L’Ucciardone che non ti aspetti 0

La falegnameria, l’orto, la sartoria e i corsi di teatro: i detenuti del carcere di Palermo, con l’aiuto di un gruppo di imprenditori, stanno cercando nuove vie di riscatto e cambiamento. Presto anche un ristorante aperto alla città

di Laura Anello
Fotografie di Tullio Puglia

C’è un mondo – fatto di speranza, di bellezza, di produttività – dietro il portone di questo colosso borbonico che rappresenta un pezzo di storia della Sicilia. Il tempo di varcarlo, di lasciare il documento al primo controllo di sicurezza, di entrare nel cortile dove dal 1934 veglia una madonnina portata qui dal vecchio carcere della Vicaria, di superare il secondo varco lasciando il cellulare e la connessione con quel che c’è fuori, e questo mondo appare. Sorprendente, inatteso, capace di ribaltare paradigmi mentali, pregiudizi, certezze consolidate.
Sì, perché questo penitenziario che è stato luogo dell’epopea mafiosa, dal caffè avvelenato di Gaspare Pisciotta allo champagne con cui i boss brindavano ai delitti eccellenti, oggi è un istituto che brulica di attività imprenditoriali, artistiche, sociali. Lontani i tempi delle vestaglie di seta del “Grand Hotel Ucciardone”, quando i vecchi boss (e ne sono passati tanti, qui, da Michele Greco a Tommaso Buscetta, da Pippo Calò a Francesco Madonia) venivano serviti e riveriti dagli agenti penitenziari che facevano a gara per soddisfare ogni loro desiderio, anche le aragoste portate ancora vive dal porticciolo dell’Arenella.
Adesso, al contrario, per singolare contrappasso, è in queste celle che si producono pasta, ortaggi biologici, e presto prelibatezze da offrire nei catering delle feste all’esterno. È qui che i detenuti diventano attori con Lollo Franco, fanno prove di coro con un progetto del Teatro Massimo che si chiama “Il mio canto libero”, realizzano sgabelli che sembrano usciti da un atelier di Dolce e Gabbana, con un più di verità e di vissuto. È qui che a breve aprirà un pub-ristorante aperto alla città, esito di un progetto chiamato “Cella 26”, citazione da umorismo noir del luogo dell’omicidio di Pisciotta, il luogotenente di Salvatore Giuliano messo a tacere con i suoi segreti il 9 aprile del 1954. Un locale all’interno della cinta muraria al quale si accederà autonomamente attraverso il portone che conduce agli appartamenti del direttore, da tempo inutilizzati. E non lontani proprio dalla cella 26 del celebre avvelenamento e di una canzoncina di Pino Caruso: “Venga a prendere un caffè da noi”. Una delle attività che, nate per rieducare e per inserire al lavoro, stanno assumendo i contorni di attività imprenditoriali strutturate e innovative. Già, gli imprenditori investono sull’Ucciardone, complici gli sgravi contributivi e fiscali concessi a chi assume detenuti.

Siamo andati a scoprirle e a documentarle, queste attività, superando cancelli e garitte, grazie a un’autorizzazione speciale del Dap (il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia) e alla disponibilità del direttore Rita Barbera, il motore che sta dietro alla “rivoluzione Ucciardone” e che da sette anni, dopo avere cambiato volto all’altro carcere della città – il Pagliarelli – governa questa complessa macchina fatta di dolore e di speranza che ormai accoglie soltanto i “definitivi”, non più quelli in attesa di giudizio. È lei, insieme con il capo dell’area educativa Nunzio Brugognone, a condurre tra cortili e alberi secolari nel cuore del cambiamento, in quella quinta sezione che un tempo si credeva abitata da fantasmi e che adesso – ristrutturata sotto l’egida della soprintendenza ai beni culturali con mattoni a vista e travi originali – non ospita più detenuti ma è stata trasformata nel polo didattico che alterna, su tre piani, aule, biblioteche, laboratori, il pastificio.

È al traguardo anche una sartoria artigianale – dice il direttore – dove i detenuti metteranno a frutto il loro percorso di formazione su tecniche tradizionali, fatto con la sartoria Miracula di San Marco d’Alunzio”. Un’impresa che, partita dal paesino sui Nebrodi, ha costruito una costellazione di laboratori in tutto il comprensorio e oggi ha 280 dipendenti diretti, ottocento nell’indotto, un fatturato di sedici milioni di euro, tra i clienti le maggiori case di moda italiana per cui produce 250 mila capi all’annoIntanto al primo piano è partito il pastificio, esito di un altro progetto di formazione dal nome ironico, che si chiama “Mani in pasta”. Un gruppo di detenuti in divisa azzurra producono rigatoni, penne, casarecce – farina di grano antico perciasacchi – che portano il marchio Ucciardone e l’idea imprenditoriale di Mimmo Giglio e del figlio Giuseppe, che ha catalizzato l’interesse di Slow Food e si è impegnato a commercializzare il prodotto anche all’estero. Al piano superiore i detenuti-artigiani sono al lavoro per decorare sgabelli e armadi con le tecniche da vecchi pingitori di carretti siciliani e i repertori tradizionali di paladini e belle angeliche, liberamente interpretati.

“Sono gli sgabelli in dotazione ai carcerati che abbiamo recuperato in questo carcere – spiega Vincenzo Merlo, professore ed esperto di decorazioni tradizionali, che li segue in quella che è un’attività inserita nelle normali ore scolastiche – ogni pezzo porta con sé il vissuto di chi ci si è seduto, potrebbe essere stato Totò Riina o un detenuto comune, e questo dà un grande valore aggiunto”. Mostra i colori, solo quelli primari, che i detenuti hanno imparato a mescolare con esiti a volte di grande valore. Ci sono le panche, ci sono gli stipi, gli armadi: è tutto di recupero, anche se si stenta a crederlo mettendo a confronto gli anonimi arredi del “prima” e le opere d’arte del “dopo”. Uno sgabello è stato donato al Papa. Gli autori sono ancora studenti, ma l’idea è di realizzare un progetto imprenditoriale anche da questa esperienza. Lui, Merlo, è al lavoro per realizzare un grande plastico del penitenziario, che ha studiato recuperando vecchi documenti e materiale d’archivio: “I primi detenuti arrivarono nel 1842 dal vecchio carcere della Vicaria quando l’Ucciardone era ancora in costruzione – spiega – ma già dieci anni prima, nel 1830, c’era stato il cedimento che cambiò drasticamente il progetto”.

Mostra il corpo centrale, circolare, di parecchi metri più basso da un lato. “Da qui dovevano dipartirsi a raggiera tutte le sezioni, con una concezione cosiddetta panottica che avrebbe consentito un controllo centralizzato – aggiunge – ma lo smottamento rivelò la presenza del fiume Passo di Rigano nel sottosuolo e, dopo la costruzione delle prime tre, costrinse a spostare più in là le altre sezioni, che sono infatti separate dal corpo centrale”. Del progetto originario sono rimaste soltanto la prima (ora trasformata in caserma per la polizia penitenziaria, guidata da Michelangelo Aiello), la seconda (per i detenuti a regime aperto) e la terza (dove si trova il teatro e dove le celle sono in ristrutturazione). Più in là c’è la quarta, dove sono reclusi i detenuti che lavorano, all’interno o all’esterno. Ma bisogna superare un arco e un altro robusto muraglione per raggiungere il cortile dove prospettano la quinta (quella oggi didattica), la sesta (in ristrutturazione), la storica settima (un tempo regno dei boss e adesso dei “comuni”), l’ottava (la più tradizionale e “calda”, con la vecchia struttura a ballatoio), la nona, un tempo di alta sicurezza, ora dei cosiddetti protetti, cioè detenuti che non possono mescolarsi agli altri: provengono dalle forze dell’ordine o sono accusati di reati sessuali o contro i minorenni. “Intoccabili” nelle logiche carcerarie.

Un mondo fatto complessivamente da 458 detenuti, ottanta dei quali extracomunitari – “uomini che vivono nel terrore dell’estradizione”, racconta il direttore – e sessanta tossicodipendenti seguiti da un servizio del Sert presente in pianta stabile.
Sono proprio i “protetti” a raccogliere, sotto un cielo color carta da zucchero, i cavolfiori e le prime fragole dai sei ettari di orto. Un altro progetto imprenditoriale nato dietro le sbarre e anche questo con un nome ironico: si chiama “Coltivati al fresco” e vede all’opera la cooperativa In & Out. “Dal 2008 al 2016 – dice il presidente, Costantino Bivona – abbiamo condotto corsi di formazione professionale di orticultura e di cucina, i prodotti non potevano essere venduti perché realizzati con fondi pubblici e allora venivano regalati ai detenuti, ogni settimana si sorteggiavano due sezioni. Con i tagli alla formazione professionale, abbiamo voluto cogliere la sfida imprenditoriale e avviato la cooperativa”. Nel baracchino allestito all’aperto, ricolmo di frutta e verdura, c’è una coda di educatori e poliziotti.


“In questo momento i nostri clienti sono la popolazione del carcere, ma presto contiamo di vendere anche all’esterno – spiega il presidente – e, superata la fase di start up, ci siamo impegnati ad assumere due detenuti, che per ora sono volontari. Coltiviamo ortaggi a rotazione, a seconda delle stagioni. Per ora fave, melanzane, zucchine, pomodori, peperoni”. Nella serra ci sono le fragole e alcune magnifiche piante di papaya, alle spalle di un’altra sezione un piccolo agrumeto da un ettaro, qualche nespolo e qualche albicocco. I detenuti al lavoro si chiamano Valerio, Giuseppe, Salvatore, Leonardo, Patrizio, Gaetano, Vincenzo. Sono impegnati per quattro ore al giorno, dal lunedì al venerdì. Spalano, seminano, portano carriole, badano al pozzo, raccolgono.
“I ‘protetti’ sono i più motivati – dice Nunzio Brugognone – hanno una grande voglia di rivalsa e di riscatto”. Da qui ne passano di storie. C’è un detenuto accusato dall’ex fidanzata di violenze, lo hanno arrestato che si era appena sposato e aspettava un figlio, una vita normale da ragioniere in un’azienda, lui giura di essere innocente, vittima di una vendetta sentimentale. Ha chiesto la revisione del processo. Un altro, denunciato dalla figlia, adesso riceve lettere in cui lei gli scrive di avere mentito sobillata da altri parenti. “Anche lui spera”, raccontano. Non lontano c’è l’area verde, il giardino dove i detenuti possono incontrare i loro figli: “Non dimenticherò mai – racconta Brugognone – quella volta che un detenuto chiese il permesso di presentarsi al colloquio vestito da cuoco, aveva detto al figlio che lavorava qui alle cucine. Quando il bambino l’ha visto è rimasto senza parole, con lo sguardo pieno di orgoglio. Ci siamo commossi tutti”.

Storie, queste come mille altre, che sono materia viva per Lollo Franco, il regista teatrale veterano del teatro nelle carceri, qui al lavoro senza alcun finanziamento pubblico. “Diamo un’occasione di riscatto autentico – dice – diffondendo cultura che è speranza, valore, coscienza di se stessi. La cultura può fare capire che la violenza non serve, può fare capire che una donna va trattata bene anzi di più. Non lavoro con gente che ha uno-due anni da scontare, non ha senso, ma con ragazzi che devono fare un bel pezzo di strada dietro le sbarre, perché fare teatro richiede fatica, lavoro, tempo. E qui il teatro riassume il senso autentico, quello degli antichi Greci, il senso della catarsi”.
Nel suo percorso ha trovato talenti veri, “come Silvestre Lo Re, detto micione, perché quando aveva quattro anni, mentre giocava con altri bambini in strada nel quartiere di Borgo Vecchio, rimase chiuso per ore in un cassonetto della spazzatura e quando lo ritrovarono schizzò via come un gatto. O come Alessio Gigante, catanese, che nella Via Crucis che mettiamo in scena a Pasqua ha fatto un Giovanni di bellezza michelangiolesca, o come Giovannone, che canta le canzoni di Capossela e ha il ritmo nel sangue”. Vederli in scena a provare è emozione pura.
Rita Barbera li guarda con soddisfazione mista a realismo. “Il cambiamento è quello che cerchiamo pervicacemente con tutte queste attività – dice – ma non illudiamoci, il cambiamento è un parolone, e non è cosa facile da raggiungere, soprattutto in un contesto in cui la libertà è condizionata. Io punto sui giovani, bisogna coltivare la speranza per loro. Anche qui”.

Aprile 2018

All another Ucciardone

Farming, carpentry, tailoring, theatre: the inmates of Palermo prison are looking for new ways of redemption and change

by Laura Anello
photos Tullio Puglia

There is a world of hope, beauty and productivity behind the door of this Bourbon building. You pass the first and the second security check and this unexpected world appears. In the place where Pisciotta had his poisoned coffee and the bosses Greco, Buscetta, Calò, Madonia, had champagne and lobsters, now convicts produce pasta and vegetables, act, sing, decorate furniture. Soon a pub-restaurant will be opened. Many activities designed to re-educate are becoming good investments thanks also to tax reductions. We meet director Rita Barbera, promoter of the “Ucciardone revolution”, and the head of the educational area Nunzio Brugognone. A section has been turned into an educational centre with classrooms, libraries, labs, a pasta factory. “Soon there will also be an artisan tailoring thanks to Miracula’s tailor courses” she says. In the Mani in pasta factory inmates produce pasta with the Ucciardone brand: an idea by Mimmo Giglio approved by Slow Food. Upstairs, inmates-craftsmen decorate stools and cupboards with paladins and ladies as in Sicilian carts. “Shabby furniture in use here is turned into works of art” says professor Vincenzo Merlo, decoration expert. A stool was donated to the Pope. Another business is to be realised.

Merlo is also working on a model of the prison: “The first convicts arrived in 1842. In 1830 the project had changed drastically after a landslide due to an underground river. The central circular building is lower on one side”. In the first section are now the barracks, the second houses the inmates, the third houses a theatre, in the fourth the inmates-workers live. Through an arch and a wall you reach the fifth, the lab, the sixth under repair, the seventh once the reign of the bosses, the eighth and then the ninth, which hosts of the so-called “protected” or untouchable, inmates from the armed forces or convicted for sexual crimes or against children. There are 458 inmates, 80 come from outside the EU. 60 drug addicts are followed by a permanent service. The “protected” work in the vegetable garden, another project ironically called Coltivati ​​al fresco (“grown in the can”), with the In&Out cooperative. President Bivona says: “Since 2008 we have held horticulture and cooking classes; then the cooperative was born. Soon we will be able to sell products outside and hire 2 inmates”. There are strawberries and papayas in the greenhouse, a small citrus orchard, medlar and apricot trees. The inmates work 4 hours a day 5 days a week. “The ‘protected’ show a will of redemption” says Brugognone.

Many stories are told from here: an inmate accused of violence by his former girlfriend, arrested when he had just got married, swearing he is innocent; another denounced by his daughter who now writes that she had been instigated. “Once an inmate asked to meet his family in his cook workwear. His child was so proud. We were all moved”.

These stories are inspiring for Lollo Franco, theatrical director, who has been working here for years: “We give them a chance of genuine redemption. Culture is hope, value, conscience, it makes them aware that violence does not work. Here theatre evokes the catharsis of the ancient Greeks”. In his path he also found real talents. Seeing them on stage is touching. Barbera is satisfied, but realistic: “Change is not easy, for people who are not free. But we nurture hope in the young. Even here”.

April 2018

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