a godere della propria gioventù, come dovrebbe essere in ogni tempo e a qualunque latitudine. E fu in quel momento che qualcuno in Francia pensò di rinnovare l’antico incanto del mito della Sicilia, certo non più quella del Grand Tour, ma pur sempre l’isola del sole e del mare, attraverso un progetto fortunato che pensò di trascinare sulle spiagge di Sicilia la jeunesse dorée di mezza Europa, ma specialmente i ragazzi di quella Francia, altrettanto fresca di disastri, e che in quegli anni riaggiornava il campionario delle proprie leggende con nuove storie di esistenzialisti e di amori liberi.

Sulle riviste comparivano immagini di ragazzi in espadrillas a bordo delle per noi orrende Deux Chevaux, ed echi di notti sulle spiagge della Costa Azzurra trascorse cantando e lasciandosi andare. Da parte nostra all’incanto di tali miraggi e all’indistruttibile resistenza del mito della douce France aggiungemmo idee di libertinaggio e spregiudicatezza, da noi inimmaginabili in quegli anni, e che contribuirono a fare di questa storia una leggenda ancora viva nei palermitani di almeno settant’anni.

C’era, è vero, e da anni, la sofisticata Taormina delle dive e dei sovrani in vacanza negli alberghi esclusivi, ma essa non si turbò vedendo nascere, non lontano, un altro polo attrattivo, orientato a un target diverso: la Sicilia delle notti folli sul mare, che vide la luce nel 1950 sulle splendide e incontaminate spiagge di Cefalù. E avemmo così la nostra Saint-Tropez.
Già nel nome “Village magique”, inizialmente solo una tendopoli per le lettrici in vacanza del magazine Elle, sulla fascia costiera di Santa Lucia, alle porte di Cefalù, si evocava un’idea di campeggio gioioso assai molto diverso da quanto già visto dalle nostre parti.

Quella collinetta sopraelevata, pochi anni prima sede di una tendopoli militare alleata, apparve ideale a François Tollet, il patron del progetto venuto da Parigi, dominata com’è da una villa patrizia a strapiombo sul mare, utilizzata poi come direzione del villaggio. Nel 1953 si installò a Cefalù la troupe del film “Vacanze d’amore”, diretto da Jean Paul Le Chanois e Francesco Alliata, il geniale principe ideatore della Panaria Film, che lavorò su un soggetto cui avevano collaborato Vittorio De Seta e Vitaliano Brancati. Sul set fra gli altri Walter Chiari, Lucia Bosè e un semisconosciuto Domenico Modugno. E il Magique divenne subito mito, presso la gioventù di Francia e di mezzo mondo.

I cinegiornali dell’epoca trasmisero anche in Italia le immagini dei treni partiti da Parigi carichi di giovani rumorosi che giungevano al Village dopo un viaggio nel quale, a bordo di un’inedita carrozza night, avevano danzato per tutta la notte e tanti amori erano già nati, ancora prima di giungere a destinazione. Pochi anni dopo una piazzola fiorita venne attrezzata dalle Ferrovie dello Stato proprio davanti all’ingresso del Villaggio, dove ancora prima di ogni arrivo mezza Cefalù aspettava “le francesi”. Fu tanto efficace la promozione che già nel 1957 il Patron del Club Mediterranée Gilberto Trigano vi mise gli occhi. E dalle originarie tende si passò ai tucul, che oltre a un po’ di confort moderni, davano al mito quel tanto di esotico che non guastava. Da Palermo non c’era giornata estiva in cui non si muovessero file di Seicento stracolme di ragazzi a caccia delle jeunes filles, ritenute ben più libere delle omologhe di casa. Appena il treno si fermava, ciascuno “sceglieva” la sua BB tra le cento biondine con i cappelli di paglia e i grandi occhiali neri da sole. 

Silenzioso nel corso della giornata, il Magique si risvegliava molto tardi dopo le notti in discoteca intorno al bar Sicilienne. In piena notte, i 1200 giovani che avevano vagato tra il bar e la piscina, cominciavano a sciamare verso il mare, dove, in un nido incastonato tra le rocce a pelo d’acqua c’era pure una discoteca. In quasi cinquecento tucul di paglia vagamente polinesiani, a ciascuno dei quali era dato un nome di fantasia (Dodo, Paradise, Zaza…) si celebrò un gioco collettivo che oggi appare forse incomprensibile. In un’epoca ancora non del tutto caratterizzata dal turismo di massa, pensare però ai 41 mila visitatori giunti nel 1951 e ai 70 mila del 1957 fa comprendere, forse meglio di ogni altra considerazione, che non si trattò di una storia minore.

Oggi una nuova edizione di questo progetto è stata riproposta, in dimensione colossale. Ma sarà difficile che nomi come Zuzu siano affissi sulle porte degli alloggi climatizzati con tanto di idromassaggio e tv satellitare.

When Sicily discovered the magic of the village

 

By Salvatore Savoia

Many things still to forget in Sicily in the first years of the Fifties. Air raids, ravaged cities, the vivid memory of general and private tragedies, the loss of young people‘s habit to enjoy youth, as it should be at any latitude and time. Until someone in France decided to renew the old myth of Sicily, for sure not the Sicily of Grand Tour, but the island of the sun and the sea, thanks to a lucky project to drag on the Sicilian beaches the jeunesse dorée of half of Europe, especially the boys of that France, still fresh from disasters too, with new stories of existentialists and free loves.

Pictures of young people wearing espadrillas on board of the for us horrible Deux Chevaux and echoes of nights on Cote d’Azur beaches spent singing and letting oneself go appeared in magazines. We added ideas of licentiousness and open-mindedness to the undying myth of douce France.

The name itself, Village Magique, recalled an idea of joyful camping very different from what had been seen in our parts before.

Silent during the day, the Village woke up at night with 1200 young people that had wandered between the bar and the swiming pool swarming towards the sea and disco among the rocks.

La Sicilia, terra di bellissime piante migranti

di Giuseppe Barbera

Aumentiamo subito il livello di paura. Nominiamole con termini che sembrano tratti da romanzi di fantascienza apocalittica, da cronache di invasioni da altri mondi, da descrizioni di inesplorati anfratti di foreste vergini. Chiamiamole aliene, xenofite, alloctone, migranti. Facciamo come gli americani che le definiscono transformer aliens e le individuano come “esotiche invasive, capaci di alterare o distruggere interi ecosistemi”. Ma siccome stiamo parlando di piante, tratteniamo un attimo l’ansia e guardiamoci attorno, qui in Sicilia, nel Mediterraneo.

Ci sentiamo invasi dal ficodindia messicano? Le jacaranda sudamericane aggrediscono le nostre strade? Dell’acetosella gialla che arriva dal Sudafrica e che si è alleata con gli asiatici limoni, aranci e mandarini a rendere gustose, colorate, e finché siamo stati capaci di vendere agrumi, ricche e civili le nostre coste, dobbiamo avere paura? E degli eucalitti australiani o dei nespoli giapponesi? E, pensiamoci bene, se avessimo una macchina del tempo, uno di quelli “che riga diritto” potrebbe proporre di andare indietro di diecimila anni e chiudere il nostro porto a quel migrante siriano o palestinese che ci portava i semi del primo frumento?

Ottenebrati dalla paura, vittime di un nazionalismo di cui la storia ha mostrato e rimostrato mille volte, limiti e pericoli, dovremmo invece imparare dal paesaggio che ci circonda e riconoscere come, generazione dopo generazione, abbiamo accolto e valorizzato la diversità, gli altri che venivano da altrove carichi di cose e saperi nuovi che ci avrebbero arricchito.

Le scienze ecologiche possono aiutarci a evitare sbagli e ad aiutare l’inserimento delle nuove inevitabili piante migranti, che sempre arriveranno a meno che non si voglia bloccare il vento o il volo degli uccelli. Per la nostra natura indigena, l’originaria importantissima biodiversità, diventano pericolose solo dove noi abbiamo smesso di prendercene cura come nei campi abbandonati, tra le costruzioni mai finite, lungo i margini non curati delle strade, nei boschi squassati dagli incendi. Volete un esempio dei loro paesaggi prediletti, del degrado che nascondono e della nuova bellezza che disegnano? Andate a visitare al Villino Florio, nell’ambito dei collaterals di Manifesta12, la mostra fotografica di Margherita Bianca.

Ne troverete quattro: l’ailanto che in meno di due secoli è diventato l’albero più diffuso in città, negli spazi che sfuggono a continua attenzione fino a diventare simbolo del paesaggio palermitano. Chi metterebbe in discussione, per esempio, l’ailanto che cresce nel cortile dello Spasimo? La parkinsonia con le sottili foglie e i fiorellini gialli che viene voglia di piantarla in giardino e se non lo si fa ci arriva da sola. 

La minacciosa boerhavia, piccola e apparentemente innocua ma pronta a usare animali, scarpe e pantaloni per invadere la città come pare stia facendo e in soli dieci anni. Ma soprattutto il pennisetum che cresce in ciuffi eleganti che terminano, tra marzo e settembre in fiori pupurei e che altrove è impiegato nei giardini contemporanei a comporre bordure e piccole praterie.

Non lo fate in Sicilia, non fate come l’Orto Botanico degli anni Trenta del secolo scorso che lo importò, ignaro della sua adattabilità agli ambienti aridi, come potenziale pianta da foraggio, lo valorizzò come ornamentale ma diede il via a una diffusione massiccia che è evidente lungo strade e autostrade.

Segno dei paesaggi che cambiano, dove manca la cura che è propria dei giardini e dei bordi stradali, ma segno ancor prima della loro necessità di espandersi, cambiare, intrecciarsi con gli altri.

 

Luglio 2018

Sicily, a land of amazing migrant plants

 

By Giuseppe Barbera

Let’s increase the level of fear immediately. Let’s call them by names that seem drawn from science fiction novels, from chronicles of invasions from other worlds, from descriptions of unexplored crannies of virgin forests. Let’s call them alien, allochthonous, migrant. The Americans define them as transformer aliens and as invasive alien species, able to alter or destroy entire ecosystems. But since we are talking about plants, let’s stop a minute the anxiety and look around, here in Sicily, in the Mediterranean area. Do we feel invaded by the Mexican prickly pear? 

The South American jacaranda attacks our streets? Should we be afraid of the Yellow Shamrock coming from South Africa and that has teamed up with the Asians lemons, oranges and tangerines to make our shores tasty, colourful, rich and civilians? And what about the Australian eucalyptus or Japanese loquat? And, if we had a time machine, could someone propose to go back ten thousand years and close our ports to that Syrian or Palestinian migrant which brought the first wheat seeds?

Benighted by fear, victims of nationalism of which history has shown limitations and dangers a thousand times, we should instead learn from the surrounding landscape. We should recognise how, generation after generation, we have welcomed and valued the diversity, the others who came from elsewhere loads of things and new knowledge that would have enriched us. The ecological sciences can help us avoid mistakes and help the integration of new migrants plants, which will always arrive unless you want to block the wind or the birds’ flight.

July 2018

Gattopardo