Palermo, l’ultima meta di Oscar Wilde

di Salvatore Savoia

Quando, nel 1898, Oscar Wilde raggiunse Taormina era già celebre in tutta Europa per le sue opere teatrali ma forse di più per l’eco delle sue trasgressioni e della sua vita libertina. Aveva scelto la Sicilia perché attratto, come altri intellettuali tra cui l’amico Gide, da un’idea mitologica e insieme romantica dell’isola, influenzato dalle antiche suggestioni del Grand Tour, che aveva visto tanti viaggiatori ricchi ed eccentrici ricercare un’Arcadia perduta. Tra essi non mancavano molti “esteti”, per usare l’eufemismo ipocrita di cui parlò Tomasi di Lampedusa a proposito delle allusioni che si facevano sulla loro omosessualità.

Dobbiamo le dettagliate notizie sul soggiorno di Wilde in Sicilia alla corrispondenza con Robert Ross, che si sofferma sulle visite che a Taormina Wilde fece all’atelier del fotografo Barone Von Gloeden, i cui “meravigliosi ragazzi” seminudi turbavano da anni mezza Europa.
A Taormina Wilde pernottò all’Hotel Victoria, un celebre indirizzo di corso Umberto, dove non c’erano camere con bagno; Wilde potè disporre solo di una tinozza, che un gruppo di ragazzotti provvedeva ogni giorno a riempire di acqua di mare, come avevano già fatto per Van Gloeden.
Ma l’ultimo viaggio dello scrittore, nel 1900, fu a Palermo, che in quegli anni si illudeva di essere una sorta di Montecarlo. Il viaggio era stato pagato da Harold Mellor, un ricco e originale inglese omosessuale che sarebbe stato vicino allo scrittore fino alla sua morte.

Nella capitale siciliana Wilde scese all’Hotel Centrale, ai Quattro Canti. Malgrado la sua celebrità, a causa della sua tutt’altro che celata omosessualità e delle accuse di gross indecency per la quale era stato condannato a un biennio di lavori forzati, non fu accolto nei salotti della buona società.
Erano gli anni in cui a Palermo la cultura inglese era rappresentata dai Whitaker, che ospitavano i Reali d’Inghilterra; probabile che in privato in tali ambienti lo scrittore fosse apprezzato; non tanto però da accoglierlo in società. Ogni trasgressione era praticabile, purché con discrezione. Esattamente l’antitesi dello stile di vita di Oscar Wilde.

Lo si vide in quelle giornate di primavera, con i suoi inconfondibili capelli lunghi e lo sguardo languido al Caffè Oreto di piazza Marina – lo stesso dal quale pochi anni dopo Joe Petrosino si sarebbe mosso per l’appuntamento con la morte – osservare curioso la città ma anche i giovani che passavano. E proprio dall’Oreto Wilde scrisse:
“Palermo è la città col panorama più bello del mondo. Però trovo curiosi e strani i suoi abitanti. Stupenda è la vallata situata fra due mari, i boschetti di limoni e i giardini d’aranci così perfetti. Molti ragazzotti hanno volti che sanno di grecità, altri proprio da arabi, sembrano tante sculture che girano a cielo aperto”. A proposito dei monumenti aggiunse: “Da nessuna parte, neppure a Ravenna, ho visto mosaici simili. Nella Cappella Palatina, che dai pavimenti ai soffitti a volta è tutta d’oro, ci si sente come si fosse seduti nel cuore di un enorme nido, guardando gli angeli cantare”.

A Palermo Wilde non resistette alla malia di giovani, popolani e non: in una lettera all’amico Robert Ross, racconta dell’incontro avuto con un seminarista. “A lui ho predetto un cappello cardinalizio – scrisse – e spero che non si dimentichi mai di me, e veramente non credo che mi dimenticherà, perché ogni giorno lo baciavo dietro l’altar maggiore. Altri scambi di baci con un altro giovane dietro un confessionale, non lontano dalle tombe di Ruggero II e di Costanza d’Altavilla. Monreale evidentemente era una delle sue mete preferite: “Ci andavamo spesso in carrozza, essendo i cocchieri ragazzi modellati nel modo più squisito. La razza si vede da loro, non dai cavalli di Sicilia. I favoriti erano Manuele, Francesco e Salvatore. Li amavo tutti, ma ricordo solo Manuele”. Oscar Wilde, dopo il soggiorno palermitano, rientrò a Parigi dove morì  il 30 novembre 1900, all’età di soli 46 anni. Quasi nessuno si fece vedere al funerale.

In compenso, sulla sua tomba, al cimitero parigino di Pére Lachaise, le tracce dei baci di generazioni di suoi appassionati – chissà, forse discendenti di Manuele, Francesco e Salvatore – hanno lasciato segni indelebili sul marmo.

Palermo, the last destination of Oscar Wilde

 

By Salvatore Savoia

When Oscar Wilde arrived in Taormina in 1898, he was already famous all over Europe for his theatre works, but maybe more for the echo of his transgressions. He had chosen Sicily because he was attracted, like other intellectuals, including his friend Gide, by a romantic idea of the island, influenced by the ancient suggestions of Grand Tour. There were many aesthetes too, to quote the hypocritical euphemism Tomasi di Lampedusa used about the hints made about their homosexuality.

We owe the detailed news about Wilde’s stay in Sicily to his correspondence with Robert Ross. But the writer’s last trip was in 1900, in Palermo, that in those years was under the illusion to be a kind of Montecarlo. The trip had been paid by Harold Mellor, a rich and eccentric English homosexual who would stay close to the writer until his death. Despite his fame, because of his far from hidden homosexuality, and the charges of gross indecency for which he had been sentenced to a two-year period of hard labour, he wasn’t welcomed in the best sitting rooms of high society.

It was the time when English culture in Palermo was represented by the Whitaker, who hosted the Royal family; it’s likely that the writer was highly regarded in such spheres in private, but not so much to be welcomed into society. Every transgression was feasible, as long as discretion was used. Exactly the antithesis of the lifestyle of Oscar Wilde. After Palermo, Wilde returned to Paris and died at the age of 46. Almost no one showed up at his funeral.

Quando la Sicilia scoprì la magia del Village

di Salvatore Savoia

Troppe cose da dimenticare, nei primi anni ‘50 in Sicilia. I bombardamenti, le città ancora devastate, la memoria ancora viva di troppe tragedie collettive e private, ma anche la perdita dell’abitudine dei più giovani a godere della propria gioventù, come dovrebbe essere in ogni tempo e a qualunque latitudine. E fu in quel momento che qualcuno in Francia pensò di rinnovare l’antico incanto del mito della Sicilia, certo non più quella del Grand Tour, ma pur sempre l’isola del sole e del mare, attraverso un progetto fortunato che pensò di trascinare sulle spiagge di Sicilia la jeunesse dorée di mezza Europa, ma specialmente i ragazzi di quella Francia, altrettanto fresca di disastri, e che in quegli anni riaggiornava il campionario delle proprie leggende con nuove storie di esistenzialisti e di amori liberi.

Sulle riviste comparivano immagini di ragazzi in espadrillas a bordo delle per noi orrende Deux Chevaux, ed echi di notti sulle spiagge della Costa Azzurra trascorse cantando e lasciandosi andare. Da parte nostra all’incanto di tali miraggi e all’indistruttibile resistenza del mito della douce France aggiungemmo idee di libertinaggio e spregiudicatezza, da noi inimmaginabili in quegli anni, e che contribuirono a fare di questa storia una leggenda ancora viva nei palermitani di almeno settant’anni.

C’era, è vero, e da anni, la sofisticata Taormina delle dive e dei sovrani in vacanza negli alberghi esclusivi, ma essa non si turbò vedendo nascere, non lontano, un altro polo attrattivo, orientato a un target diverso: la Sicilia delle notti folli sul mare, che vide la luce nel 1950 sulle splendide e incontaminate spiagge di Cefalù. E avemmo così la nostra Saint-Tropez.
Già nel nome “Village magique”, inizialmente solo una tendopoli per le lettrici in vacanza del magazine Elle, sulla fascia costiera di Santa Lucia, alle porte di Cefalù, si evocava un’idea di campeggio gioioso assai molto diverso da quanto già visto dalle nostre parti.

Quella collinetta sopraelevata, pochi anni prima sede di una tendopoli militare alleata, apparve ideale a François Tollet, il patron del progetto venuto da Parigi, dominata com’è da una villa patrizia a strapiombo sul mare, utilizzata poi come direzione del villaggio. Nel 1953 si installò a Cefalù la troupe del film “Vacanze d’amore”, diretto da Jean Paul Le Chanois e Francesco Alliata, il geniale principe ideatore della Panaria Film, che lavorò su un soggetto cui avevano collaborato Vittorio De Seta e Vitaliano Brancati. Sul set fra gli altri Walter Chiari, Lucia Bosè e un semisconosciuto Domenico Modugno. E il Magique divenne subito mito, presso la gioventù di Francia e di mezzo mondo.

I cinegiornali dell’epoca trasmisero anche in Italia le immagini dei treni partiti da Parigi carichi di giovani rumorosi che giungevano al Village dopo un viaggio nel quale, a bordo di un’inedita carrozza night, avevano danzato per tutta la notte e tanti amori erano già nati, ancora prima di giungere a destinazione. Pochi anni dopo una piazzola fiorita venne attrezzata dalle Ferrovie dello Stato proprio davanti all’ingresso del Villaggio, dove ancora prima di ogni arrivo mezza Cefalù aspettava “le francesi”. Fu tanto efficace la promozione che già nel 1957 il Patron del Club Mediterranée Gilberto Trigano vi mise gli occhi. E dalle originarie tende si passò ai tucul, che oltre a un po’ di confort moderni, davano al mito quel tanto di esotico che non guastava. Da Palermo non c’era giornata estiva in cui non si muovessero file di Seicento stracolme di ragazzi a caccia delle jeunes filles, ritenute ben più libere delle omologhe di casa. Appena il treno si fermava, ciascuno “sceglieva” la sua BB tra le cento biondine con i cappelli di paglia e i grandi occhiali neri da sole. 

Silenzioso nel corso della giornata, il Magique si risvegliava molto tardi dopo le notti in discoteca intorno al bar Sicilienne. In piena notte, i 1200 giovani che avevano vagato tra il bar e la piscina, cominciavano a sciamare verso il mare, dove, in un nido incastonato tra le rocce a pelo d’acqua c’era pure una discoteca. In quasi cinquecento tucul di paglia vagamente polinesiani, a ciascuno dei quali era dato un nome di fantasia (Dodo, Paradise, Zaza…) si celebrò un gioco collettivo che oggi appare forse incomprensibile. In un’epoca ancora non del tutto caratterizzata dal turismo di massa, pensare però ai 41 mila visitatori giunti nel 1951 e ai 70 mila del 1957 fa comprendere, forse meglio di ogni altra considerazione, che non si trattò di una storia minore.

Oggi una nuova edizione di questo progetto è stata riproposta, in dimensione colossale. Ma sarà difficile che nomi come Zuzu siano affissi sulle porte degli alloggi climatizzati con tanto di idromassaggio e tv satellitare.

When Sicily discovered the magic of the village

 

By Salvatore Savoia

Many things still to forget in Sicily in the first years of the Fifties. Air raids, ravaged cities, the vivid memory of general and private tragedies, the loss of young people‘s habit to enjoy youth, as it should be at any latitude and time. Until someone in France decided to renew the old myth of Sicily, for sure not the Sicily of Grand Tour, but the island of the sun and the sea, thanks to a lucky project to drag on the Sicilian beaches the jeunesse dorée of half of Europe, especially the boys of that France, still fresh from disasters too, with new stories of existentialists and free loves.

Pictures of young people wearing espadrillas on board of the for us horrible Deux Chevaux and echoes of nights on Cote d’Azur beaches spent singing and letting oneself go appeared in magazines. We added ideas of licentiousness and open-mindedness to the undying myth of douce France.

The name itself, Village Magique, recalled an idea of joyful camping very different from what had been seen in our parts before.

Silent during the day, the Village woke up at night with 1200 young people that had wandered between the bar and the swiming pool swarming towards the sea and disco among the rocks.

Poesia e stravaganze in casa Piccolo

di Salvatore Savoia

Tra gli olivi di una collina sopra Capo d’Orlando, è ancora possibile sentire l’odore di una storia speciale, che sa di Gattopardo, certo, e pure di stravaganza o di magia, ma che in realtà costituisce una delle più delicate vicende poetiche del nostro novecento.
Casimiro, Agata e Lucio Piccolo, da quella collina davanti alle isole Eolie, giocarono per tutta la vita, incomprensibili e distaccati dal tempo,nel tentativo di esorcizzare la morte. E la loro storia ci regala ancora suggestioni di rara bellezza. Tutto era cominciato nel primo Novecento, quando i Baroni Piccolo di Calanovella, grossi possidenti dei Nebrodi, fino ad allora non troppo sensibili al richiamo delle sirene della mondanità, si trasferirono nellaPalermo dei Florio, in un bel palazzetto su via Libertà ancora esistente. I legami della famiglia con la grande aristocrazia – Giuseppe Piccolo aveva sposato Teresa Tasca Filangeri di Cutò e una sorella di lei era moglie del Principe di Lampedusa – assicuravano un palco di prima fila alle sorelle Cutò, intelligenti e affascinanti, protagoniste di quella breve stagione fortunata che la città non avrebbe smesso di rimpiangere, insieme a Franca Florio e Giulia Trabia, belle tra le belle.
Tutto cambiò in Casa Piccolo dopo la “fuga” del barone con una ballerina (lo stereotipo delle “consumafamiglie”) e la necessità per la moglie di provare a salvare il salvabile del patrimonio, anche a tutela della propria immagine offesa. Dai primi anni Trenta moglie e figli si isolarono in una elegante villa sui Nebrodi. Autoritaria e volitiva, la baronessa Teresa fu determinante nel forgiare tre figli dai caratteri stravaganti, asociali e pure ricchi di poesia. Fu lei a lottare per risparmiare loro ogni pena per gli affari di famiglia: campieri più o meno devoti assicurarono benessere e distacco dalle noie dell’amministrazione, anche in anni che mettevano a dura prova le grandi proprietà terriere. E durante la guerra, quell’avamposto della solitudine si rivelò un’isola fortunata.
Che vita facessero i “ragazzi” Piccolo, dopo la morte della madre, quando i cordoni della borsa furono tenuti dalla figlia Giovanna, la meno “sulle nuvole” della famiglia, è storia degna di una novella russa dell’Ottocento. Agata Giovanna si dedicò alla casa, ma non solo. Fu un’attenta e raffinata botanica, e si deve a lei se il magnifico giardino della villa divenne quel piccolo orto botanico ma fu anche un originale e raffinata esperta di culinaria. Visse sempre da sola, si dice anche per un amore svanito, dedicandosi prevalentemente ad alleviare, anche negli anni del declino, l’insostenibile leggerezza del vivere dei suoi fratelli. Casimiro, il barone, era in effetti uomo fuori da ogni definizione e logica. Soave ed elegante, del tutto fobico nei contatti fisici, viveva di notte e dormiva di giorno. E proprio vagando di notte costruiva, in compagnia delle figure della sua mitologia personale, fatta di elfi, gnomi e creature della notte, quel mondo magico che seppe raccontare attraverso la fotografia e la pittura, rivelandosi artista vero, originale e moderno. Quanto ai suoi acquarelli “magici”, il loro tessuto si riallaccia al filone delle saghe nordiche e alle favole d’oriente, che Casimiro seppe riambientare in uno strano paesaggio mediterraneo, fatto di olivi e proiettato verso il mare. E infine il più celebre, Lucio. Rivelatosi poeta dopo un imprevisto contatto con Eugenio Montale, ha lasciato opere di poesia originali e piene di suggestioni. La forza quasi pittorica dei suoi versi fuori dal tempo, ma anche l’eco di mille culture e di mille contaminazioni che vi si scorge, ne hanno fatto un isolato ma grande personaggio della cultura del Novecento. Giuseppe Tomasi di Lampedusa godette della compagnia dei suoi cugini, rifugiandosi nella loro villa specie negli anni in cui tutto sembrava crollargli addosso dopo il crollo della casa di famiglia e tante querelleseconomiche e familiari: solo a casa dei “tre mattacchioni” tutto trovava lenimento. In casa Piccolo si passarono notti a disquisire di letteratura insieme a Giuseppe Tomasi, che loro chiamavano “il mostro” per la sua erudizione; in casa Piccolo si parlò del Gattopardo; in casa Piccolo si parlò di dare una continuazione nel tempo a quello squinternato stile di vita. Giuseppe infatti aveva accennato al suo progetto di adozione e i cugini ne rimasero turbati. E loro? Con l’evidente esclusione di Giovanna, sarebbe toccato a Casimiro, cui si fece sommessamente notare l’inevitabilità di un minimo di contatto fisico, ovviamente inimmaginabile. Rimase Lucio, che ebbe poi un figlio da una giovane donna dei Nebrodi: una storia triste che provocò molte amarezze , e soprattutto non impedì già negli anni 70 all’isola triste di Villa Piccolo di chiudere un percorso durato meno di un cinquantennio.
La Fondazione Piccolo di Calanovella, tra le mille difficoltà che condivide con le istituzioni pensate per fare cultura e alle quali si impedisce di farne, custodisce molti oggetti d’arte, fra quelli tipici di una casa patrizia e quelli insoliti raccolti dai suoi speciali abitanti. Fu proprio una estrema intuizione di Casimiro, il più fuori di testa di tutti, a consentire di salvare quest’isola e di trasmetterla alle generazioni future.

Poetry and extravagances in Piccolo house

By Salvatore Savoia

Above Capo d’Orlando Casimiro, Agata Giovanna and Lucio Piccolo played out their lives detached from time. In the early 1900s the Barons Piccolo di Calanovella moved to Palermo. Giuseppe Piccolo’s wife, Teresa Tasca Filangeri Cutò, was sister of Prince of Lampedusa’s wife. After the baron had ran off with a dancer, his wife isolated herself in an villa in the Nebrodi to save the patrimony and protect her image. Her 3 sons were extravagant, asocial, yet poetic. When the mother died, the purse strings passed to her daughter, as in an 1800s Russian novel. Unmarried, botanist and culinary expert, she devoted himself to relieving her brothers’ unbearable lightness of living. Casimiro was hard to pin down: gentle, phobic about physical contact, he lived by night and slept by day. He portrayed elves and dwarves in “magical” watercolours recalling Nordic sagas and Oriental tales. Lucio, the most famous, discovered by Montale, wrote suggestive poems. Tomasi di Lampedusa took refuge with his lunatic cousins after his family house collapsed. In the Piccolo house’s nights they discussed literature with Tomasi about The Leopard, about descent: Tomasi told them about his adoption. As for them, later Lucio had a son by a Nebrodi girl, a bitter story. The Piccolo Foundation preserves many typical and unusual art objects. It was Casimiro’s idea to have this house passed on to future generations.

Quando sullo Stretto arrivò il ferry boat

di Salvatore Savoia

Lo Stretto di Messina, forse più per le leggende che lo circondano che per le correnti marine che ne hanno sempre reso difficile l’attraversamento, è all’origine del mito dell’insularità siciliana, una vera e propria condanna biblica che avvolge immancabilmente ogni discorso sulla Sicilia. “La terribile insularità d’animo”, è così che la definì Lampedusa. Avremmo potuto viverla come l’altra grande isola d’Europa, l’Inghilterra, che ne fece però il fulcro della sua possenza: per gli Inglesi, erano gli altri, quelli sul continente, a doversi considerare un’appendice. Noi preferimmo sempre farne una lamentela.
Ancora fino all’Ottocento, quel breve tratto di mare si attraversava con piccoli scafi a vela. Per le merci o per i rari viaggi dei privati si preferiva la rotta verso Napoli, anche perché il vero dramma del Sud, in Sicilia come in Calabria, erano le strade, poco più che delle trazzere insicure.
Solo dopo la creazione dello stato unitario si cominciò ad avviare nell’Isola un lento piano di costruzioni ferroviarie (la prima microscopica tratta, da Palermo a Bagheria, risale al 1863) fino a realizzare, ma solo nell’ultimo quarto del secolo, una piccola rete, più o meno contemporaneamente a quanto avvenne in Calabria. Solo a quel punto si ritenne che avesse un senso pensare a un sistema per collegare direttamente le due sponde.
Ed è proprio in quell’ultimo Ottocento che fiorirono mille progetti per la creazione di un ponte e persino per la realizzazione di un tunnel sottomarino, idea che in quel momento pareva più che altro uscita da un romanzo di Verne. Nella realtà dei fatti, accantonate entrambe le proposte – e già eravamo alla fine del 1893 – fu affidata alla nuova Società per le Strade Ferrate di Sicilia una Concessione per la navigazione a vapore attraverso lo stretto, con due corse di traghetto al giorno tra Messina e Reggio Calabria, e altre due per Villa San Giovanni, la punta calabrese più vicina alla Sicilia. Nel 1896 entrarono in servizio due ferry-boats con azionamento a pale e motore a vapore, su progetto dall’ingegnere Antonino Calabretta.
Le due navi-traghetto vennero battezzate con i nomi di “Scilla” e “Cariddi”, due nomi che per generazioni si sarebbero ripetuti tante volte. Ma solo alle soglie del nuovo secolo, nel novembre del 1899, si potè parlare di un vero servizio di traghettamento delle merci tra Messina e Reggio Calabria, mentre si dovette attendere il 1901 perché le prime due carrozze pullman del treno direttissimo Roma-Siracusa fossero imbarcate su un ferry boat, espressione elegante che cominciò a circolare. Iniziava il turismo, sia pure limitato a una ristretta élite. Il successo dell’iniziativa fu talmente grande da indurre nel 1903 la Società ad ampliare la piccola flotta.
Quasi contemporaneamente lo Stato riscattò le ferrovie della penisola, che divennero pubbliche, sotto il logo delle FF.SS. Da quel momento si può parlare di un servizio pubblico regolare, che comprendeva anche alcune vetture-letto della prestigiosa Società Wagons Lits, iniziando la navigazione notturna e il trasporto su navi traghetto di grandi dimensioni e con propulsione a elica. Ma scoppiò la guerra, e oltre alla contrazione dei passeggeri, i mari divennero meno sicuri: nel 1917 il traghetto Scilla affondò in porto in seguito all’urto contro una mina austro-ungarica. Il ventennio fascista vide un sensibile incremento del numero e della stazza delle navi, ormai capaci di imbarcare un treno viaggiatori completo di quattordici carrozze; anche i motori contavano su un tipo di propulsione all’avanguardia, con motori diesel-elettrici che le resero nel settore le più grandi e veloci d’Europa.
Negli anni Trenta furono modernizzate le invasature dei porti di entrambe le sponde, e si iniziò a consentire il traghettamento di autoveicoli: già dal primo anno di esercizio ne transitarono a bordo oltre 3.500. In conseguenza del mutato carattere del servizio, apparve necessario ridisegnare in quegli anni una nuova stazione marittimo-ferroviaria a Messina, un’opera perfettamente in linea con lo stile dell’Italia fascista, decorata con i mosaici di Michele Cascella. Tutto ciò venne devastato dalle bombe della Seconda Guerra mondiale, che a Messina fu particolarmente violenta sia sulla terraferma che sul mare: la flotta FFSS subì danni terribili per le incursioni nemiche ma anche per l’autoaffondamento che la nostra Marina impose ad alcune unità, poco prima dello sbarco alleato. Per quasi un anno il servizio fu completamente interrotto; sembrò profilarsi l’antico scenario pre-unitario, con il ritorno delle barche dei pescatori per attraversare lo Stretto.
Ma lentamente tutto riprese: nella memoria dei superstiti è ancora viva la vicenda del traghetto Messina, la prima nave a riprendere servizio tra Messina e Reggio Calabria, e che fu soprannominata ‘U iaddinaru (il pollaio) per l’inverosimile numero di viaggiatori stipati come le galline, che conteneva. In pochi anni il traffico ferroviario sullo Stretto superò quello d’anteguerra e crebbe il numero dei treni traghettati per intero, ora anche con le carrozze di classe inferiore, consentendo finalmente un viaggio senza trasbordo tra le stazioni del nord e quelle siciliane. Nella normalizzazione era compreso il poverissimo contrabbando, spesso affidato alle donne calabresi, che si rifornivano di sale dalla Sicilia. Dagli anni Sessanta vi fu la piccola rivoluzione dei traghetti privati e degli aliscafi, fino alla attuale e dolorosa rarefazione dall’orizzonte dello Stretto di quelle magnifiche navi bianche con la bocca semiaperta che avevano trasportato tante generazioni di viaggiatori, compresi tanti emigranti, che vollero fissare l’ultima immagine dell’Isola che si allontanava dal ponte di un traghetto.
La guida delle Ferrovie dello Stato del 1909, dedicata alla Sicilia all’indomani del terremoto, per una volta non si limita a elencare orari e stazioni. Si esprime così, con lirismo insolito: “La traversata dello Stretto è estremamente pittoresca: su di essa aleggia il ricordo della tragica alba del dicembre del 1908, ma l’azzurro del mare ed il verde degli aranci cingono sempre con incantevoli gradazioni e con perenne sorriso quelle terre sì piene di incanti. Dal Faro, presso il leggendario Cariddi, è una serie di colline e di insenature che s’inquadrano fra il cielo di zaffiro ed il mare di smeraldo, che danno specialmente alla levata del sole ed al tramonto, tale tono d’incanto al panorama, per se stesso bello, da far rievocare il Bosforo con i suoi bagliori orientali”.
Un viaggio che è durato meno di un secolo.

When the ferry boat arrived on the channel

By Salvatore Savoia

The channel of Messina is at the origin of the myth of “the terrible insularity of mind”, in Lampedusa’s words. Unlike England, who looks upon the continent as an appendix. Until the 19th century, the strait was crossed by small sailing hulls while the cargo ships headed towards Na- ples because of the uneven and unsafe roads of the South. After the Unification of Italy, a railway plan started in Sicily and Calabria. To connect the two shores, the Company for the Sicilian Railway was empowered for steam navigation. In 1896 two ferry-boats, Scilla and Cariddi, were in service, but only in 1899 a freight service was created, and in 1901 the first train was boarded on a boat. In 1903 the fleet was enlarged; when the Italian railways became public a regular sleeping car service began, transported by propeller-powered ferry- boats. During I World War the passengers decreased and the seas became unsafe: in 1917 Scilla sank due to an Austro-Hungarian mine. During the Fascist period the number and tonnage of ships increased. In the 30s the ports of both shores were mod- ernized for car ferries. The maritime-railway station in Messina was redesigned in fascist style, but was soon devastated by the bombs of the II World War. The service was interrupted. Many remember that the first ship to restart service was called U iaddinaru (the henhouse) for the number of travellers crammed in it. In a few years, the railway traffic on the Strait increased significantly, which allowed the Calabrian women to smuggle salt from Sicily. In the 60s there was the revolution of private ferries and hydrofoils.

E sulla Sicilia si abbattè il castigo del Signore

di Salvatore Savoia

Palermo ammonito, penitente e grato. È questo il titolo di una breve opera del grande storico siciliano Antonino Mongitore, dedicata al violento terremoto che nel settembre del 1726 segnò il volto di Palermo e della costa nord della Sicilia.
Un raro e prezioso piccolo libro, che volle dedicare “all’Augustissima Imperadrice del cielo e della terra, che col validissimo braccio Suo sostenne gli edifici cadenti”, ma soprattutto un geniale documento della cultura barocca in Sicilia, costantemente in bilico fra la descrizione più dettagliata, persino morbosa, di quanto accadde ed una visione degli eventi in chiave punitiva. Questo terremoto – scrive don Antonino – “dee aversi a conto d’ammonizione divina, e non di gastigo, perché mandato da Dio a correger la vita licenziosa de’malviventi, e non a punirli secondo il merito de’peccati, essendo chiarissimo esserne stato cagione lo sdegno divino, non una semplice causa naturale.”
E prosegue così l’implacabile Mongitore raccontando come “alcun tempo prima del terremoto manifestò il Signore a’suoi servi lo sdegno concepito contro la città di Palermo, e che il lusso, le ingiustizie, la libertà , le chiese, e feste profanate e l’abuso della Divina Misericordia, avessero acceso di giusto furore la Divina Maestà”.
Par di vedere la scena che si presentava nelle chiese semidiroccate, sotto la luce tremante delle candele, laddove una folla di anime disperate – quelle salvatesi, e le altre sullo sfondo – si faceva inondare da parole tremende, da ammonizioni orribili, da minacce di cataclismi. Come se, per i più, la vita non fosse già una tragedia e un cataclisma.
Il racconto, pagina dopo pagina più cupo e agghiacciante, ci parla di tale Colonnello Kinter Rott, Regio Castellano, che temette come “da quel prodigioso folgore attaccarsi il fuoco alla polvere di munizione”, fin quando “all’ore quattro della notte meno cinque fu scossa tutta la città da spaventevol terremoto, che agitò con veementissimo dibbattimento non meno il suolo e gli edifici della città”. Il racconto continua impetuoso con la descrizione di case poggianti in parti fangose, con la narrazione di navigli traballanti o affondate nel porto, “dell’urlo disperato degli animali delle campagne vicine che con alti mugiti strepitando si dispersero spaventati”. I danni occorsi ai vari quartieri della città storica, da quello di Santa Cristina a quello di Sant’Agata, da quello di Santa Ninfa a quello di Sant’Oliva, in un continuo e morboso elenco di disgraziati crollati dall’alto di giacigli di fortuna o salvatisi per intercessioni celesti, o perché pentitisi di vite scellerate o perché beneficiari di speciali benedizioni di santi protettori.
Non diversa dovette sembrare, malgrado i tre secoli trascorsi, la scena che nel 1968 si presentò ai soccorritori di un grappolo di paesini dimenticati del Belice, sprofondati una fredda domenica di gennaio in una tragedia che mise a nudo non solo le fragilità del territorio ma soprattutto l’esistenza, malgrado l’arrivo della televisione e dell’automobile, ed a distanza di venticinque anni dalle rovine della guerra, di miserie che in tanti ignoravamo o volevamo ignorare.
La prima scossa, all’ora di pranzo, trovò mezza Sicilia a tavola, qualcuno magari fresco di memorie delle abbuffate di fine anno. Poi, di colpo, il telegiornale – quello che mancò a Mongitore – e ci trovammo tutti trascinati in un film in bianco e nero, con le dolenti immagini di una Sicilia che avevamo dimenticato, quella delle case costruite come si poteva e come si era sempre fatto, quella delle vecchie vestite di nero e dei carretti solo parzialmente soppiantati da qualche Seicento multipla, quella delle grandi Matrici e dei presuntuosi palazzetti di antichi baroni dimenticati. E tutto era venuto giù, ricoprendo di pietre e polvere le storie di tante vite perdutesi tra fragili mura di intonaco bianco, colorate di azzurro solo per proteggersi dalle mosche.
Così la Sicilia dello stereotipo per una volta prevalse su tante illusioni di progresso raccontate dalla politica e con empietà ci fece rientrare in arcaici racconti di dolore ed in resoconti di strazianti recuperi di corpi. In quelle fredde notti di cinquant’anni fa la polvere ed il silenzio – talora scandito da visite ministeriali o dalle utopie di progettisti insani – rapidamente ricoprirono quella vallata, la stessa che era stata solo lambita, pochi anni prima, da vecchi fantasmi gattopardiani, con improbabili sogni, anch’essi, di recuperi di glorie non più utilizzabili.
Leonardo Sciascia si soffermò su Montevago, tra tutti i villaggi il più povero: “Tra i paesi che nella notte dal 14 al 15 gennaio sono stati distrutti dal terremoto, senza dubbio Montevago è quello che più ha colpito il sentimento del mondo ed è diventato simbolo e sinonimo del tragico avvenimento che si è abbattuto su una zona della Sicilia già abbastanza provata dal secolare travaglio della miseria, del sopruso, della violenza. Per tante ragioni: il numero delle vittime principalmente; ma non ultima quella del nome – Montevago – che improvvisamente trovò contrapposizione di atroce ironia nella totale rovina, nel cumulo di macerie che era diventato tomba di cento e più persone. Nessuno, fuori della Sicilia, sapeva dell’esistenza di un paese chiamato Montevago, al confine tra la provincia di Agrigento e quella di Trapani. Paradossalmente, il paese cominciò ad esistere nel momento in cui, sotto la zampata di una belva immane, finiva di esistere”.

The wrath of God struck Sicily

By Salvatore Savoia  

Palermo ammonito, penitente e grato is the title of a short work of the great Sicilian historian Antonino Mongitore, who told the violent earthquake of September 1726 that scarred Palermo’s face and the North coast of Sicily. A rare and precious little book dedicated “to the Sublime Empress of Heaven and Earth who with Her arms supported the tumbledown buildings”. It constantly swings between the most detailed description of what happened and a punitive vision of the events as a God’s admonition to dissolute life. A brilliant document about the Sicilian Baroque culture. Three centuries later in 1968, the scene that met the rescuers must not have been so different. A bunch of forgotten villages of Belice had sunk in a tragedy that laid bare both the fragility of the territory and the existence of the misery that many of us were unaware of, or wanted to ignore. After twenty-five years from the ruins of war. The first tremor found half of Sicily at the table. Then, suddenly the news, and we found ourselves dropped into a black and white film with the painful images of a Sicily we had forgotten. The homes built as they could at the time, the older women dressed in black and the carts only partially superseded by some FIAT 600, the large Mother Churches and the manors of old forgotten Barons. The stereotyped Sicily once prevailed over many illusions of progress narrated by politics.

Quando a Palermo infuriò la sindrome Caflisch

di Salvatore Savoia

Finita in anticipo la guerra, nel 1943, per quanto qualcuno sperasse di ritrovare immutate le belle e buone abitudini di una volta, ci si rese conto velocemente che un certo modo di vivere era scomparso per sempre. E lo choc avvenne quando si videro le jeep alleate scortare al Teatro Massimo, a Palermo, militari di colore e segnorine di dubbia origine, assai diverse dalle antiche frequentatrici.
Per fortuna, a bearci sull’eternità del privilegio di essere panormiti, venne la nuova Regione: ancora prima della Repubblica (che alla maggior parte dei palermitani non era nemmeno piaciuta troppo) questa nuova gigantesca fabbrica di lavoro, di stipendi e di trame parve degna delle nostre glorie: avevamo un Parlamento e dei deputati, una miriade di enti e una schiera di fiammanti auto blu. Cosa chiedere di più?
Cominciarono subito i palazzi spagnoli del centro storico, e subito dopo i condomini altoborghesi circostanti, a essere disprezzati e abbandonati in favore di nuove aree tra via Ruggero Settimo e il Politeama, là dove si godevano confort moderni, e c’erano persino i doppi servizi. Così, quei quartieri per un trentennio dominati da studi professionali, banche, alberghi, grandi pasticcerie, divennero fuori moda, mentre i grandi professionisti e flaneurs cercarono nuovi luoghi di lavoro e di passìo. Dieci anni dopo, tutto si spostò verso le Croci, secondo una precisa procedura: cinquecento metri ogni dieci anni.
Nel dopoguerra la vecchia SAIA (Società Anonima Industria Autobus) aveva messo in giro un buon numero di mezzi, tra bus e filobus. I primi con le “bussole” di legno, i secondi con un’indimenticabile lamina color argento. C’erano, è vero, le macchine private, ma quante erano? I dati del Pubblico Registro Automobilistico del 1956 parlano di quarantatremila auto immatricolate, il che significa che, tra guerre e demolizioni, non più di ventimila erano in circolazione. Numeri risibili.
I palermitani, si sa, sono portati a rimuovere le cose sgradevoli, coprire le macerie e non pensarci più. Grandi entusiasmi quindi dinanzi a miti nuovi, come la Fiera del Mediterraneo, e rapido abbandono delle vecchie abitudini. Con alcune significative eccezioni, spesso legate alla “Dolce Vita” degli anni Cinquanta, dominata dal culto di Caflisch, la “pasticceria svizzera” fondata alla fine dell’Ottocento da Cristiano Caflisch di G.B., fornitore della Real Casa, e poi divisasi in due rami, uno dei quali si distingueva con le iniziali “A.C.”. Le due aziende si ignoravano, anche se sovente avevano punti di vendita vicini, e avevano tifoserie separate e in guerra perenne. Il “mio” Caflisch era quello di Amedeo Donatsch, amico di famiglia e proprietario di pasticcerie in via Maqueda, in via Ruggero Settimo ma soprattutto quel sublime Bar del Viale di via Libertà, ancor oggi citato e rimpianto come simbolo di quella soavità panormita forse vana ma certamente raffinata. Le sue granite, le torte Savoia, gli africani, i cornettini alla crema di burro, i babà, le genovesi, le soavi mariastuarda restino a gloria imperitura di chi ce le ha donate.
Ecco perché in una città come Palermo, si può parlare di una vera Sindrome di Caflisch, un nome che sapeva di Austria e di Belle Epoque, sul quale si è costruito un tormentone come solo noi sappiamo fare. E parlare di Caflisch, significava poi parlare della sua torta Savoia. Al solo nominarla si apriva e si apre un dibattito su quale fosse “quella vera” e quale nient’altro che l’ umiliante scopiazzatura della Sacher.
Ho passato la mia infanzia ascoltando mio nonno litigare con il proprietario di Caflisch sulla dose di ricotta che dovevano contenere le sfincie, per evitare di farle esplodere al primo morso, o sulla scelta fra pistacchi e mandorle alle estremità dell’africano (che mio nonno, lo ammetto, chiamava “fallo etiopico”). Ora mio nonno e il suo amico Amedeo dormono in due cappelle appiccicate al cimitero di Sant’Orsola. C’è chi dice che la notte si sentano gli echi dei loro litigi sulle dosi di burro, cioccolato e scorzette di arancio.

When th Catflisch syndrome raged in Palermo

By Salvatore Savoia 

Palermitans are led to remove unpleasant things, they cover the rubble and forget about it. Great enthusiasm in front of new myths and quick abandonment of old habits. With some important exceptions, often related to the Dolce Vita of the fifties, dominated by the cult of Caflisch, the Swiss confectionery, founded at the end of the XIX century by Cristiano Caflisch di G.B., Royal House supplier. It then split into two branches, one of which identified by the initials A.C. They ignored each other, although they often had nearby shops, had separate supporters and were at perpetual war. ‘My’ Caflisch was the one by Amedeo Donatsch, a family friend, who owned the confectioner’s shops in via Maqueda and via Ruggero Settimo, and mostly that Bar del Viale in Via Libertà which today many still name and miss, symbol of that Panormita gentleness, perhaps vain, but certainly refined. Its crushed-ice drinks, the Savoia cake, the africani, the butter cream cornettini, the babà, the genovesi, the soft ‘mariasturda’ remain in everlasting glory of those who has given them to us. This is why in a city like Palermo one can speak of a true Caflisch syndrome, a name that recalled Austria and Belle Epoque. Speaking of Caflisch meant speaking of its Savoia cake. Just naming it opened and still opens intese debate over which one was the true one, and which only an humiliating copy of the Sacher cake.

Palermo crocevia di spie e misteri

di Salvatore Savoia

Sarebbe stato l’ultimo inverno di guerra, quello del 1918. Palermo, come del resto la maggior parte delle città italiane non mostrava grosse tracce del conflitto ma il clima era teso per le privazioni ed i lutti diffusi. In Europa si respirava un’atmosfera di intrighi e di spie, immaginate nel loro torbido peregrinare su treni notturni fra Parigi, Berlino e la temibile Pietrogrado. Una di queste figure di avventuriere, la mitica Mata Hari che anni dopo Greta Garbo avrebbe eternato sullo schermo, era passata pure da Palermo nel 1913. Solo una rapida esibizione nel modesto Trianon anche se i giornali locali riferirono che la celebre ballerina fu “applaudita lungamente ed entusiasticamente nella danza indiana di Wishnu ed in quella spagnola dell’Habanera”. Perché una delle protagoniste del varieté international si fosse adattata ad esibirsi in quel locale di second’ordine, è rimasto incomprensibile. Il Trianon era di proprietà di Ignazio Florio, che avrebbe potuto fare scritturare la celebre ballerina al teatro Massimo, come aveva fatto con Lina Cavalieri che non era certo una stella di prima grandezza della lirica. Leonardo Sciascia ha pensato che forse Mata Hari fosse venuta a Palermo su pressione di qualche barone di provincia, uno di quelli che si rovinavano con orchidee, gioielli e promesse di ingaggi pur di farsi vedere con la divina del momento, e qualcuno ancora più matto era disposto a subire le maledizioni familiari sposandone una. E se Mata Hari fosse invece venuta in Sicilia perché incaricata di una missione segreta a Palermo? D’altra parte – osservò Marcello Benfante – perché mai il celebre Alfred Dreyfus, assolto dall’accusa di spionaggio si era spinto qualche anno prima a Palermo? Sì, è possibile che volesse ritemprarsi al sole di Sicilia, ma è certo che appena rientrato a Parigi, si salvò per puro caso da un attentato. Suggestioni en noir, belle donne, spie temibili e agenti dediti al doppio o al triplo gioco.
A Palermo ancora, sei mesi prima dell’entrata in guerra, si era visto pure Cesare Battisti – quello vero, quello eroico – che sarebbe stato poi ucciso come traditore dagli austriaci. Perché era qui? Ancora un tassello di un mosaico forse troppo fantasioso. Ma è un’altra la storia di spionaggi veri o falsi che ha dell’incredibile. Nel pomeriggio del 31 gennaio 1918 un sommergibile tedesco entrò nella rada palermitana, emergendo tra le barche da pesca. Tesa una vela per mimetizzare il periscopio, sparò pezzi d’artiglieria sulla Chimica Arenella, prima colpendo per sbaglio il Monte Pellegrino, e poi centrando una palazzina e la ciminiera di mattoni. A quel punto le batterie italiane del porto messe all’erta risposero al fuoco, ma il sottomarino era già sparito. Ci furono dei morti, ma nessuna notizia fu riportata dalla stampa, forse per la figuraccia che ci faceva la nostra marina, che aveva permesso ad un mezzo nemico di entrare indisturbato in città. Del resto la presenza di una industria appartenente ad una nazione nemica aveva sempre creato sospetti di intrighi. La Fabbrica Chimica Italiana Goldenberg, opportunamente rinominata Chimica Arenella, produceva dal 1913 acido citrico e acido solforico, in quel nuovo stabilimento divenuto florido proprio con la crescita in guerra della domanda di quel disinfettante prezioso. Si disse pure che l’attacco tedesco del gennaio 1918 confermava che all’Arenella non c’era niente di segreto. Niente spie, quindi? Meglio l’altra versione che parlò di un errore del comandante del sottomarino.
Nel chiostro di San Domenico a Palermo una lapide in marmo è dedicata ai Soci caduti in guerra. L’epigrafista si rivolge loro con un’espressione insolita: “Voi che gettaste la dolce vita”. Un’espressione che più tardi sarebbe stata usata, grazie al genio di Fellini, per raccontare un’altra Italia che provava a far a meno di lapidi.

Palermo, a crossroads of spies and mysteries

By Salvatore Savoia

1918. Although Palermo had not been much affected by war the general mood was that of grief. Intrigue was in the air in Europe. Mata Hari danced in Palermo in 1913. According to Sciascia she had been invited by a baron. What if she had come for a secret mission? Why had Dreyfus, acquitted of espionage charge, been there a few years before? Why had the hero Cesare Battisti been there before the war? Parts of a thrilling, fanciful mosaic. Here is a really mysterious spy story: in January 1918 a German submarine fired on the Goldenberg, a German chemical factory, from Palermo bay. No news about it in the press. Actually an industry of an enemy nation was suspicious in itself, but that attack seemed to confirm that the factory had no secrets. According to another version, it was a mistake of the submarine commander. A plaque in memory of the factory members fallen in war, in the cloister of San Domenico, says: “You who gave up on sweet life”, Dolce vita years before Fellini used the term.

Gattopardo