Capolavori in corso

Alla scoperta dell’Accademia di Belle arti di Palermo dove si formano gli artisti del futuro. Un luogo carico di fermenti creativi che stanno cambiando la città e alimentano nuove possibilità di lavoro

di Antonella Lombardi

Foto Fondo fotografico Accademia di Palermo

Il fermento da strisciante è diventato contagioso, plasmando quella che era un’energia sotterranea in talento da esporre. E così capita di vedere decine di allievi dell’Accademia di Belle arti di Palermo discutere animatamente, come in una famiglia allargata, di allestimenti e contemporaneo con i loro insegnanti, forti del successo di chi li ha preceduti e di un rinnovato entusiasmo. Perché nell’anno di Manifesta, di Palermo capitale italiana della Cultura, del mecenatismo dei Valsecchi, è questa la fucina che esprime e forma non solo talenti artistici in grado di competere con i loro coetanei europei, ma anche grandi professionisti al lavoro nelle istituzioni e aziende di tutto il mondo: scenografi, fotografi, restauratori, grafici, curatori, scultori, esperti di comunicazione digitale e decoratori. 

Sono loro l’espressione di una dissonanza di cui andare fieri, un esercito di giovani pronti a rompere quel pregiudizio secondo il quale l’arte contemporanea non ha diritto di cittadinanza al Sud, e tanto meno può dare lavoro. Perché al contrario tantissimi di loro scelgono di restare per contribuire al cambiamento del proprio territorio. All’Accademia delle belle arti di Palermo gli allievi hanno gli sguardi avidi di chi vuole imparare, e la serenità di chi ha appagato un sogno che si autoalimenta, come Martina Ricciardi, al terzo anno del corso di didattica dell’Arte: “Le radici sono imprescindibili, anche quando devi confrontarti con il contemporaneo. Qui è tutta una scoperta, e dell’arte siciliana si conosce e pubblica pochissimo”. Una sorpresa per Martina, che ha scelto di fare una ricerca sugli apparati decorativi delle chiese gesuitiche barocche. “Voglio restare qui perché la città sta vivendo uno slancio che offre possibilità di lavoro inedite altrove”. 

Lo conferma anche Silvia Maiuri, originaria di Barcellona Pozzo di Gotto, appassionata di scrittura e ora alle prese con il biennio di specializzazione sugli allestimenti: insieme ad altri suoi compagni ha creato “un collettivo grazie al quale facciamo mostre di artisti emergenti in case private o in locali pubblici, curando allestimento e contenuti. Il sogno è diventare curatori e qui lo stiamo già facendo”. Ne sono convinte anche Claudia Macaione e Manuela Alfieri, che in realtà sognano un lavoro al “Maat di Lisbona o alla Fondazione Prada” ma confessano di aver scoperto, grazie all’Accademia, una serie di gallerie e piccole realtà stimolanti dove le collaborazioni spesso si trasformano in occasioni di lavoro. 

Perché lo sforzo corale che da anni l’Accademia porta avanti  con i suoi docenti è proprio quello di ridurre il gap con il Nord e frenare l’emorragia di talenti. “Gli studenti iscritti l’anno scorso sono stati 1559 – dice il direttore Mario Zito – e c’è un trend di crescita del 10 per cento. Abbiamo un’offerta formativa molto variegata e corsi altamente professionalizzanti, come quelli su grafica e audiovisivo. Abbiamo studenti che oggi lavorano alla Apple di Cupertino o espongono nelle gallerie di tutto il mondo, ma essere artisti oggi è una grande sfida, anche perché bisogna far capire al pubblico e al privato che l’arte non può essere svenduta. Da qui nasce l’idea di retribuire alcuni ragazzi che hanno lavorato al Premio nazionale delle arti con delle borse di studio. È un messaggio per la società: non può esistere arte senza committenza. E la società ha bisogno di creativi”. 

Alcuni esempi li snocciola Agnese Giglia, insegnante di Allestimento degli spazi espositivi:  “Una mia allieva ha allestito qui la mostra di Robert Capa, un altro lavora alla Farm cultural Park di Favara, pochissimi ormai vanno fuori, nessuno per necessità”.

“Al mio arrivo ho trovato un’Accademia in ottime condizioni, sana, sia dal punto di vista economico che artistico e con ottime relazioni con la città – dice il presidente Alberto Coppola Amero d’Aste Stella – Il fatto che gli iscritti siano cresciuti è il segnale di una qualità artistica elevata, non a caso siamo gli unici in Sicilia come Accademia ad avere un corso di restauro che abilita alla professione con un esame di Stato finale e appena cinque iscritti l’anno, molto seguiti. L’humus palermitano è straordinario, spinge a esporre e vivere il territorio; qui stanno accadendo cose che qualche anno fa sembravano inimmaginabili”. 

Tra i corsi più affollati c’è fotografia, con classi che arrivano anche a cinquanta iscritti. Nascono le collaborazioni con il tessuto sociale della città e le sue istituzioni, con partnership che fanno da trampolino di lancio per il lavoro e si traducono in scelte di impegno civico.

È il caso dell’ “utopia felice” realizzata nel quartiere Danisinni dall’insegnante di scenografia Valentina Console. Qui allievi dell’Accademia, abitanti, artisti, Comune e associazioni hanno lavorato insieme a diversi progetti di riqualificazione con collaborazioni con il Teatro Massimo e progetti in fieri con il Teatro Biondo.

“È iniziato tutto dipingendo una parete. Un nostro ex allievo, Marco Mirabile, ha portato l’arte sacra dentro le case degli abitanti, disegnando, su richiesta, la Madonna. Del resto qui la parrocchia è l’unico presidio di un territorio spesso noto per l’assenza di servizi. Ora  invece Danisinni è diventata un’oasi di energie creative.

La connessione tra l’arte e gli abitanti ci ha permesso di realizzare una fattoria sociale con un teatro tenda su un terreno di diecimila metri che era abbandonato e che ci è stato concesso in comodato d’uso, e un museo con una collezione di 104 opere donate da artisti di tutto il mondo. Sono esperienze importanti, che fanno capire ai ragazzi il ruolo delle istituzioni. Un mio allievo l’anno scorso ha lavorato da scenografo al Teatro Massimo per La bella addormentata, un’altra fa le illustrazioni per l’azienda Tasca D’Almerita. Oggi ci sono più chance al Sud”. 

“I nostri corsi sull’audiovisivo sono molto professionalizzanti, per il corso di graphic design riceviamo circa 120 domande, ne accettiamo cinquanta, ma i nostri allievi sono motivati – spiega Fausto Gristina  Il nemico peggiore è l’isolamento, e noi che siamo un’Isola, cerchiamo collaborazioni con Unesco, Palazzo Mirto e altre istituzioni. Una nostra allieva, Sabrina Ciprì, ha realizzato il logo di Palermo Capitale della Cultura. Qui si impara a coltivare una mente curiosa”. Molto successo riscuotono anche il corso del fumetto, introdotto due anni fa, o quello sul fashion design dello stilista Sergio Daricello.

“Abbiamo lavorato a lungo con un gruppo di colleghi per far sì che Palermo potesse diventare un posto dove esprimersi come artisti a 360 gradi – spiega Daniela Bigi – Quando sono arrivata qui da Roma l’idea era che si dovesse fare tanto e l’Accademia era sganciata dalla vita cittadina e dal mondo dell’arte. Ora è una delle migliori d’Italia. Certo, c’è chi ancora fatica a pensare che il Sud possa esprimere un’eccellenza in campo artistico, ma è solo un pregiudizio”.

Ma a preoccupare i docenti, però, è l’assenza di spazi stabili per il contemporaneo. “Abbiamo recuperato la nostra storia e ridotto molto la distanza con il Nord  – spiega Paola Nicita, giornalista e insegnante di Comunicazione e valorizzazione delle collezioni museali –  molti ragazzi hanno avuto modo di collaborare a vari progetti di Manifesta, ma quando questi eventi finiscono, devono rimanere dei luoghi stabili dove poter realizzare dei progetti”. 

Uno di questi è Palazzo Ziino, dove il Comune di Palermo ha affidato all’Accademia di Belle arti la direzione artistica delle attività, trasformando uno spazio espositivo in un cantiere di sperimentazione per i giovani. “Abbiamo fatto una scelta forte, posizionare una sola opera per ambiente che però fosse l’opera, in modo da costringere il giovane artista a dialogare con lo spazio”, spiega Gianna Di Piazza, che insieme ai docenti Daniela Bigi e Toni Romanelli ha condiviso diversi progetti che hanno lasciato un segno. Come la biblioteca, “con un fondo storico importante e testi del ‘600 – racconta Di Piazza – e opere del contemporaneo che l’hanno resa un punto di riferimento aperta al pubblico della città. O l’osservatorio permanente, con il quale offriamo agli allievi la possibilità di capire l’opera, discuterla, perché ci crediamo ancora fermamente e il nostro compito è portare lo studente a  un livello di consapevolezza che gli permetta di inserirsi, come succede, in mostre su tutto il territorio”.

Una missione condivisa da Toni Romanelli, ideatore della collezione “Libri d’artista”, segnalata dal Mibac come una delle più importanti sul territorio e con tre opere che a novembre andranno in mostra a Milano al Binario 21. Romanelli è bolognese, e a Palermo ha scelto di restare “accettando una sede che prima era vista come un esilio. Il libro d’artista rappresenta uno dei luoghi di libertà e intimità assoluta – spiega – e la collezione all’inizio è nata per documentare la presenza dei docenti all’interno dell’Accademia.

Presto però la raccolta si è impreziosita con donazioni di artisti contemporanei e di giovani artisti dell’Accademia, con opere concettuali, dipinti tridimensionali, sculture da sfogliare, archivi di foto, creazioni di gesso, cera e pigmenti.

A Torino 150 opere della collezione sono state esposte all’ Officina della Scrittura, il primo museo al mondo interamente dedicato al Segno e alla Scrittura. La collezione e la biblioteca nascono per la città e questa è un’azione politica legata al tema del dono. Qui ci sono dei diamanti che fanno brillare le nostre azioni e di questo il Meridione deve prendere atto”.

Novembre 2018

Masterpieces in progress

Discovering the Accademia di Belle Arti of Palermo where the artists of the future are educated. A place full of creative excitement that is changing the city and fostering new job opportunities

by Antonella Lombardi

Photo by Fondo fotografico Accademia di Palermo

The excitement has become contagious, moulding an underground energy into a gift to exhibit. And so it happens to see dozens of students of Accademia di Belle arti di Palermo discussing animatedly about organization and contemporaneity with their teachers, confident of the success of those who came before and of a renewed enthusiasm. Because in the year of Manifesta 12, of Palermo Italian capital of culture, of the Valsecchi’s patronage, this is the hothouse that gives voice and educates not only artistic talents able to compete with European students of the same age, but also great professionals working in institutions and companies from all over the world: set designers, digital communication experts and decorators. They are the expression of a dissonance to be proud of, a crowd of young people ready to overcome the prejudice according to which contemporary art has no right of citizenship in the South and least of all can give a job.

On the contrary, many of them choose to stay and contribute to the change of their territory. At the Accademia students have the look of those who are eager to know and the peace of those who have fulfilled a dream that feeds itself, like Martina Ricciardi, in her third year of art teaching course:” Roots are unavoidable when you have to face contemporaneity. Here it’s a continuous discovery and very little is known and published of Sicilian art”. She has chosen to do a reasearch on the decorative set of the baroque Jesuit churches. “I want to stay here because the city is experiencing a momentum that offers unique job opportunities”. Also confirmed by Silvia Maiuri from Barcellona Pozzo di Gotto, who is struggling with the two-year specialization on setting up. With some of her classmates she has created” a collective, thanks to which we mount exhibitions of up-and-coming artists in private homes or public places. Our dream is to become curators, as we are here already”.

Also Claudia Macaione and Manuela Alfieri are convinced of this, although they dream of a job at Maat in Lisbon or at Fondazione Prada, but admit that thanks to the Accademia, they have discovered some galleries, small but very stimulating, where joint efforts often become job opportunities. In fact, the concerted effort that the Accademia has been carrying on for years with its teachers is exactly to reduce the gap with the North and to contain the artists drain.”The students enrolled last year were 1559 – director Mario Zito says – and there’s a growth trend of 10 percent. Our training offer is very varied with highly professional courses, like the ones on graphics and audiovisual.

Our former students today work at Apple in Cupertino or exhibit in galleries all over the world. Being an artist nowadays is a great challenge, also because it’s necessary to make the public and the private understand that art cannot be sold off. Hence the idea of rewarding some boys who worked for the National Art Prize with a scholarship. It’s a message for society: art cannot exist without commission. And society needs creative people.”

Agnese Giglia, teacher of setting up of exhibition spaces, reels off some examples: “One of my students mounted Robert Capa’s exhibition here, another one works at Farm Cultural Park at Favara; very few now go away, no one out of necessity”. “At my arrival I found the Accademia in excellent conditions, healthy, both from an economic and artistic point of view, and with excellent relations with the city – president Alberto Coppola Amero d’Aste Stella says -. The fact that the number of students of the Accademia has grown is the sign of the high artistic quality; it’s not by chance that we are the ony ones in Sicily to have a restoration course to qualify for the profession with a final state exam and just five students per year who are carefully supervised. Sicilian humus is extraordinary, encourages to exhibit and live the territory; here things are happening that semed unconceivable just a few years ago”. Among the most crowded courses, there’s photography, with classes up to fifty students.

Cooperations with the fabric of the city and the institutions develop with partnerships that are stepping-stones for new jobs and become choices of civil commitment too. It’s the case of the happy utopia made in the Danisinni district by the scenography teacher Valentina Console. Here some students of the Accademia, inhabitants, artists, the Council and some associations have worked together to some projects of upgrading.

“Everything started painting a wall. Marco Mirabile, former student of the Accademia, brought sacred art inside the houses of the inhabitants, drawing a Madonna on request. And today Danisinni has become a true oasis of creative energies”.

November 2018

Quel calabrese moderno che sfidò il potere

A 450 anni dalla nascita un saggio ricostruisce le vicende umane e di studioso di Tommaso Campanella. Un modo per restituirgli il posto tra i grandi del pensiero che gli è stato ingiustamente negato

di Antonella Lombardi

Eretico, anzi, fedele cattolico. Utopista, o forse reazionario. Se c’è un personaggio storico che si è visto affibbiare tutto e il contrario di tutto, è il filosofo Tommaso Campanella, noto ai più come l’autore di un testo, “La città del Sole”, che avrebbe poi ispirato molti teorici e fan delle società comuniste. Errore. Una beffa ulteriore per un calabrese “venuto a diveller l’ignoranza”, eppure vittima, come pochi, di continui fraintendimenti ed equivoci. Lo ha dimostrato Luca Addante, professore associato di Storia moderna all’Università di Torino, che di “sacerdoti del dissenso” ha una certa dimestichezza, avendo ricevuto il premio Federico Chabod dell’Accademia dei Lincei per il libro “Eretici e libertini nel Cinquecento italiano”.

Addante, cosentino, è l’autore del saggio “Tommaso Campanella. Il filosofo, immaginato, interpretato, falsato”, edizioni Laterza, presentato a Torre Camigliati, sede del parco OldCalabria, all’interno degli incontri promossi dalla “Fondazione Napoli 99” di Mirella Barracco, sorta per favorire la conoscenza culturale e ambientale della Calabria. Un testo pubblicato nel 450esimo anniversario della nascita di Campanella a Stilo, terra di ulivi resilienti. Proprio come Campanella, messo all’indice dall’Inquisizione, condannato a oltre trent’anni di carcere e sottoposto a indicibili torture. Restituire quella tensione morale per la verità che lo aveva caratterizzato in vita è l’obiettivo del saggio di Addante. Un compito non semplice, vista la stratificazione secolare di pregiudizi e revisioni sul pensiero del filosofo di Stilo, vittima ante litteram di “fake news”.

Il suo demone è la sete di conoscenza, che spiega come questo umile figlio di un ciabattino finirà poi alla corte di Luigi XIII: “Campanella era un figlio della sua terra, con doti eccezionali e capacità riconosciute sin da bambino, e da quanto ci dicono le fonti del suo tempo uno spirito libero e rivoluzionario fin da giovane – spiega il professore Luca Addante – si è battuto a lungo per un riscatto della sua terra che passasse attraverso la partecipazione dei ceti più umili, credeva nel valore delle donne e in una società dove fondamentale fosse l’istruzione universale. Oggi queste conquiste sono un fatto reale e consolidato dalle democrazie, allora pochi credevano, come Campanella, nella necessità di un affrancamento della plebe. Le condizioni della Calabria di allora erano durissime, soprattutto per chi era condizionato al potere dei baroni e viveva in miseria. Una condizione che, con le dovute differenze, attraversa ancora la Calabria e il Mezzogiorno, anche se oggi la migrazione verso il Nord è di alto livello e riguarda soprattutto laureati. Io stesso sono nato a Cosenza e insegno a Torino. Ma la modernità del pensiero di Campanella è intatta ancora oggi ed è ciò che lo ha reso un classico, capace di parlare al di fuori della propria epoca”.

Eppure la portata rivoluzionaria delle sue idee filosofiche e religiose viene distorta e piegata dalle interpretazioni a uso e consumo della politica lungo i secoli. “Pochi come Campanella sono stati tanto fraintesi – aggiunge Addante – Tra i casi più eclatanti che cito nei miei corsi c’è quello di Nicolò Machiavelli. Ogni volta, infatti, che chiedo ai miei studenti una sua frase, mi sento replicare: ‘Il fine giustifica i mezzi’. Peccato che Machiavelli quella frase non l’abbia mai scritta. Un po’ come l’opera con la quale è stato identificato per decenni Campanella, cioè ‘La città del sole’, sconosciuta fino all’Ottocento e portata in voga dai movimenti socialisti e comunisti che di quella utopia fecero uno dei loro manifesti fondanti.

Eppure era solo l’appendice di un’opera maggiore, intitolata ‘De politica’ con la quale Campanella riteneva di aver “fondato la scienza politica”. Perché della copiosa produzione di questo indomito ribelle calabrese molto ancora è sconosciuto, ma qualcosa faticosamente è emerso: “È incredibile l’uso politico e religioso del pensiero di Campanella che ha fatto strame della realtà storica – prosegue Addante – soltanto a fine Ottocento, grazie agli studi di Luigi Amabile è iniziata una seria storiografia sul suo conto, poi altre ricerche sono state condotte da Giovanni Gentile, Germana Ernst e Luigi Firpo. È stato proprio Gentile a definire Campanella il frutto più maturo del Rinascimento italiano”.

Non potrebbe essere altrimenti per questo Stilese processato quattro volte dall’Inquisizione, che beffa, con fine dissimulazione, pure dopo estenuanti torture. Ribelle e anticonformista fino alla fine, pur di non ritrattare le sue tesi si finge pazzo. “Questo dimostra ancora una volta la finezza del suo pensiero – sorride Addante – perché Campanella sapeva bene che la pazzia, conclamata dai giudici inquisitori, avrebbe invalidato la condanna a morte. Secondo le convinzioni della Corte il reo, pazzo, non sarebbe stato in condizioni di pentirsi, quindi sarebbe finito dritto all’inferno.

Inconcepibile per il tribunale della Chiesa che puntava alla conversione e al ravvedimento del condannato”. Un inganno attestato dal verbale che riporta le sue parole irridenti al boia: “Si pensavano che io fusse coglione”, tremendo scampolo di lucidità che riporta al fool Shakespeariano e a quell’ “Eppur si muove” attribuito a Galileo. Proprio la sua difesa dello scienziato, condannato a morte per la stesi che dimostra l’ipotesi eliocentrica di Copernico, costituisce per Addante una “pietra miliare per la modernità e la conquista dei diritti occidentali: Campanella scrive infatti il celebre pamphlet ‘Apologia pro Galileo’ nel quale difende lo scienziato in nome di un principio oggi consacrato e legittimato dalle Costituzioni moderne: e cioè la libertà di espressione e della ricerca scientifica, al di fuori di ogni dogma. Un urlo di difesa appassionato che rivolge dalla fossa sotterranea in cui la stessa Chiesa anti – Galileo lo aveva confinato, dimostrando un coraggio e un eroismo straordinari”.

Come se non bastasse, nella Calabria – e nell’Italia – del 1600 questo rivoluzionario ante litteram “utilizza spesso in tutte le sue opere la parola ‘merito’ conducendo delle vere battaglie contro l’ereditarietà delle cariche – puntualizza lo studioso Addante – in un momento in cui la società si basava soprattutto sul censo e sull’influenza della nobiltà e dei diritti ereditari. Convinto assertore del merito, Campanella crede poi nella redistribuzione dei carichi di lavoro, nell’istruzione universale e nei diritti per le donne”.

È la sua sete di riscatto per la Calabria contro il dominio spagnolo a causargli, nel 1559, la condanna per ribellione politica ed eresia: “Arrivò ad avere moltissimi seguaci trasversali, tra gente del popolo e i nobili, ma Campanella aveva anche stretto delle alleanze con gruppi di banditi strumentali alla sua causa. Oggi non si può certo pensare a un riscatto della nostra terra alleandosi con la criminalità organizzata, sarebbe antitetico. Ma il coraggio di cambiare le cose di Campanella, quello sì, dovremmo averlo presente, come un memento. Almeno, un tentativo, Campanella seppur pagato a prezzo altissimo, lo fece”. Con un obiettivo più immediato per rendere omaggio a questo padre moderno della libertà: “Restituirgli il posto ingiustamente negato negli ultimi decenni”.

Settembre 2018

The Calabrian philosopher who challenged the authorities

On his 450th anniversary, an essay ranks Tommaso Campanella among the greatest minds. He had been denied it for so long

by Antonella Lombardi

Heretic, faithful Catholic, utopian or perhaps reactionary. If there is a historical figure for and against whom everything has been said, it is the philosopher Tommaso Campanella. He was mainly known as the author of La città del sole, a text that later would have inspired many theorists of the communist society. What a big mistake!

A further insult to a Calabrian “come to root out ignorance”, and yet a victim of constant misunderstandings and equivocations like few others. It has been proved by Luca Addante, Associate Professor of Modern History at the University of Turin, a connoisseur of the priests of dissent, who has been awarded the Federico Chabod by the Accademia dei Lincei for his book Eretici e libertini nel Cinquecento italiano.

He is the author of the essay Tommaso Campanella. Il filosofo, immaginato, interpretato, falsato edit.Laterza. A text published on the 450th anniversary of the birth of Campanella in Stilo, a land of resilient olive trees. Just like him, banned by the Inquisition, sentenced to 30 years in prison and subjected to unspeakable tortures. The goal of the essay is restoring the moral concern for truth that characterised his life. A non-trivial task indeed, given the century-old stratification of prejudices and reviews on his thought.

His demon was his thirst for knowledge which explains how such a humble son of a cobbler would have ended at the Court of Louis XIII: “According to the sources of his time, he was a revolutionary spirit as a young man”, says Professor Addante, “who fought for a ransom of his land through the participation of the humblest. He believed in the value of women and a society where universal education was basic.

The modernity of thought of Campanella is intact, able to still talk well beyond his age”. However, his philosophical and religious ideas have been distorted and interpreted to suit politics over the centuries. Only at the end of the 19th century, Luigi Amabile began serious historiography. Later, other research was conducted by Germana Ernst, Luigi Firpo and Giovanni Gentile, who has defined him as the ripest fruit of Italian Renaissance.” Rebel and nonconformist until the end, he pretended to be crazy rather than recant his theses. He wrote the pamphlet Apologia pro Galileo where defends the scientist in the name of the freedom of expression and scientific research, beyond all dogma. To Addante, his defence of Galilei constitutes a milestone for the conquer of Western rights. His courage in changing the things should be a memento with a more immediate goal: “to give him back the place unfairly denied in recent decades”.

September 2018

Nei segreti della nobile Ibla

La bellezza sinuosa dei palazzi nobiliari, lo splendore del Circolo di conversazione, i profumi dei giardini nascosti. Ragusa mostra con noncuranza la sua eleganza irresistibile

di Antonella Lombardi
Fotografie di Tullio Puglia

“Ibla la nobile” esibisce il suo fascino con la stessa noncuranza di chi sa di essere eterna e irresistibile, forte di un’eleganza cristallizzata e disarmante allo stesso tempo. Il cuore del barocco abita qui, nel centro di quella Ragusa ricostruita interamente dopo il terremoto del 1693 da quei nobili che, a distanza di cinque generazioni, ancora oggi la abitano. L’espressione sorniona dei mascheroni che sorreggono i balconi dei palazzi gentilizi è solo un indizio: tutto qui è maestoso e insieme leggiadro, dietro le ringhiere panciute e le facciate arzigogolate. Lo anticipa il duomo di San Giorgio che si staglia su una prospettiva divergente rispetto all’asse della piazza, in un gioco di quinte teatrali che sorprende il visitatore quando riesce a scorgere la cupola dalla parte opposta del piazzale.

Lo suggerisce la bellezza sinuosa dei palazzi nobiliari che cingono e connotano il centro di Ibla, quasi tutti perfettamente conservati, alcuni con i loro arredi originari che permettono un viaggio a ritroso nel tempo, quando il gusto del collezionismo era orientato allo stupore e all’eleganza, nel senso proprio del termine, quell’ “eligere”, quello scegliere le migliori sete damascate, i dipinti dei più grandi maestri o il gioco da praticare all’esclusivo circolo di conversazione. Perché a Ibla l’aristocrazia siciliana ha sempre avuto il pallino del mecenatismo e così, ancora oggi, i discendenti di quei 18 storici fondatori dell’esclusivo “caffè dei cavalieri”, noto come circolo di conversazione, si prendono cura della sua manutenzione, in un diritto che si perpetua di padre in figlio.

Nato sulla scorta degli ottocenteschi club britannici, sorti con la scoperta del lusso dell’esercizio del tempo libero, il circolo custodisce ancora i documenti originali con le quote in onze versate dai baroni Francesco Arezzo di Donnafugata e Carmelo Arezzo di Trefiletti, dai nobili Pasquale Di Quattro e dal cavaliere Giuseppe Arezzi. Oltrepassata la facciata neoclassica, dentro è tutto un susseguirsi di velluti e broccati rossi, di specchiere dorate e sconfinati saloni delle feste dai soffitti riccamente affrescati. Tutto dentro incita al gioco e all’eleganza, opulenta e leggiadra, teatrale e scherzosa. Come i palazzi nobiliari che dietro il rigore e l’austerità della pietra pece o dell’arenaria riservano sorprese inaspettate.

È il caso di Palazzo Arezzo di Trifiletti che, superata la sobrietà dell’androne, svela la sua vera anima al piano nobile: affacciandosi ai balconi il duomo di San Giorgio appare come incastonato e insolitamente vicino, come limitrofi sono il circolo di conversazione e il palazzo di Donnafugata, poco distante. Tra la cappella di famiglia, il salottino giallo di conversazione riservato ai ricami e alle chiacchiere femminili e le maioliche a tema floreale e dipinte a mano che abbelliscono il pavimento, è un susseguirsi di arredi preziosi oculatamente conservati e stemmi di famiglia. “Arezzo” è il cognome che ricorre nelle dimore storiche ragusane, a testimonianza di un ramo che nei secoli è rimasto il dominus, seppur tra successive intersezioni che hanno impreziosito la storia dell’aristocrazia locale. Le atmosfere perdute del “Gattopardo” volteggiano tra queste mura e nel giardino segreto di Palazzo Arezzo Bertini, che si trova a pochi passi.

È lo stesso Tomasi di Lampedusa a descriverlo con lo sguardo voluttuoso di don Fabrizio: “Da oltre il muro l’agrumeto faceva straripare il sentore di alcova delle prime zagare”. Costruito sull’archetipo della cultura araba, ricorda il giardino persiano arrivato a noi grazie al passaggio degli arabi in Sicilia, una presenza poi diventata costante nei palazzi ottocenteschi siciliani. Le aiuole geometriche e l’impianto razionale del percorso spiegano quell’attribuzione di “giardino per ciechi” assegnata dalle pagine del Gattopardo. La funzionalità qui ha il sopravvento sull’estetica, a partire dalla struttura dei viali, stretti, intimi, votati solo al passaggio dei proprietari e alla raccolta dei frutti, e attraversa perfino la scelta delle essenze: siepi di bosso, ma soprattutto agrumi, spezie, gelsomini e le immancabili rose, protagoniste di ogni giardino che si rispetti. Rose “corrotte”, dall’aroma denso e dalla bellezza quasi oscena, se si torna alla descrizione dei gesti del principe di Salina: “Eccitate prima e rinfrollite poi dai succhi vigorosi e indolenti della terra siciliana… Il principe se ne pose una sotto il naso e gli sembrò di odorare la coscia di una ballerina dell’Opera”.
Piaceri e sorprese di una Belle Époque che ha animato la Sicilia ragusana e che proseguono se si attraversa la strada e si procede verso Palazzo Arezzo di Donnafugata, dimora di città dei nobili Arezzo De Spuches, baroni di Donnafugata. proprietari dell’omonimo castello. Quella era la tenuta originariamente pensata come la residenza di campagna, masseria poi impreziosita dal gusto stravagante del barone Corrado Arezzo De Spuches, con la facciata in stile neogotico, centinaia di stanze con uno stile personalizzato che comprende un appartamento dedicato a un alto prelato della famiglia (la cosiddetta stanza del vescovo), e persino un labirinto nel parco lussureggiante con un ficus le cui foglie potevano essere affrancate e spedite come cartoline postali.

Nel “Gattopardo” la tenuta di Donnafugata era “meta di cocchi scarlatti, verdini, dorati, carichi a quanto sembrava di femmine, bottiglie e violini”. Ma il gusto del collezionismo e il senso di meraviglia che fa lo sguardo incantato ha abitato anche il palazzo di città, opera prima del barone Francesco, poi messo a punto dal figlio Corrado, aristocratico atipico: deputato nel 1848 al parlamento siciliano, poi senatore del regno e regio commissario all’Esposizione di Dublino, è stato un rivoluzionario antiborbonico. Latifondista con l’anima del mecenate, amante della musica, del teatro e delle arti, fa della sua villa uno dei salotti culturali più in voga, senza dimenticare la comunità e l’economia locale, dove la sua attività da filantropo è ancora ricordata.

La facciata del palazzo Arezzo Donnafugata è imponente e dal corso arriva fino a piazza Duomo: fuori lo stile è neoclassico, interrotto dal capriccio lezioso di una “gelosia” in legno, un balconcino coperto che ricorda l’architettura di quelli di Malta e che consentiva alle dame di gettare un’occhiata a chi passeggiava nel corso, senza essere scoperte. Dentro, il gusto per il collezionismo e lo scherzo del barone Corrado, appassionato d’arte, è palpabile in ogni dettaglio. A partire dal teatro realizzato all’interno del palazzo, tra i 14 più piccoli d’Italia, una perla dall’acustica perfetta e tuttora funzionante. Al piano nobile si accede da una maestosa scalinata in marmo cinta da finestroni in vetro colorato. I pavimenti in pietra pece, risorsa tipica iblea, si alternano a quelli in marmo e in calcare, mentre la carta da parati è in seta damascata di maestranze casertane.

Alla terrazza, dove campeggia una splendida voliera per uccelli con la base in pietra pece, si arriva dopo aver superato una teoria di salotti dove trionfano ceramiche di Caltagirone e maioliche giapponesi, ampi tappeti con una parte spugnosa e un’altra a tessitura piatta per consentire il ballo, fino alla collezione della pinacoteca, vanto del barone Corrado e a tema prevalentemente sacro: dalla “Madonna con Bambino” attribuita ad Antonello da Messina o ad allievi della sua scuola, al “San Paolo eremita” di Josè de Ribera detto lo Spagnoletto, dalla “Madonna in trono” del fiammingo Hans Memling all’ “Estasi di San Francesco” attribuita a Bartolomeo Esteban Murillo fino al “Prometeo incatenato” di scuola caravaggesca.

E se il salone delle feste non sarà stato “meta di femmine, bottiglie e violini” come si legge nel Gattopardo, di certo la stampa del tempo riportava il gusto lungimirante e stravagante del barone Corrado: a lui si deve, infatti, un impianto elettrico all’avanguardia, padre degli odierni led, che già nei primi del ‘900 consentiva di animare le serate donando ogni volta ai vestiti un colore diverso durante il ballo. Un’invenzione che scosse i giornali dell’epoca – tuttora preservati dalla cura amorevole degli eredi – al punto da far scrivere di “luci psichedeliche e diavolerie a palazzo”.

Ottobre 2018

The understated charm of the aristocratic Ibla

The sinuous beauty of the noble palaces, the splendour of the conversation club, the fragrance of secret gardens. Ragusa shows its irresistible elegance with nonchalance

by Antonella Lombardi
photos Tullio Puglia

“Ibla the noble” exhibits its charm with the same nonchalance of those who know they are eternal and fascinating. The Baroque style is in the centre of Ragusa, which was rebuilt after an earthquake in 1693 by the nobles who still live here after five generations. The sly expression of the grotesque masks supporting the balconies of the aristocratic palaces is just a hint. Behind the bellied railings and the elaborated façades, everything is both majestic and graceful. Like the Duomo of San Giorgio whose perspective is divergent respect to the axis of the square and surprises visitors when they sight the dome from the opposite side of the square.

Or the sinuous beauty of the palaces surrounding the centre of Ibla, almost all perfectly preserved. They allow a journey through time in that past when the taste of collecting was oriented to the wonder and elegance: the best damask silks, the great masters’ paintings or the exclusive Circolo di Conversazione [Conversation Club]. In Ibla, after all, the Sicilian aristocracy has always had the passion for patronage. Even today, the descendants of the 18 founders of the Caffè dei Cavalieri, known as Circolo di Conservazione, pass the right to its maintenance from father to son. It was founded in the style of the 19th-century British clubs, which had stemmed with the luxury of enjoying the free time. On crossing the threshold of the neoclassical façade, you are welcomed by red velvets and brocades, golden mirrors and an endless succession of ballrooms with richly frescoed ceilings. Everything inside encourages the game and praises elegance, which is opulent and graceful, theatrical and jocular.

Similarly, the aristocratic palaces reserve surprises behind the rigour and austerity of the pitchstone or sandstone. It is the case of Palazzo Arezzo di Trifiletti that, despite the sobriety of hallway, reveals its true soul on the main floor: when you lean out of the balconies, the Duomo of San Giorgio looks like embedded and very close. Then, the family’s chapel, the yellow parlour dedicated to the embroidery and female chattering, and the floral hand-painted majolica tiles embellishing the floor.

It is a series of precious furnishings and coats of arms carefully preserved. “Arezzo” is the surname that has always been the dominus of Ragusa over the centuries, albeit among successive intersections that have made precious the history of the local aristocracy. The lost aura of The Leopard is still within these walls and in the secret garden of Palazzo Arezzo Bertini, just a few steps from it. Tomasi di Lampedusa himself describes it through the luxurious look of don Fabrizio, “from a grove beyond the wall came an erotic waft of early orange-blossom”. Built on the archetype of Arab culture, it is reminiscent of the Persian garden that became a constant presence in the 19th-century palaces.

The geometric flowerbeds and the rational plant of the path explain why it is a “garden for the blind” as labelled in the novel. Here, the functionality is more important than aesthetics, starting from the structure of the narrow, close walks, only devoted to the passage of the owners and the harvesting of fruits. They were even based on the choice of scents: boxwood hedges, but mainly citrus, spices, Jasmine and the roses, always starring in any self-respecting garden. “Corrupt” roses, with dense aroma and almost obscene beauty, as defined by the Prince of Salina: “first stimulated and then enfeebled by the strong if languid pull of Sicilian earth […]. The Prince put one under his nose and seemed to be sniffing the thigh of a dancer.”

Such pleasures and surprises of the Belle Époque, which animated Ragusa, continue towards Palazzo Arezzo di Donnafugata. Originally conceived as the country house estate, it was embellished with the whimsical taste of Baron Corrado Arezzo De Spuches: the neo-Gothic façade, hundreds of rooms, each with its style, a Bishop’s room, and even a labyrinth in the lush park with a huge ficus tree. However, the taste of collecting also inhabited this building in town. The façade of the Palace Arezzo Donnafugata is impressive and stretches up to Piazza Duomo. 

The style is neoclassical, interrupted by a jalousie window, reminiscent of the architecture of Malta. The interiors are imbued with the taste for collecting of Baron Corrado. Starting from the still functioning Theatre built inside the Palace, between the 14 smallest in Italy, the majestic marble staircase surrounded by stained glass windows, the pitchstone, marble and limestone floors, up to the silk damask wallpaper.

You reach the terrace with a gorgeous aviary, after crossing a procession of living rooms full of ceramics from Caltagirone, Japanese majolica, and large carpets. And the art gallery, the pride of the Baron, with paintings, mostly on sacred themes, by Antonello da Messina, José de Ribera, B. Esteban Murillo and Caravaggio’s school.

The press of the time reported on the Baron’s farsighted and extravagant taste: he invented a cutting-edge electrical system to enliven the evenings: “Psychedelic lights and oddities at the Palace”.

October 2018

Il cacio è più buono a cavallo

Viaggio a Ragusa alla scoperta del più grande centro di stagionatura di formaggi del Sud Italia. Qui si producono quarantamila forme di ragusano, un’eccellenza che ci invidiano anche i francesi

di Antonella Lombardi
Fotografie di Tullio Puglia

Entrando nella cella di stagionatura, sembra di essere nella caverna di Ali Babà. Una miniera da cui pendono migliaia di parallelepipedi dorati. Chi ci lavora li chiama i “mattoni della natura”, ma a prima vista sembrano lingotti: lingotti da dodici chili e passa di formaggio ragusano, eccellenza a denominazione d’origine protetta di una campagna siciliana che alterna carrubi e olivi secolari a pascoli naturali. Una ricchezza antichissima, al centro di un commercio fiorente oltre i confini del Regno di Sicilia già nel XIV secolo e oggi prodotto di punta dell’economia casearia dell’Isola.
È a Ragusa, infatti, che ha sede “Progetto natura”, la cooperativa che riunisce oltre 250 aziende del settore lattiero-caseario e che ha il più grande e tecnologico centro di stagionatura del Sud Italia.

“Qui vengono stagionate più di quarantamila forme all’anno di formaggio, diecimila quelle di Ragusano Dop – spiega Salvatore Cascone, direttore di Progetto Natura, diciotto milioni di euro di fatturato di cui sedici derivanti dal latte in cisterna e due dalla commercializzazione dei formaggi –. L’idea della cooperativa è nata per sfuggire allo strapotere dell’industria di trasformazione e per valorizzare il prodotto di ogni singolo socio: l’unione fa la forza, e solo unendo le attività di ciascuno si poteva aumentare il potere contrattuale di questo settore, che è sempre stato debole nei confronti di un’industria aggressiva e oligopolista”.

Una sfida sempre attuale. “Oggi il mercato è globale, e il braccio di ferro sul prezzo del latte è sempre critico: per fare un chilo di formaggio ci vogliono circa dodici litri di latte; se il prezzo del latte diminuisce, si abbassa anche il prezzo del formaggio”. Alimento dalle qualità uniche, frutto di un ecosistema fragile e da tutelare, dato che viene prodotto esclusivamente con latte di vacca ragusana proveniente dall’intero territorio della provincia di Ragusa e dai comuni di Noto, Palazzolo Acreide e Rosolini in provincia di Siracusa. E nel rispetto di un rigido disciplinare che prevede che l’alimentazione bovina si basi sulle essenze spontanee dell’altopiano ibleo. La produzione è legata infatti ai mesi del pascolo, che vanno da novembre a maggio, una tipicità che conferisce quel gusto così peculiare da conquistare anche i mercati esteri. “Abbiamo un paio di clienti che esportano negli Stati Uniti, dove abbiamo portato quasi trecento forme di formaggio, e in Perù. Ma ci sono arrivate richieste anche dal resto d’Europa, come Inghilterra o Francia, Paese leader nella produzione di formaggi che ci ha chiesto quindici tonnellate di Ragusano”.

A guardare i “mattoni d’oro” appesi al soffitto sembra di essere nel caveau di una banca, dove questi parallelepipedi di pasta filata sono legati a coppie da funi e corde di iuta a cavallo di una trave, come attesta l’antico nome “cosacavaddu”, cioè “cacio a cavallo”, un’eccellenza che nel lontano 1955 ha conquistato il riconoscimento di prodotto tipico, nel 1995 la denominazione di origine e, l’anno successivo, quella comunitaria della Dop.
“I caciocavalli semistagionati stazionano qui dai 90 ai 180 giorni, mentre quelli stagionati dai 180 ai 365 giorni – spiega Giovanni Rollo, che sovrintende alla produzione – più aumenta il tempo di stagionatura e più il formaggio diventa piccante. Il più richiesto e venduto è lo stagionato perché viene utilizzato maggiormente nelle nostre pietanze tipiche o come formaggio grattugiato”. Quando le forme arrivano nella zona di carico e scarico del centro di stagionatura vengono subito tracciate con un marchio a fuoco che segna la giornata di ingresso”, una sorta di calendario “vivente” che contempla anche 366 giorni nel caso di anno bisestile.

I “lingotti”, prima di essere marchiati a fuoco dal Corfilac, l’ente di certificazione, vengono esaminati due volte: un controllo chimico misura la percentuale di sale presente, successivamente il controllo visivo verifica se ci sono dei difetti che non consentano l’etichettatura come Ragusano Dop. “In questo caso viene venduto come formaggio tipico ma per la vendita siamo obbligati a eliminare la dicitura Dop precedentemente impressa”, sottolinea Rollo indicando le forme allineate all’ingresso, vicino alle vasche piene di salamoia profonde sette metri dove vengono messe a bagno, un giorno per ogni chilo. Passaggio fondamentale per fare penetrare il sale in modo omogeneo fino al cuore del formaggio.
Fin qui i passaggi obbligati, ma quando questi lingotti dal peso variabile tra dodici e sedici chili ciascuno escono dalla salamoia, solo con l’esperienza e con la bravura dello stagionatore rivelano eventuali imperfezioni.

Mi accorgo se è pronto dal suono”, dice Giovanni Occhipinti, stagionatore del Progetto natura che ha affinato questo talento sin da quando, bambino, a sette anni si alzava all’alba per accompagnare il padre che faceva lo stesso lavoro nei magazzini allora presenti in città. Oggi Giovanni ha tre figlie, una insegna matematica a Cambridge e da lui ha preso lo stesso talento per i calcoli: “Non uso macchinette e calcolatrici, faccio tutto a mente, poi le utilizzo per controllare, gli altri mica lo pensano che a volte quelle macchine sbagliano”, un’attitudine che gli è valsa il soprannome da parte dei soci di Giovanni scienza”.
Negli occhi l’orgoglio per un prodotto del territorio al quale tanti lavorano: “Non avrei potuto fare un altro lavoro – dice – Questa è una produzione di qualità dove è fondamentale il rapporto di fiducia con i fornitori. Se un produttore ha una percentuale superiore al trenta per cento di sue forme che non superano il riconoscimento della Dop non ha alcuna convenienza a farlo, perché sarebbero più i costi dei benefici. Bisogna curare l’allevamento, verificare il mangime, controllare i capi”, osserva.

Certo che di scienza questo signore ragusano ne ha da vendere, in una terra in cui pochi, pochissimi giovani oggi desiderano affiancarlo e imparare quest’arte. “Questo formaggio suona poco bene, la pasta si sarà aperta al centro – spiega, mentre tamburella con le dita su decine di forme intorno annotando suoni diversi – questo forse ha avuto poco sale e ha fermentato di più, questo ha una bolla dentro, questo invece è perfetto”. Un moderno rabdomante? Lui si schermisce. Ma è tra i pochi rimasti a conoscere il linguaggio segreto di questo formaggio.

Aprile 2018

The caciocavallo is better astride

In Ragusa, Nature Project produces over 40,000 Ragusano forms, the classic Sicilian cheese that even the French envy us

by Antonella Lombardi
photos Tullio Puglia

In a maturing cell that looks like Ali Baba’s cave, thousands of golden parallelepipeds hang: 12-16 kg ingots of Ragusano cheese, whose trade flourished as early as the 14th century and now is a Sicilian flagship product. In Ragusa the Nature Project cooperative, joining over 250 farms, with the most advanced maturing centre in Southern Italy, produces more than 40,000 forms per year, 10,000 of which are Ragusano PDO. Salvatore Cascone, director of Nature Project – which has €18 million in turnover, €16 from milk and €2 from cheese – says: “The cooperative was created to escape the excessive power of the dairy industry and to enhance each member’s product: this has strengthened our bargaining power towards an oligopolistic industry.

Milk price is critical: if it decreases, the price of cheese also does”. The Ragusano is produced exclusively with milk from Ragusana cow from Ragusa and surroundings (Noto, Palazzolo Acreide, Rosolini), nourished only with wild herbs. Production runs from November to May. Its peculiar taste also conquers foreign markets: “Our customers export to the USA, Peru, England and even France”.

These “golden bricks” hanging from the ceiling as in a bank vault, bound in pairs by jute ropes on a beam (a cavallo, “astride”), in 1955 were recognised as a Typical Product, in 1995 got the Designation of Origin and then the PDO. “The semi-mature CacioCavallo stays here 90 to 180 days, the mature one 180 to 365” explains Giovanni Rollo, production supervisor “the latter, more spicy, typical of our cuisine, is the most in demand”. The blocks are dated by the certification authority, after a chemical and then a visual inspection. Ingots are soaked in a brine so as to make the salt penetrate to their core.

“I know it is mature from its sound”, says Giovanni Occhipinti, Nature Project curator, who refined his talent as a child with his father. Giovanni Science, as he is nicknamed (one of his 3 daughters, who teaches maths in Cambridge, got his talent for calculations) says proudly: “The relationship of trust with suppliers is crucial. For the producer it is worthwhile to pass the selection for PDO, even if this requires special care in cattle breeding”. Few young people want to learn this art. “This cheese sounds bad, that sounds perfect,” he says as he taps his fingers on the blocks, like a dowser, one of the few who still know the language of cheese.

April 2018

Tutti i colori della Sicilia

A Ragusa Ibla due giovani artisti tramandano l’antica arte della decorazione dei carretti siciliani appresa nelle botteghe degli ultimi maestri. Risultato: un successo internazionale

di Antonella Lombardi
Fotografie di Tullio Puglia

Se persino un fotoreporter come Steve McCurry è rimasto stregato dalla bottega dei pittori di carretti siciliani Biagio Castilletti e Damiano Rotella, al punto da condividere su Instagram la tappa fatta a Ragusa nel febbraio scorso, un motivo c’è. Appena si entra in via dell’Orfanotrofio, nel cuore del centro di Ibla, in questo antro-bottega un tempo magazzino del grano del palazzo Donnafugata con ancora gli anelli appesi al muro per legare cavalli e carretti, poi diventato ebanisteria, si viene trasportati in una dimensione da fiaba, come nel laboratorio di mastro Geppetto, dove ogni arnese, immagine e oggetto pare avere un’anima, tanto è intriso di fatica e amore. Lungo le pareti si stagliano, tra le tracce della polvere residua del legno lavorato in ebanisteria, “pupi” siciliani antichi e recenti, anfore e attrezzi ormai dimenticati, pannelli di carretti, scalpelli, pigmenti puri e foto d’epoca.
Accanto campeggia una Fiat 500 decorata su un fondo rosso acceso con lo stile tipico dei carretti, attestando così la consacrazione del folclore a genere glamour, un varco che si apre ora a nuovi collezionisti d’arte.

“Sarà esposta in un museo dell’arte siciliana nel Messinese insieme ad alcuni carretti, ce l’ha chiesta un cliente”, spiegano i due artigiani, che hanno anche dipinto una bici che è stata fino allo scorso febbraio allo Iamla (Italian American Museum of Los Angeles) in occasione della mostra “The Sicilian cart, History in movement” in partnership con gli stilisti Dolce e Gabbana. Le due firme dell’alta moda hanno anche ideato una collezione di frigoriferi e piccoli elettrodomestici realizzata da Smeg,“Sicily is my love”, dove l’inconfondibile estetica isolana, fatta di colori accesi e ornamenti barocchi, è stata riprodotta dipingendola a mano proprio da Biagio e Damiano, facendo furore allo scorso Salone del mobile.

Eppure la coppia di artigiani pittori, con all’attivo un laboratorio di pittura allestito al resort Verdura di Sciacca per il convegno di Google, non immaginava che un’arte così antica potesse incontrare il favore della moda, un successo che li ha aiutati a impedirne l’estinzione. “Questo era un lavoro che si imparava esclusivamente a bottega, con una trasmissione orale da mastro a garzone, strappando pochi segreti a un’arte custodita con estrema gelosia”, spiega Biagio, classe 1974, un amore che risale all’infanzia a Niscemi, quando il nonno, che il carretto lo guidava, gli faceva fare un giro. Una passione spiata nella bottega di uno degli ultimi mastri carradori, Vincenzo Blanco, che abitava vicino casa sua: “Quando sentivo il rumore degli zoccoli sulla strada, mi attaccavo subito dietro perché vedere quei cavalli bardati di mille colori era per me un vero spettacolo”.
A undici anni realizza il suo giocattolo preferito, una miniatura di carretto, e con l’adolescenza questo interesse non scema, anzi: di fronte alla promessa di ricevere in regalo dal nonno un motorino, Biagio ribatte con la richiesta di un cavallo con carretto, di fronte all’incredulità dei familiari. Alla fine la spunta, ma è l’inizio di una costanza che lo fa notare agli occhi dei carrettieri del paese che iniziano a commissionargli dei lavori di restauro.

Tra i maestri che incrocia c’è Antonio Zappalà a Catania, fino a quando non approda alla bottega di Domenico Di Mauro ad Aci Sant’Antonio, dove conosce Damiano, classe 1984, che si avvicina da garzone a quest’arte in anni diversi. “È stato un incontro casuale – spiega Biagio – con Damiano ci siamo ritrovati dopo tre anni, quando, ricevuta una commissione molto importante, quella di ridipingere un carretto scolpito da uno dei migliori artigiani dell’epoca, mi rendo conto che da solo non ce l’avrei mai fatta”.
Da qui la scelta di coinvolgere Damiano, in un lavoro che dura oltre un anno, e che regala la soddisfazione di un risultato insperato. Nasce allora la scelta di mettersi in società: è il 2011, gli artigiani carradori in Sicilia si contano sulle dita di una mano e la moda di lusso non li ha ancora scoperti, eppure i due non hanno dubbi. “Era un lavoro che non dava alcuna sicurezza economica, ho dovuto lottare per convincere i miei”, spiega Biagio. Damiano, originario di Catania, un papà impiegato in banca, riesce a spuntarla più facilmente, convincendo i genitori che il suo non è un fuoco di paglia. Ad accomunare i due artigiani è la volontà di salvare la tradizione uscendo dagli steccati di un sapere esclusivo, una scelta che li porta a tenere oggi dei corsi: “Il nostro lavoro è preservare – dice il giovane mentre muove rapidamente un macinino all’antica che ricorda i vecchi tamponi a barca per l’inchiostro – oggi esistono molti pittori che artisticamente emulano colori e soggetti che si ispirano a quest’arte, ma noi siamo tra i pochi che hanno avuto la fortuna di andare a bottega. Bisogna avere un occhio professionale per dosare i pigmenti e le terre fiorentine, altrimenti si scade subito nel kitsch”. 

I due di “pezzi” storici ne hanno restaurati a decine, mentre in bottega campeggia un enorme e antichissimo carretto intagliato a mano e sverniciato con soggetti religiosi che vanno dall’Ultima cena al Cristo risorto. “È del 1830, uno dei più antichi della Sicilia, in legno di frassino e noce – spiega Biagio – lo stiamo restaurando per un cliente di Lentini”.
“Il carrettiere era un uomo di mondo coraggioso – dice con convinzione Damiano – doveva affrontare un percorso lungo e accidentato, sfidando spesso la pioggia o i banditi. Anche il suo stare a cavallo doveva distinguerlo, insieme alle decorazioni”. “Perché ci vuole stile anche a sapere stare su un carretto”, rinforza Biagio, che sin da piccolo da questo stile è rimasto stregato, prova ne è anche l’abbigliamento sfoggiato dai due artigiani, uno stile tardo vittoriano con un gilet e un fazzoletto al collo sapientemente annodato che si scorge anche tra le foto d’epoca appese ai muri della bottega. “Il pittore di carretti era il più borghese degli artigiani, doveva distinguersi anche con la propria divisa – raccontano i due – spesso affrontando non pochi sacrifici per potersela permettere”.

Una fedeltà di stile che, oltre all’interesse di Dolce e Gabbana, per i quali hanno riprodotto alcuni loro disegni sull’ultima sfilata di abiti messa in scena in una Palermo barocca, ha destato quello della Treccani che, nel 2014, ha chiesto la cessione di alcuni loro disegni da inserire tra le immagini di un volume enciclopedico intitolato “L’Orlando furioso nello specchio delle immagini”. Uno stile che nelle mani di Damiano ha preso, per proprio interesse, un’altra piega, quella del fumetto, in una storia pubblicata a puntate online su Facebook e intitolata “Chi ha fatto incazzare Orlando furioso?”. “Sono vignette goliardiche sulle avventure dei paladini di Francia, in fondo è un ciclo che si presta molto all’ironia”, spiega Damiano che ha svecchiato le vicende storiche restituendo tratti i moderni – e maldestri – a eroi trasformati in antieroi comuni.

Oggi, nella loro bottega suggestivamente chiamata “Rosso cinabro”, tra antichi attrezzi e vasi si vedono moderne pochette e calzature da donna con riprodotti i paramenti tipici del cavallo, fino alle coffe di paglia, che in fondo nascono come umili borse in cui il carrettiere metteva il mangime per l’animale. “Ci piace pensare che questa tradizione pittorica possa essere utilizzata anche da altri creativi, come un’artigiana locale produttrice di borse che ci ha chiesto di collaborare, o come un’insegnante che frequenta i nostri corsi e che ha scelto di utilizzare la pittura nel suo lavoro in classe con gli allievi”. Potere di un sogno d’infanzia diventato realtà.

Aprile2018

All the colours of Sicily

Ragusa Ibla: two young artists teach the ancient art of decoration of Sicilian carts. Result: an international success

by Antonella Lombardi
photos Tullio Puglia

There must be a reason if even a photojournalist like Steve McCurry remained enchanted by the workshop of the painters of Sicilian carts, Biagio Castilletti and Damiano Rotella. Once a grain warehouse of Palazzo Donnafugata in the heart of Ibla, this cave-workshop is like a gateway to a fairy tale dimension, where every tool, image and subject seems to have a soul, infused with hard work and love. Ancient and new Sicilian pupi, panels of carts, chisels, pure pigments and vintage photos are standing out along the walls. A Fiat 500, decorated with the typical style of carts, consecrates folklore as a glamorous art form, an opening for new art collectors. “It will be displayed at a Sicilian art museum along with some carts”. The two artisans also painted a bicycle for the exhibition “The Sicilian cart, History in movement” at the Iamla (Italian American Museum of L.A.) in partnership with Dolce and Gabbana. The latter engaged again Biagio and Damiano to hand-paint the Smeg’s collection of refrigerators and small appliances “Sicily is my love”, to rapturous acclaim at the last Salone del mobile.

And even though they had set up a painting workshop at the Resort Verdura for the Google Conference in Sciacca, they did never expect that such an ancient art could have met the favour of fashion. A success that helped them prevent from its extinction. “It was a job that you only learned by word of mouth doing an apprenticeship with masters, snatching few secrets of their art guarded with great jealousy”, Biagio, 1974 class, explains. His love goes back to when his grandfather, a carter, brought him along for rides. A passion he spied in the workshop of one of the last master carradore, Vincenzo Blanco, who lived near his house: “Every time I heard the clatter of hooves on the road, I grasped hold of the cart’s back.

The horses dressed up in a thousand bright colours were a real show to me”. At 11, he made his favourite toy: a miniature cart. His passion did not tend to diminish: when his grandfather promised him a motorcycle as a gift, Biagio asked him for a horse and a cart, amid his family members’ disbelief. He won through in the end, and his constancy attracted the other carters who began to commission him some restoring works. After studying with Antonio Zappalà in Catania, he moved to the workshop of Domenico Di Mauro in Aci Sant’Antonio, where he met Damiano. 1984 class, he approached this art from an apprenticeship in different years.

“It was a chance encounter”, Biagio explains “Damiano, and I met again after three years. I was commissioned to repaint a cart hand-carved by one of the finest craftsmen of the time: a very important task for me. But, I realised that I couldn’t have managed to make it on my own”.
So, he decided to involve Damiano in a work that lasted over a year and gave them the satisfaction of an unexpected result. In 2011, the artisan carters in Sicily could be counted on the fingers of one hand, and fashion had not yet discovered it. Nevertheless, the two had no doubts and started to work in partnership. Their wish to save the tradition outside the fences of niche knowledge has led them to teach: “Our job is preserving. There are plenty of artists trying to emulate this art, but if you do not have a professional eye to dose the pigments, you immediately lapse into kitsch”.

April 2018

La meraviglia del tempo ritrovato

Dentro le sale di Palazzo Arezzo di Trifiletti a Ibla: un viaggio a ritroso nella storia, tra arredi e ricordi conservati immutati e perfetti nel corso dei secoli

di Antonella Lombardi
Fotografie di Tullio Puglia

La nostalgia è un sentimento potente: fa soffrire l’idea di non poter esaudire il desiderio di tornare ai propri luoghi, agli approdi cari, ai ricordi. Se ascoltata, però, a volte diventa costruttiva, come nel caso di Domenico Arezzo, ragusano trapiantato a Roma a quattordici anni, infanzia trascorsa a Ibla, tra le mura di palazzo Arezzo di Trifiletti, in quel triangolo barocco che caratterizza la Sicilia ricostruita dopo il terremoto del 1693. Un pezzo di storia siciliana è racchiuso qui, dove l’atmosfera da fiaba sospesa nel tempo cambia a seconda della luce che colpisce il duomo di San Giorgio che campeggia sulla sua scalinata, poco distante, o l’esclusivo circolo di conversazione, proprio di fronte l’ingresso del palazzo.

Domenico ha scelto di tornare in Sicilia e aprire le porte della residenza nobiliare dove tuttora abita la sua famiglia, gioiello ritrovato che fa parte delle dimore storiche italiane, per condividere la bellezza con visitatori da ogni parte del mondo, una scelta che è innanzitutto una dichiarazione d’amore per il suo territorio. “Ho vissuto a Roma da adolescente, quando rientravo qui soffrivo a vedere queste stanze chiuse, mi metteva tristezza quell’atmosfera lugubre così distante dai miei ricordi gioiosi di infanzia, volevo far conoscere questa bellezza agli altri – racconta – Ho impiegato molto tempo per convincere mio padre ad aprire al pubblico il palazzo dove ancora abita la mia famiglia, ma ora si è reso conto che questo è l’unico modo per renderlo vivo”.

A essere visitabili sono infatti le sale di rappresentanza, ma i numeri nel tempo hanno dato ragione a Domenico: nel 2017 le visite sono state circa ottomila, più di 1500 quelle registrate tra marzo e maggio lo scorso anno, con iniziative che variano durante l’anno e un turismo di élite internazionale che cerca innanzitutto di rivivere un’esperienza. Lo spettatore curioso riconoscerà nel Palazzo Arezzo di Trifiletti alcuni set del Commissario Montalbano, quello vorace di storia e nostalgico immaginerà il frusciare di lunghe gonne e stoffe preziose delle nobildonne che attraversavano la scalinata centrale, scortate da quella noblesse che faceva il suo ingresso in carrozza o a cavallo, come attestano gli anelli in ferro lungo le pareti utilizzati per legare gli animali e ancora presenti nel cortile in pietra. In ogni caso la posizione strategica regala una vista impagabile, con il Duomo di San Giorgio incorniciato alla vista dai balconi del piano nobile, lo storico circolo di conversazione di fronte, e il palazzo di Donnafugata poco distante.

La prima stanza cui si accede è “La stanza degli antenati”, con i dipinti che ritraggono gli abitanti del palazzo, o meglio, solo i primogeniti maschi, a partire da Carmelo Arezzo che comprò la dimora intorno al 1850, quando la famiglia si trasferì da Siracusa a Ragusa. “Quando entravo con mio nonno qui, mi faceva mandare baci ai loro ritratti”, ricorda Domenico che ha lo stesso nome del nonno. Alle pareti l’albero genealogico con i vari rami. “Il fratello maggiore di mio nonno è morto durante la Seconda Guerra mondiale, per questo lui, che era secondogenito, ha ereditato il palazzo”. Ogni stanza nasconde una storia e uno scrigno da scoprire, “come la cappella di famiglia, dove tutti i pomeriggi ci si riuniva per recitare il rosario, o il salottino giallo della conversazione, gineceo riservato ai ricami e alle chiacchiere femminili, tra un the e l’altro, dove il pavimento originale in pietra pece è rimasto in perfette condizioni, nascosto dalla moquette, mentre le mattonelle in ceramica di Caltagirone erano parte della vecchia cucina in muratura”.

Il percorso culmina nel grande salone delle feste, perfettamente integro dopo l’ultimo restauro che risale a metà Ottocento. Il pavimento, composto da piastrelle di maioliche a tema floreale dipinte a mano, risale alla scuola napoletana di fine Settecento, come riporta il timbro di fabbrica ritrovato sul retro, lo stesso della ditta che ha lavorato alla Reggia di Caserta. Gli affreschi sul soffitto, raffiguranti scene mitologiche, rappresentano il passaggio dal neoclassico al Liberty, e presentano ancora colori vividi nonostante non siano mai stati restaurati. La carta da parati è la stessa di 150 anni fa, ma la cura maniacale e amorevole per i dettagli ha spinto i proprietari a cercare i tendaggi originali ritrovati nelle foto antiche del palazzo: “Fino a qualche anno non c’erano, siamo andati a caccia di questo tesoro perduto nei vecchi bauli del palazzo – racconta Domenico – i tessuti erano molto rovinati e tarlati, eppure le sapienti e amorevoli mani di una sarta del luogo li hanno recuperati facendo un miracolo”.

Tra gli arredi spiccano i lunghi divani in stile neoclassico, due altissime specchiere, gli orologi francesi del ‘700, il lampadario di Murano con un meccanismo di carrucole che consentiva di accendere e spegnere le candele, l’arazzo pure settecentesco fino all’odierna sala da pranzo, detta la “camera degli angeli”, per le decorazioni sul soffitto di putti beneauguranti che attestano come in origine quella fosse una stanza da letto. A leggere le dichiarazioni entusiaste lasciate su internet e sul libro delle visite dai viaggiatori, il successo è trasversale, del resto a Palazzo Arezzo di Trifiletti è consentito rivivere i fasti del passato, come è avvenuto con il “gran ballo di dame e cavalieri” organizzato dalla società di danza, o assistere a curiose “cene con delitto”, tra atmosfere noir e gialli da risolvere, o persino, chiedere di riservarlo per eventi destinati a un numero ristretto di invitati.

In questo caso la storia fa il suo ingresso anche in cucina, con la madre di Domenico che ama preparare le vecchie ricette di famiglia tramandate dai monsù, veri dominus della tradizione patrizia culinaria, nei servizi esclusivi tirati fuori per le occasioni speciali.
“Per me – spiega Domenico – la nobiltà è il piacere di tramandare e condividere la storia della nostra famiglia e di questo luogo che la rappresenta”.

Luglio 2018

The wonder of time rediscovered

A journey through history In Palace Arezzo of Trifletti in Ibla, among furniture and memories preserved over the centuries

by Antonella Lombardi
photos Tullio Puglia

Nostalgia can be productive: Domenico Arezzo, a native of Ragusa transplanted to Rome at the age of 14, spent his childhood at Palazzo Arezzo di Trifiletti, in the Baroque triangle rebuilt after the 1693 earthquake. A piece of Sicilian history is enclosed in this place. Domenico has returned to open the doors of the noble residence where his family lives – now one of the Italian Historic Houses – for the sake of his land. “When I lived in Rome, returning to those closed rooms, so joyful in my memories, made me sad. I wanted to share this beauty. I convinced my father to open the palace to the public; he realised this was the only way to keep it alive”.

Numbers proved Domenico right: in 2017 there were about 8,000 visits, from élite international tourists. In the palace you can recognise some of Inspector Montalbano’s sets, or you can imagine the rustling of noblewomen’s skirts on the central staircase. The iron rings used to tie horses are still there first-born males, from Carmelo Arezzo who bought the house in 1850.
“My grandfather made me send kisses to the portraits”, says Domenico, named after his grandfather. A family tree is on a wall. “My grandfather’s elder brother died during World War II, so he inherited the palace”.

“This is the chapel where the rosary was said every afternoon; in the yellow parlour, a gynaecium reserved for embroidery, chatter and tea, the original pitchstone floor is intact under the carpet, while the Caltagirone ceramic tiles come from the kitchen”. The party hall was restored in the mid 1800s. The hand-painted floral majolica floor, from the Neapolitan school of the late 1700s, is made by from the same company that worked at Caserta Royal Palace. Vivid mythological scenes frescoed on the ceiling mark a shift from Neoclassical to Liberty style. Wallpaper dates to 150 years ago. The original curtains were found in some trunks: “They were seriously damaged, but the loving hands of a local seamstress made a miracle”. Among the furniture neoclassical sofas, two tall mirrors, 18th century French clocks stand out, as well as a Murano chandelier with a pulley system, a 17th century tapestry and the dining room, originally a bedroom, called the “Angels’ Room” for the putti painted on its ceiling. Reading the comments of travellers, it is a cross-cutting success.

At Palazzo Arezzo you can relive the past glory days, as in the “ladies and knights’ great dance”, or attend “murder mystery dinners”, or organise private events. History also passes through the kitchen, where Domenico’s mother cooks family recipes from the culinary patrician tradition, served in a set of dishes for special occasions. Domenico clarifies: “To me, nobility is the pleasure of sharing our family history in this place that represents it”.

July 2018

Il posto giusto per dire sì

La regione è entrata a far parte di quelle mete internazionali scelte per i cosiddetti “Luxury wedding”. Ecco la lista di chi si è sposato e chi presto si sposerà nei siti più famosi dell’Isola

di Antonella Lombardi

“La Sicilia è Italia due volte”, diceva il regista Pietro Germi, e forse è questo a stregare sempre più “vip” e stranieri che scelgono l’Isola per le proprie nozze. Galeotte le sfilate d’alta moda degli stilisti Dolce e Gabbana che a Palermo hanno celebrato un vero manifesto della bellezza sicula, ma anche la scelta della città come capitale della Cultura e sede della prossima biennale d’arte contemporanea Manifesta. Linfa vitale per quel “Made in Sicily” che sta conquistando il mercato del lusso, pronto a spendere anche qui.
Non è un gioco glamour, ma un importante segmento di mercato. Secondo una ricerca della società di consulenza turistica e marketing territoriale Jfc, lo scorso anno il wedding tourism ha generato oltre un milione di presenze da venticinque Paesi e un fatturato complessivo, relativo ai soli matrimoni celebrati con rito civile, di oltre 385 milioni di euro. A guidare la classifica è la Toscana, ma tra le regioni emergenti c’è la Sicilia. Positive le attese per il 2018, che prevedono un aumento del 6,8 per cento del numero di matrimoni, per un totale stimato di 7.633 celebrazioni su tutto il territorio italiano. Un mercato che genera oltre 1,2 milioni di presenze turistiche, con una media di durata del soggiorno in Italia di 8,4 giorni per gli sposi e di 3,5 giorni per gli invitati, che spesso decidono di trattenersi oltre il ricevimento. I matrimoni “super luxury” costituiscono il 4,4 per cento, per circa 70 milioni di fatturato, cioè più del 18 per cento del totale.

Non a caso, “Italy Inspires”, il brand che si occupa di nozze a 5 stelle, ha organizzato nella Val di Noto dal 3 al 9 aprile un evento per far conoscere l’Isola a centinaia di professionisti del gotha internazionale del “Luxury Wedding”. La fondatrice Andrea Naar Alba, una delle cinque wedding planner più famose al mondo, conta così di valorizzare i beni culturali e le eccellenze siciliane a un target di circa ottanta professionisti top destination wedding internazionali, con un focus specifico su India, Emirati Arabi Uniti, Russia, Usa, Uk e Libano. “Dopo i Google Camp alla Valle dei Templi – dice – ci sono molte richieste da parte di clienti indiani e libanesi per organizzare i loro matrimoni esclusivi in siti come Selinunte e Segesta o in piccoli borghi riservati ma che sono suolo pubblico. Chi ha budget così alti quando paga una tassa contribuisce a finanziare le spese di tutela di beni culturali per i quali spesso le amministrazioni faticano a trovare fondi”.

In tempi non sospetti a fare da primo “ambasciatore” all’estero del fascino magnetico dell’Isola è stato il commissario Montalbano. La fiction ispirata ai romanzi di Camilleri, con il volto di Luca Zingaretti, è stata seguita in più di 65 Paesi, con un pubblico trasversale che ha scoperto così per la prima volta la luce accecante delle nostre coste, la bellezza opulenta e decadente dei palazzi nobiliari, gli scorci della campagna sgargiante e aspra, il barocco di Ragusa Ibla, patrimonio Unesco. Un amore ricambiato dallo stesso attore, che ha scelto di tornare nella sua “Vigata” per sposarsi con la collega Luisa Ranieri, scegliendo il castello di Donnafugata (altro “set” della fiction) e la cucina dello chef pluristellato Ciccio Sultano, che ha servito le sue pietanze su piatti in ceramica di Caltagirone. Una favola circoscritta? Macché. A ciascuno il suo. E così a Misilmeri, dove è nata, Alessandra Tripoli, star di “Ballando con le stelle” si è sposata arrivando in chiesa a bordo di un carretto siciliano, con la sapiente regia dell’implacabile wedding planner Enzo Miccio. 

L’attaccante del Torino Andrea Belotti e la palermitana Giorgia Duro, invece, dopo le nozze blindate celebrate nella chiesa di San Francesco di Paola, a Palermo, hanno optato per una cerimonia “in stile Gattopardo”, organizzata a Villa Tasca dalla wedding planner – e moglie del calciatore Giampaolo Pazzini – Silvia Slitti. Per l’occasione il menu palermitano è stato curato dallo chef stellato Tony Lo Coco del ristorante “I Pupi di Bagheria”, mentre la torta nuziale e il dessert table sono stati realizzati dal giovane creativo Marco Failla di “Bakery boutique” che per il Luxury Wedding ha creato una collezione di dolci i cui disegni – depositati e registrati – sono apprezzati anche dallo stilista Stefano Gabbana che li ha postati sul proprio profilo Instagram.
Ortigia, cuore antico di Siracusa, è stata scelta dalla coppia di attori Giuseppe Zeno e Margareth Madè, (la rivelazione di “Baarìa”). I due, dopo essersi scambiati gli anelli nella chiesa di San Giovannello hanno comprato una proprietà a pochi passi da Noto, in contrada Zisola, dove trascorrere in relax il tempo con la figlia avuta da poco. Profumo di fiori di arancio e naso all’insù nella Cappella Palatina per la figlia dell’ex premier britannico, Tony Blair, che vorrebbe pronunciare il suo “sì” tra gli splendidi mosaici. Ospite dei marchesi Berlingeri, la giovane è rimasta sorpresa dalla bellezza del sito, al punto da indagare sulla disponibilità per il suo giorno speciale. Ma a insidiare il titolo di matrimonio dell’anno alle nozze reali del principe Harry d’Inghilterra è, ancora una volta, il Regno delle due Sicilie: è Noto, infatti, la destinazione scelta dalla coppia più glam e seguita del momento, cioè il rapper Fedez e la fashion blogger Chiara Ferragni, la data fatidica sarà sabato 1 settembre, con la sala degli Specchi di Palazzo Ducezio, sede del Municipio, a ospitare la cerimonia.
“Sicilia bedda”, scriveva incantata su Instagram la scorsa estate ai suoi undici milioni e passa di follower di ogni latitudine (gli italiani rappresentano “solo” il 25 per cento del suo profilo) tra foto di “arancini”, granite e brioche (scambiate per “cornetti”, errore imperdonabile agli occhi di un siciliano, al punto da costringerla a correggere il post) e selfie sulla scalinata della Cattedrale barocca.

Natali a Cremona, nonno siciliano, una vita divisa tra Milano e Los Angeles (dove ad aprile nascerà Leone, il figlio della coppia), un successo diventato un caso studiato alla Harvard Business School, con post sponsorizzati sui social che superano il valore di diecimila euro e il titolo di “Prima influencer di moda più potente al mondo” conferito dalla rivista economica Forbes, la Ferragni è stata conquistata dal barocco di Noto e dalle prelibatezze della cucina siciliana, al punto da tornarvi per dei sopralluoghi con la madre e alcune consulenti dello staff, come racconta lo chef Giovanni Trombatore, anima del ristorante “Anche gli angeli”, ricavato all’interno di una cripta del ‘700 nel complesso della chiesa di San Carlo al Corso. “Stiamo collaborando – ammette a denti stretti – qualcosa faremo qui, forse un aperitivo, io ho dato la mia disponibilità, spero si trovi una location sicura e adatta per quattrocento persone, ma non mi faccia dire altro”. I preparativi, infatti, sono blindati, almeno fino a quando la coppia più social non deciderà di condividerli sul web. 
“La nostra forza è il territorio”, assicura lo chef, capace di contrattare fino alle 2 di notte con i suoi fornitori per assicurarsi le ricciole migliori. E a dare credito alle sue parole sono le scelte fatte da chi ha deciso di acquistare delle proprietà da queste parti per farne un buen retiro, come la coppia Madè-Zeno, Dolce & Gabbana, Trussardi e, ultima in ordine di tempo, la figlia dello stilista Roberto Cavalli. Un indotto sempre più creato dal passaparola del turismo matrimoniale internazionale.

“Palermo può e deve diventare destinazione privilegiata di turismo matrimoniale internazionale, ma deve poter contare su professionalità e imprese altamente specializzate e pronte a competere con centinaia di altre città al mondo che ogni anno vedono incrementare arrivi e presenze”. Così Patrizia Di Dio, presidente di Confcommercio Palermo, che per questo ha promosso il progetto “Palermo wedding destination”, patrocinato dal Comune, che prevede dei corsi di alta formazione che insegnano, tra le altre cose, come intercettare un target straniero. A tenerli saranno due professioniste di un’agenzia di lifestyle, Alessandra Montana e Monica Balli, rispettivamente managing director e event manager della società Allumeuse Communication. “Palermo ha una peculiarità vantaggiosa dovuta alla presenza dell’aeroporto – spiega l’agrigentina Alessandra Montana – ma l’offerta deve essere sostenuta da un piano di marketing territoriale, i nostri corsi sono una pillola per raccontare una best practice e far capire agli operatori palermitani già esistenti o che vogliono cimentarsi cosa significa abbracciare un pacchetto all inclusive, con tutti i servizi che precedono e seguono la cerimonia”.

I loro corsi di formazione da “Wedding planner” e “Wedding destination management”, già disponibili da questo mese, serviranno proprio a questo, e cercheranno di rendere un territorio “naturalmente vocato alla realizzazione di eventi come Palermo, ma ancor oggi poco riconoscibile per la promozione e gestione di un segmento turistico come quello matrimoniale”. Obiettivo? Evitare si realizzi l’ossimoro espresso da Pino Caruso: “In Sicilia abbiamo tutto. Ci manca il resto”.

Marzo 2018

The right place to get married

Sicily has become an international destination for “luxury wedding”. Here is a list of prominent nuptials in the Island

by Antonella Lombardi

“Sicily is twice Italy”, said director Germi: maybe this is what bewitches VIPs. Or the Dolce & Gabbana fashion events, or Palermo Capital of Culture and site of Manifesta biennial of art. The “Made in Sicily” is conquering the luxury market. In Italy in 2017 wedding tourism generated over one million visitors from 25 countries and a growing turnover of around € 400,000,000.

In Sicily, Andrea Naar Alba’s “Italy Inspires” organises an event near Noto to introduce Sicily to international Luxury Wedding professionals. “Many international customers want to get married on sites like sites like Selinunte or Segesta. This could help to finance the protection of cultural heritage”. 

Camilleri’s Inspector Montalbano, Luca Zingaretti, chose Donnafugata castle and Ciccio Sultano’s kitchen to marry Luisa Ranie- ri. His fiction has made the beauties of Sicily known worldwide. The dancer Alessandra Tripoli went to church in a Sicilian cart in Misilmeri under Enzo Miccio’s direction. The football player Belotti chose San Francesco di Paola church and Villa Tasca in Palermo, with a menu by Tony Lo Coco and Marco Fail- la’s wedding cake. The actors Giuseppe Zeno and Margareth Madè got married in Syracuse and bought a property near Noto. Tony Blair’s daughter would like to get married in Palermo Palatine Chapel. The rapper Fedez and the “the world’s most powerful fashion influencer” Chiara Ferragni will get married on September 1st in the Hall of Mirrors of Palazzo Ducezio in Noto: she is said to have been conquered by the Baroque of Noto and Sicilian cuisine, says chef Trombatore. Many others have bought estate in Sicily: Dolce & Gabbana, Trussardi, Cavalli’s daughter.

President of Palermo Trade Association Patrizia Di Dio says: “Palermo can become a privileged destination for inter- national wedding tourism, if operators can count on highly specialized profes- sionalism”. She promoted the “Palermo wedding destination” project with training courses to learn how to intercept a foreign target. “Having an airport is another advantage – says Alessandra Montana – but a territorial marketing plan and skills to manage all the services preceding and following ceremonies are needed to better promote Sicily”.

March2018

La Sicilia alla conquista del cacao

    Il cioccolato di Modica ha appena ottenuto il marchio Igp e la regione ha stretto un accordo per l’approvvigionamento diretto in Ghana della migliore materia prima. Così il dolce dell’antico Stato siciliano è pronto a conquistare il mondo

    di Antonella Lombardi

    “La gente deve capire la differenza tra un cioccolato e il cioccolato”. Non ha dubbi Salvo Peluso, presidente del consorzio nato nel 2003 per tutelare l’“oro nero di Modica”, presidio Slow Food. Al suo fianco ci sono 23 aziende locali che per anni si sono battute per stabilire un disciplinare di produzione e ottenere il riconoscimento IGP (Indicazione geografica protetta). Un traguardo finalmente raggiunto, un mese fa, con la pubblicazione del riconoscimento sulla Gazzetta ufficiale europea, dove si riconosce “la grande reputazione legata sia alle sue caratteristiche distintive sia alla peculiarità del processo produttivo”. Non è ancora l’ultimo atto, ma quasi. A questo punto ci sono tre mesi per eventuali opposizioni da parte di terzi, trascorsi i quali la denominazione viene registrata nella lista dei prodotti alimentari di qualità.
    Un amalgama di pasta di cacao, cristalli di zucchero e spezie ottenuta scrupolosamente a freddo. Grazia Dormiente, antropologa di Modica, con una ricerca partita 23 anni fa, ne ha rintracciato le origini “nell’antica Contea di Modica, il più importante stato feudale della Sicilia”. Patrimonio degli antichi aztechi, la preparazione del cioccolato arriva in Sicilia attraverso gli spagnoli che trasmettono ai modicani ricette e metodi di lavorazione. “Le fonti d’archivio certificano la presenza di cioccolatieri a Modica a partire dal 1746 – dice la studiosa – nella seconda metà del 700 l’elite locale consumava cioccolata calda in due momenti ben distinti: al risveglio e nelle riunioni salottiere serali, in splendide cioccolatiere d’argento”. Un rituale che verrà esteso ad altri ceti sociali “soltanto alla fine del XIX secolo, con la nascita dei primi caffè e l’ascesa della borghesia”.
    Leonardo Sciascia sosteneva che “gustare il cioccolato di Modica significa spingersi all’archetipo, all’assoluto.
    Eppure fino a pochi anni fa in tanti credevano che Peluso, sorta di Garibaldi che ha percorso lo Stivale al contrario iniziando a investire al Nord, fosse un matto. Il talento del visionario, quello sì, riconosce di averlo preso dal padre, artigiano, dal quale eredita l’azienda di biscotti. “Mio padre ha iniziato a lavorare come garzone dal panettiere – racconta – poi ne ha sposato la figlia. È stato il primo a portare il forno rotativo automatico qui”. Con un furgoncino il padre batte a tappeto la Sicilia iniziando una distribuzione porta a porta allora all’avanguardia: “Erano gli anni in cui ancora si faceva la colazione nelle case a base solo di pane e latte – racconta Salvo Peluso – mio padre invece vendeva al dettaglio pacchetti di biscotti da un chilo, un chilo e mezzo al massimo, per un consumo familiare. Di lì a poco i grandi produttori italiani inizieranno a vendere nei supermercati e nella grande distribuzione i loro biscotti”.
    È l’intuizione di un bisogno e un target commerciale finora inesplorato, ma l’azienda di famiglia è ancora troppo piccola per affrontare le nuove sfide. Almeno fino a quando Salvo, terza generazione, non decide di lanciarsi in una nuova scommessa: “Era il 1992, decido di investire 840mila lire nella Fiera Cibus di Parma (oggi Salone internazionale dell’alimentazione, ndr). Mangiavo una volta al giorno per risparmiare e ammortizzare le spese, mi presero per pazzo”. E invece da quella tappa Peluso porta a casa i primi ordini commissionati da un venditore di Milano, commesse per undici milioni. Da lì il passaggio alla pasticceria industriale è breve. “Il cioccolato di Modica inizia ad affermarsi quattordici anni fa – ricostruisce – all’epoca lo preparavano solo piccoli pasticceri come Bonajuto o il Caffè dell’Arte. Decido allora di far fare a Palermo il primo studio grafico di una scatola. Da lì stato un crescendo”.
    Nasce il consorzio di tutela, si arriva al traguardo di dodici milioni di barrette l’anno prodotte a Modica, “ma soprattutto il lavoro per 42 famiglie”, sottolinea Peluso. “Oggi il 60 per cento della produzione è destinato ai marchi della grande distribuzione, il 25 per cento circa va a marchi privati, in entrambi i casi la tracciabilità è garantita. Ma le nostre barrette, l’anno scorso, hanno conquistato anche le first lady del G7 a Taormina, sono arrivate al Papa, ai reali Windsor per la nascita del principino William, per il quale abbiamo realizzato una barretta speciale, e ai Grimaldi in visita in Sicilia. Sono convinto delle potenzialità del nostro cioccolato, vero ambasciatore della Sicilia nel mondo. Per questo sto cercando un accordo con gli amici degli altri consorzi per fare il cioccolato con altre specialità, come il Sale di Mozia ola Riberella, l’arancia tipica di Ribera. Ogni territorio porta in dote il suo prodotto per fare rete”. Un lavoro di squadra reso possibile grazie alla sinergia con Nino Scivoletto, direttore del consorzio.
    Ma la sfida, in realtà, è ancora più alta, e punta alla gestione di tutta la filiera, fin dalla produzione e alla realizzazione del prodotto grezzo, la pasta di cacao, oggi solidamente in mano ai grossisti internazionali. È da loro che si rifornisce tutto il mercato italiano del cioccolato, anche quello di Modica. Così dalla Sicilia si è gettato un ponte verso l’Africa – e in particolare verso il Ghana, secondo produttore di cacao al mondo dopo la Costa d’Avorio – dove il 2017 ha segnato un record di produzione: 4,7 milioni di tonnellate di raccolto, con un aumento del 18 per cento rispetto all’anno precedente. Ma la logica del mercato (dove la domanda cresce sì, ma con un ritmo più modesto, del 3,7 per cento) non è quella del contadino. Le quotazioni internazionali sono precipitate di un terzo sul mercato europeo e di un quinto su quello americano, con un buco nelle casse pubbliche del Ghana di circa 280 milioni di dollari. Così le autorità hanno capito che la scommessa vera è quella di passare da semplici produttori a trasformatori, conquistando spazio nelle fasi produttive che vengono dopo la raccolta. Per avere un’idea, su una stima di un mercato globale del cacao da 124 miliardi di dollari, solo 9 miliardi di profitti vanno a chi produce la materia prima, mentre 28 miliardi sono per i prodotti grezzi (la pasta di cacao) e 87 per i prodotti finiti.
    Mentre il comprensorio di Modica ha la necessità di chiudere la filiera fin dal seme. Due spinte complementari.
    Così la Regione siciliana ha stretto una partnership con il Paese africano. “Sarà un progetto per creare occupazione in un Paese a forte pressione migratoria verso l’Europa”, ha assicurato Francesco Campagna, console onorario della Repubblica del Ghana. “Stiamo lavorando alla realizzazione di un primo impianto – aggiunge Peluso – siamo molto fiduciosi”. Modica, che non ha perso lo spirito imprenditoriale e l’orgoglio da antica capitale della Contea (“Regnum in Regno”), diventerebbe sostanzialmente autonoma nella produzione del suo tesoro.
    Certo è che il processo manifatturiero è arrivato inalterato fino ai giorni nostri, con ricerche scientifiche che hanno attestato l’importanza dei flavonoidi, antiossidanti naturali contenuti nel cacao, e proprietà nutritive che favoriscono energia, concentrazione, serenità e appagamento. Un po’ come la vita, complicato intreccio di dolce e amaro. Del resto, Katherine Hepburn sosteneva: “Quello che vedi davanti a te, amico mio, è il risultato di una vita di cioccolato”.

    Giugno 2018

    How good is the county’s black gold

    Modica chocolate has just obtained PGI recognition after 20 years of work. The Sicilian sweet is ready to conquer the world

    by Antonella Lombardi

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    Ridò vita alla nostra storia

    Un albergo diffuso, un museo naturalistico. Visite guidate con studenti e stranieri: il progetto di Nicola Bloise, cominciato venti anni fa, di riportare persone e mestieri dentro l’antico borgo di Morano Calabro è diventato realtà. E un esempio per tutti

    di Antonella Lombardi
    Fotografie di Asmara Bassetti e Oreste Montebello

    “Vediamo se nel deserto si può creare qualcosa di bello”. Così Nicola Bloise, ingegnere civile di Morano Calabro, borgo in provincia di Cosenza nel Parco nazionale del Pollino, ha deciso di recuperare quel grappolo di case arroccate lungo la Valle del Coscile, in quella che era la via fluviale della Magna Grecia “per farne un modello culturale di sviluppo per il territorio. Un progetto che inizia come un mosaico nel 1999, tra lo scetticismo e la contrarietà di tanti”. Oggi quel progetto si chiama il Nibbio, e pur non ricevendo un euro di finanziamenti pubblici è un esempio di ospitalità diffusa, ha un museo naturalistico, diverse attività in cantiere ed è stato inserito dal Touring Club Italia nella classifica delle dimore “Top charme” del Belpaese.
    Un’utopia possibile, testardamente voluta da questo ingegnere con la passione per l’ambiente che a un certo punto decide di licenziarsi dal suo lavoro di dirigente Anas per realizzare un sogno. “Sono nato e cresciuto a Morano, ma inizialmente facevo l’ingegnere in Toscana – racconta – e ogni volta che rientravo, vedere questo paese meraviglioso abbandonato all’incuria mi addolorava. Sottrarlo al degrado è stata una sfida culturale, soprattutto perché dovevo far capire ai miei concittadini che quelle case storiche erano un tesoro da recuperare. Così ho decico di iniziare un’opera di salvataggio insieme ai miei fratelli”. Ai due, Sandro e Pasquale, uno farmacista, l’altro dirigente veterinario, si affiancano presto altri professionisti che hanno a cuore il luogo: “Arrivano geologi, naturalisti, professionisti di ogni tipo, riusciamo a catalizzare l’attenzione di tante persone che scelgono di partecipare a un salvataggio in piena regola senza scopo di lucro. Cominciamo con il comprare le case che nessuno voleva più a pochi soldi”.
    Le prime reazioni non si fanno attendere. “Se penso agli inizi ricordo la sensazione di sollievo di molti, finalmente felici che qualcuno li avesse liberati di quel ciarpame – dice – poi i sospetti: mi vedevano quasi come un usurpatore, ‘chissà cosa vuole fare con tutte quelle case che ha comprato’, dicevano. Oggi tutti si avvicinano e vogliono partecipare al Nibbio, ma la cosa che più mi fa piacere è che adesso credono in un modello alternativo di sviluppo e ne sono attori”. Perché il recupero di Nicola Bloise non si ferma alle case, ma coinvolge anche le persone, non senza fatica: “C’erano decine di maestranze e professionalità che erano emarginate socialmente perché ormai fuori da ogni processo produttivo. Dopo la fatica iniziale per convincerli a rimettersi in gioco, a non buttare gli oggetti, ma a recuperarli, è stato tutto un rifiorire di case e persone, in un modello alternativo di sviluppo che ha rotto la corsa al consumismo che in fondo li aveva impoveriti”.
    Perché per Bloise il rapporto con l’ambiente passa anche da questi “nodi irrisolti della questione meridionale”, trasformando così un borgo in un vero “social network” che comincia ad attirare curiosi e studiosi da diversi Paesi. “Sono venuti a trovarci anche dei professori dell’Università di Ginevra – ricorda – volevano capire come siamo riusciti a fare tutto questo senza finanziamenti pubblici”. Il meccanismo è semplice quanto ingegnoso: la formula è quella dell’associazione, alla quale si aderisce con una tessera, fatta a distanza, che costa dieci euro all’anno. “Una volta diventato socio, si sposa l’idea del progetto: il Nibbio è composto da undici case di albergo diffuso, dove si può soggiornare. Un borgo nell’anima di un borgo che è oggi un centro studi naturalistici della zona del Pollino”. Oltre al versante della ricezione, infatti, c’è quello formativo: il circuito del museo naturalistico, ad esempio, che è organizzato in sezioni e intervallato da alcune botteghe artigiane perfettamente recuperate per testimoniare le tracce di un patrimonio artigianale spesso estinto in seguito i flussi migratori tra le due guerre. Dalla bottega del falegname a quella del ciabattino, fino al palmento dove si pigiava l’uva per produrre il vino a uso familiare. Un recupero che piace non solo agli studenti che vengono in visita qui, “oltre diecimila da Campania, Puglia, Calabria, Basilicata e Sicilia – dice – ma anche da molti utenti del Nord Europa che cercano un vero borgo animato e un modello di accoglienza diverso. Non essendoci scopo di lucro, infatti, ciascuno offre quello che vuole, magari mettendosi a servizio per qualche attività, come in una sorta di banca del tempo, e ci si ritrova con il piacere autentico di incontrare le persone, riscoprendo il viaggio come metafora, e imparando a rispettare l’ambiente”. Perché, dai materiali ai modelli di consumo tutto a Morano Calabro viene recuperato. “Recuperiamo i mobili gettati dalle persone, creiamo lampade e oggetti d’arte anche dai rifiuti”, spiega Nicola. All’interno un modello di ospitalità sostenibile e solidale. “Le nostre case rappresentano un’ alternativa a formule ricettive più conosciute come quelle dell’agriturismo o del bed and breakfast”. A esempio, c’è la “soffitta dei ricordi”, dove oggetti vintage compongono l’arredo essenziale, o la “torretta del poeta”, che come un avamposto si specchia sul massiccio del Pollino, o la “soffitta delle ginestre”, con i tessuti realizzati a mano, a telaio. E ai costi vivi si fa fronte in altro modo. “Abbiamo fatto diversi allestimenti per altri musei come un grande diorama lungo quindici metri alla villa vecchia di Cosenza dove abbiamo riprodotto l’habitat della foce del Crati con dentro gli animali. Il ricavato, trentamila euro, lo abbiamo reinvestito nel Nibbio, che rientra nell’ Anms, l’Associazione nazionale dei musei scientifici, una rete di diffusione della museologia scientifica in Italia che fa da collegamento fra le istituzioni e gli operatori. Sul versante pubblico nessuna amministrazione ci ha sovvenzionati, ci siamo autogestiti e autofinanziati – sottolinea con orgoglio – spiace constatare che negli anni nove centri visita del Parco del Pollino sono costati un miliardo e sono tutti chiusi e non agibili. Ora si sono resi conto che il nostro è il modello vincente, perché lo facciamo con amore e con il coinvolgimento di tanti professionisti che credono in questa forma di investimento”.
    Lasciando un segno anche nelle future generazioni, come gli universitari: “Essendo partner dell’Università della Calabria possiamo far utilizzare agli studenti il Nibbio come sede per i tirocini, facendo loro guadagnare crediti formativi”. Ma le attività si aprono a ventaglio, e dalle case si è passati ai laboratori didattici, alla videoteca con materiali sull’intero territorio calabrese e lucano, al caffè letterario, al giardino. “Sotto il castello c’è un giardino bellissimo nel quale organizziamo concerti, proiezioni – aggiunge – e da un rudere che mi è stato regalato ho ricavato una cucina ristrutturata. Questo è un modello sostenibile che si regge da solo”. Una bella soddisfazione per un ingegnere che quattro anni fa ha deciso di lasciare il suo lavoro per buttarsi anima e corpo in un progetto avviato quasi venti anni fa, quando era considerato solo un visionario. “È stata una scelta arrivata naturalmente – ammette – a un certo punto della mia vita mi sono chiesto perché dovevo buttare il mio tempo per inseguire il profitto. Per me è più importante vivere in armonia con l’ambiente e contribuire a modellare le menti”.
    E i sogni vanno avanti anche quando la vita si mette di traverso. “C’è una chiesa sconsacrata del 1200, poi modificata nel ‘600, era dei principi di Sanseverino, i feudatari della zona. Abbiamo voluto salvarla con mia figlia, seguendo il modello del “Paradiso” di Amsterdam, quel tempio della musica sorto in un edificio che ospitava una chiesa dove, tra gli altri, si sono esibiti artisti come i Rolling Stones, Nirvana, Cure, Lenny Kravitz, Suzanne Vega. Mia figlia era una brava bassista, l’ho persa all’età di diciannove anni. Adesso la chiesa sarà restaurata per farne un laboratorio permanente di musica e arti visive per la collettività e gli artisti che vorranno esibirsi. Il progetto si chiama “Purgatorio MusicLab”, contiamo di avviare presto una piattaforma di crowdfunding per farlo funzionare. Vorremmo aprirlo a dei professionisti che a titolo gratuito possano anche insegnare la musica ai bambini e ai ragazzi del borgo.
    Se sono un visionario? Forse. Ma in fondo questa è quella lucida follia che serve. Ora in tanti hanno capito che i pazzi sono loro, noi vogliamo solo aiutare gli altri a realizzare un sogno collettivo”.

    Marzo 2018

    I give our history a new lease of life

    Nicholas Bloise’s project to bring people and trades in the ancient village of Morano Calabro became reality

    by Antonella Lombardi
    photos Asmara Bassetti and Oreste Montebello

    “Let’s see whether it’s possible to create something beautiful in the desert”. Nicola Bloise, a civil engineer of Morano Calabro, a village in the Pollino National Park, decided to recover the cluster of houses perched along the Valley of Coscile “to turn it into a model of cultural territorial development. The Nibbio starts in 1999, between great scepticism and opposition. The TCI has included it among Italian “Top charm” mansions. A chimera stubbornly turned into reality by Bloise with a passion for the environment. “I worked in Tuscany. Whenever I returned, it grieved me to see this wonderful country abandoned with carelessness. Rescuing it was a cultural challenge, especially because I had to make it clear that those historic houses were a treasure. My brothers and I started buying the abandoned houses at a very affordable prices”.
    “I remember the feeling of relief in those who were happy to get rid of that junk. Then the suspects: ‘who knows what he wants to do with all the houses he bought’. Today, there’s a high participation in the project, but what I like most is they believe in an alternative model of development. I also convinced workers, who were socially marginalized because out of any production process, to get back into the game”. “Some Professors from the University of Geneva came to figure out how we managed that without public funding. The formula is simply an association that costs 10 euros per year. The Nibbio consists of 11 houses of a scattered hotel. A village in the village. The natural history museum is organized into sections and interspersed with artisan workshops perfectly recovered. A fresh take on our handcrafted heritage”. “We recycle old furniture, create lamps and objects of art, within a model of sustainable hospitality and solidarity. There is the attic of memories with vintage furniture, and the poet’s turret. We made productions for other museums to reinvest the proceeds in the Nibbio, which is part of the ANMS, a network of dissemination of scientific museology in Italy that acts as a link between institutions and operators. Public administration has now realized that ours is the winning model because we do it with love and with the involvement of many professionals. We also use the Nibbio as a venue for students’ training. The activities fanned out from educational workshops, a video library, to the literary Café. Below the castle, there’s a beautiful garden where we organize concerts and screenings”. A great satisfaction for an engineer who decided to quit his job to throw himself heart and soul into a project started almost 20 years ago. “My daughter and I wanted to restore, by a crowdfunding, a deconsecrated Church of 1200, to make it a permanent lab for music and visual arts, like the temple of music Paradiso in Amsterdam. The project is called Purgatory MusicLab. Am I a visionary? Maybe”.

    Marzo 2018

    Un albergo diffuso, un museo naturalistico. Visite guidate con studenti e stranieri: il progetto di Nicola Bloise, cominciato venti anni fa, di riportare persone e mestieri dentro l’antico borgo di Morano Calabro è diventato realtà. E un esempio per tutti

    di Antonella Lombardi
    Fotografie di Asmara Bassetti e Oreste Montebello

    “Vediamo se nel deserto si può creare qualcosa di bello”. Così Nicola Bloise, ingegnere civile di Morano Calabro, borgo in provincia di Cosenza nel Parco nazionale del Pollino, ha deciso di recuperare quel grappolo di case arroccate lungo la Valle del Coscile, in quella che era la via fluviale della Magna Grecia “per farne un modello culturale di sviluppo per il territorio. Un progetto che inizia come un mosaico nel 1999, tra lo scetticismo e la contrarietà di tanti”. Oggi quel progetto si chiama il Nibbio, e pur non ricevendo un euro di finanziamenti pubblici è un esempio di ospitalità diffusa, ha un museo naturalistico, diverse attività in cantiere ed è stato inserito dal Touring Club Italia nella classifica delle dimore “Top charme” del Belpaese.
    Un’utopia possibile, testardamente voluta da questo ingegnere con la passione per l’ambiente che a un certo punto decide di licenziarsi dal suo lavoro di dirigente Anas per realizzare un sogno. “Sono nato e cresciuto a Morano, ma inizialmente facevo l’ingegnere in Toscana – racconta – e ogni volta che rientravo, vedere questo paese meraviglioso abbandonato all’incuria mi addolorava. Sottrarlo al degrado è stata una sfida culturale, soprattutto perché dovevo far capire ai miei concittadini che quelle case storiche erano un tesoro da recuperare. Così ho decico di iniziare un’opera di salvataggio insieme ai miei fratelli”. Ai due, Sandro e Pasquale, uno farmacista, l’altro dirigente veterinario, si affiancano presto altri professionisti che hanno a cuore il luogo: “Arrivano geologi, naturalisti, professionisti di ogni tipo, riusciamo a catalizzare l’attenzione di tante persone che scelgono di partecipare a un salvataggio in piena regola senza scopo di lucro. Cominciamo con il comprare le case che nessuno voleva più a pochi soldi”.
    Le prime reazioni non si fanno attendere. “Se penso agli inizi ricordo la sensazione di sollievo di molti, finalmente felici che qualcuno li avesse liberati di quel ciarpame – dice – poi i sospetti: mi vedevano quasi come un usurpatore, ‘chissà cosa vuole fare con tutte quelle case che ha comprato’, dicevano. Oggi tutti si avvicinano e vogliono partecipare al Nibbio, ma la cosa che più mi fa piacere è che adesso credono in un modello alternativo di sviluppo e ne sono attori”. Perché il recupero di Nicola Bloise non si ferma alle case, ma coinvolge anche le persone, non senza fatica: “C’erano decine di maestranze e professionalità che erano emarginate socialmente perché ormai fuori da ogni processo produttivo. Dopo la fatica iniziale per convincerli a rimettersi in gioco, a non buttare gli oggetti, ma a recuperarli, è stato tutto un rifiorire di case e persone, in un modello alternativo di sviluppo che ha rotto la corsa al consumismo che in fondo li aveva impoveriti”.
    Perché per Bloise il rapporto con l’ambiente passa anche da questi “nodi irrisolti della questione meridionale”, trasformando così un borgo in un vero “social network” che comincia ad attirare curiosi e studiosi da diversi Paesi. “Sono venuti a trovarci anche dei professori dell’Università di Ginevra – ricorda – volevano capire come siamo riusciti a fare tutto questo senza finanziamenti pubblici”. Il meccanismo è semplice quanto ingegnoso: la formula è quella dell’associazione, alla quale si aderisce con una tessera, fatta a distanza, che costa dieci euro all’anno. “Una volta diventato socio, si sposa l’idea del progetto: il Nibbio è composto da undici case di albergo diffuso, dove si può soggiornare. Un borgo nell’anima di un borgo che è oggi un centro studi naturalistici della zona del Pollino”. Oltre al versante della ricezione, infatti, c’è quello formativo: il circuito del museo naturalistico, ad esempio, che è organizzato in sezioni e intervallato da alcune botteghe artigiane perfettamente recuperate per testimoniare le tracce di un patrimonio artigianale spesso estinto in seguito i flussi migratori tra le due guerre. Dalla bottega del falegname a quella del ciabattino, fino al palmento dove si pigiava l’uva per produrre il vino a uso familiare. Un recupero che piace non solo agli studenti che vengono in visita qui, “oltre diecimila da Campania, Puglia, Calabria, Basilicata e Sicilia – dice – ma anche da molti utenti del Nord Europa che cercano un vero borgo animato e un modello di accoglienza diverso. Non essendoci scopo di lucro, infatti, ciascuno offre quello che vuole, magari mettendosi a servizio per qualche attività, come in una sorta di banca del tempo, e ci si ritrova con il piacere autentico di incontrare le persone, riscoprendo il viaggio come metafora, e imparando a rispettare l’ambiente”. Perché, dai materiali ai modelli di consumo tutto a Morano Calabro viene recuperato. “Recuperiamo i mobili gettati dalle persone, creiamo lampade e oggetti d’arte anche dai rifiuti”, spiega Nicola. All’interno un modello di ospitalità sostenibile e solidale. “Le nostre case rappresentano un’ alternativa a formule ricettive più conosciute come quelle dell’agriturismo o del bed and breakfast”. A esempio, c’è la “soffitta dei ricordi”, dove oggetti vintage compongono l’arredo essenziale, o la “torretta del poeta”, che come un avamposto si specchia sul massiccio del Pollino, o la “soffitta delle ginestre”, con i tessuti realizzati a mano, a telaio. E ai costi vivi si fa fronte in altro modo. “Abbiamo fatto diversi allestimenti per altri musei come un grande diorama lungo quindici metri alla villa vecchia di Cosenza dove abbiamo riprodotto l’habitat della foce del Crati con dentro gli animali. Il ricavato, trentamila euro, lo abbiamo reinvestito nel Nibbio, che rientra nell’ Anms, l’Associazione nazionale dei musei scientifici, una rete di diffusione della museologia scientifica in Italia che fa da collegamento fra le istituzioni e gli operatori. Sul versante pubblico nessuna amministrazione ci ha sovvenzionati, ci siamo autogestiti e autofinanziati – sottolinea con orgoglio – spiace constatare che negli anni nove centri visita del Parco del Pollino sono costati un miliardo e sono tutti chiusi e non agibili. Ora si sono resi conto che il nostro è il modello vincente, perché lo facciamo con amore e con il coinvolgimento di tanti professionisti che credono in questa forma di investimento”.
    Lasciando un segno anche nelle future generazioni, come gli universitari: “Essendo partner dell’Università della Calabria possiamo far utilizzare agli studenti il Nibbio come sede per i tirocini, facendo loro guadagnare crediti formativi”. Ma le attività si aprono a ventaglio, e dalle case si è passati ai laboratori didattici, alla videoteca con materiali sull’intero territorio calabrese e lucano, al caffè letterario, al giardino. “Sotto il castello c’è un giardino bellissimo nel quale organizziamo concerti, proiezioni – aggiunge – e da un rudere che mi è stato regalato ho ricavato una cucina ristrutturata. Questo è un modello sostenibile che si regge da solo”. Una bella soddisfazione per un ingegnere che quattro anni fa ha deciso di lasciare il suo lavoro per buttarsi anima e corpo in un progetto avviato quasi venti anni fa, quando era considerato solo un visionario. “È stata una scelta arrivata naturalmente – ammette – a un certo punto della mia vita mi sono chiesto perché dovevo buttare il mio tempo per inseguire il profitto. Per me è più importante vivere in armonia con l’ambiente e contribuire a modellare le menti”.
    E i sogni vanno avanti anche quando la vita si mette di traverso. “C’è una chiesa sconsacrata del 1200, poi modificata nel ‘600, era dei principi di Sanseverino, i feudatari della zona. Abbiamo voluto salvarla con mia figlia, seguendo il modello del “Paradiso” di Amsterdam, quel tempio della musica sorto in un edificio che ospitava una chiesa dove, tra gli altri, si sono esibiti artisti come i Rolling Stones, Nirvana, Cure, Lenny Kravitz, Suzanne Vega. Mia figlia era una brava bassista, l’ho persa all’età di diciannove anni. Adesso la chiesa sarà restaurata per farne un laboratorio permanente di musica e arti visive per la collettività e gli artisti che vorranno esibirsi. Il progetto si chiama “Purgatorio MusicLab”, contiamo di avviare presto una piattaforma di crowdfunding per farlo funzionare. Vorremmo aprirlo a dei professionisti che a titolo gratuito possano anche insegnare la musica ai bambini e ai ragazzi del borgo.
    Se sono un visionario? Forse. Ma in fondo questa è quella lucida follia che serve. Ora in tanti hanno capito che i pazzi sono loro, noi vogliamo solo aiutare gli altri a realizzare un sogno collettivo”.

    Marzo 2018

    I give our history a new lease of life

    Nicholas Bloise’s project to bring people and trades in the ancient village of Morano Calabro became reality

    by Antonella Lombardi
    photos Asmara Bassetti and Oreste Montebello

    “Let’s see whether it’s possible to create something beautiful in the desert”. Nicola Bloise, a civil engineer of Morano Calabro, a village in the Pollino National Park, decided to recover the cluster of houses perched along the Valley of Coscile “to turn it into a model of cultural territorial development. The Nibbio starts in 1999, between great scepticism and opposition. The TCI has included it among Italian “Top charm” mansions. A chimera stubbornly turned into reality by Bloise with a passion for the environment. “I worked in Tuscany. Whenever I returned, it grieved me to see this wonderful country abandoned with carelessness. Rescuing it was a cultural challenge, especially because I had to make it clear that those historic houses were a treasure. My brothers and I started buying the abandoned houses at a very affordable prices”.
    “I remember the feeling of relief in those who were happy to get rid of that junk. Then the suspects: ‘who knows what he wants to do with all the houses he bought’. Today, there’s a high participation in the project, but what I like most is they believe in an alternative model of development. I also convinced workers, who were socially marginalized because out of any production process, to get back into the game”. “Some Professors from the University of Geneva came to figure out how we managed that without public funding. The formula is simply an association that costs 10 euros per year. The Nibbio consists of 11 houses of a scattered hotel. A village in the village. The natural history museum is organized into sections and interspersed with artisan workshops perfectly recovered. A fresh take on our handcrafted heritage”. “We recycle old furniture, create lamps and objects of art, within a model of sustainable hospitality and solidarity. There is the attic of memories with vintage furniture, and the poet’s turret. We made productions for other museums to reinvest the proceeds in the Nibbio, which is part of the ANMS, a network of dissemination of scientific museology in Italy that acts as a link between institutions and operators. Public administration has now realized that ours is the winning model because we do it with love and with the involvement of many professionals. We also use the Nibbio as a venue for students’ training. The activities fanned out from educational workshops, a video library, to the literary Café. Below the castle, there’s a beautiful garden where we organize concerts and screenings”. A great satisfaction for an engineer who decided to quit his job to throw himself heart and soul into a project started almost 20 years ago. “My daughter and I wanted to restore, by a crowdfunding, a deconsecrated Church of 1200, to make it a permanent lab for music and visual arts, like the temple of music Paradiso in Amsterdam. The project is called Purgatory MusicLab. Am I a visionary? Maybe”.

    Marzo 2018

    Dove rispunta l’iperico

    Dopo lunghi restauri, è tornato a vivere a Francavilla di Sicilia l’orto botanico del convento dei Cappuccini. E così sono rinati conserve e rimedi medicinali delle antiche e segrete ricette

    di Antonella Lombardi
    Foto di Igor Petyx

    Un rifugio rigoglioso e austero, dove le piante aromatiche e officinali rispettano il pragmatismo degli orti medievali. Nel convento dei cappuccini di Francavilla di Sicilia, a cinque chilometri dalle Gole dell’Alcantara, c’è un “Giardino dei semplici” che è stato recuperato e riorganizzato grazie alla paziente dedizione di Salvatore Maugeri, che ha dedicato ogni scampolo del suo tempo libero a studi sul patrimonio artistico e ambientale del territorio. Originario di Acicastello, presidente del consiglio comunale di Motta Camastra per quindici anni, un passato da sottufficiale di marina preceduto da un’incursione nel disegno d’alta moda negli anni ’80, Maugeri si definisce “il tutore del convento”.
    Un luogo che risale al 1570, costruito dal visconte Antonio Balsamo e arricchito poi dai Ruffo. Dal terrazzo la vista spazia fino al mare di Naxos e alla vallata dell’Alcantara, una piccola gemma sottratta all’abbandono e conosciuta grazie all’amicizia di un frate, “Padre Concetto Lo Giudice, l’anima del convento – spiega Maugeri – con lui decidiamo di recuperare uno spazio museale al piano terra, avviando un restauro conservativo che prevede anche un piccolo Giardino dei Semplici che abbiamo chiamato Herbarium Cappuccinorum”. I lavori iniziano nel 2001, finanziati dalla Regione con centocinquanta milioni di vecchie lire, tra scetticismo e lungaggini burocratiche che non scoraggiano Maugeri, che in proposito cita Sant’Agostino: “Datemi il guscio di una noce e ci metterò tutta l’acqua del mare”.
    La natura impervia e ripida del luogo li costringe a ricorrere persino all’aiuto di un mulo per portare i sacchi di sabbia necessari. Dalle tre aiuole originali si passa a trenta, con lavori di sbancamento a mano che salvaguardano la natura del terreno e il contesto. Nelle aiuole si alternano chiome argentee ed essenze tipiche del clima mediterraneo e piante come la saponaria, il mirto, l’achillea, l’iperico, l’acanto o la citronella. “Con padre Concetto, liquorista iscritto alla Camera di Commercio – prosegue Maugeri – decidiamo quali piante autoctone inserire”.
    Inizia una lunga ricerca tra conventi “ma pochi rispettano l’equilibrio tra chimica, natura e lo spirito dei luoghi”, ricette lasciate dal frate dopo la sua morte, ed esperimenti con la cosmesi. Nascono cosi i primi unguenti, oleoliti e marmellate di arancia amara, bergamotto o conserve dagli accostamenti inconsueti, come rovo e prugne. Per ogni essenza una spiegazione e una cura dei particolari che racconta un amore e un rispetto sedimentato negli anni e nell’arenaria ad opus incertum che ricopre le aiuole. Sorride delle mode del momento Maugeri: “Oggi abbiamo la chimica di sintesi, ma prima tutto nasceva all’interno di conventi e abbazie – dice – Chiedono tutti l’aloe, ignorando che la volgare pala di ficodindia vanta maggiori proprietà. O temono il veleno della cicuta non conoscendo l’estrema tossicità di fiori e foglie d’oleandro. Ma non esiste una pianta che non abbia una proprietà curativa: prendiamo la velenosissima Belladonna, utile agli occhi. Bisogna chiedersi se il gioco di acquisire il principio attivo vale la candela”.
    Ricette, proprietà e rimedi medicinali e cosmetici accuratamente descritti anche in un libro “I segreti delle piante e della cucina dei conventi”, edizioni il Convivio, che lo stesso Maugeri ha scritto. Un vero trattato dove oltre a indicazioni su come “guarire con i vegetali” sono descritti i metodi di estrazione delle essenze, le piante del convento, ma anche ricette come le “frittelle ai fiori di sambuco”.
    Le piante si snodano lungo un sentiero che dal convento porta alla “Garitta spagnola. A Francavilla, infatti, Spagnoli e Austriaci si sono contesi il possesso della Sicilia – racconta – in una battaglia sanguinosa che ha avuto il suo fulcro nel convento e che il 20 giugno 1719 contò oltre 15mila morti tra i due eserciti. Qui si sono conservati i ruderi della trincea spagnola”.
    In quest’oasi gelosamente custodita da una sapienza antica, si susseguono alberi di chinotto, Qumquat, ulivi, varietà di rosa canina, piracanta, sambuco, giuggiolo, liquirizia, ruta, valeriana e carrubi. “Carrubo deriva dal greco ‘Keration’, carato – osserva Maugeri – Pochi sanno che i semi equivalevano ai carati, perché avendo pressappoco lo stesso peso, in assenza di bilance di precisione venivano usati come pesi per l’oro e le pietre preziose”. Nel giardino ci sono anche ortaggi, alcuni antichissimi ma meno noti, come il “Ramolaccio, esistente da almeno settemila anni, poco in uso nella Valle dell’Alcantara, ma coltivato nell’orto del convento, ottimo rimedio per i problemi di fegato”. E per chi volesse cimentarsi in sciroppi, conserve o preparati cosmetici, ci sono le ricette del libro che racconta la passione filologica e il rispetto per questo scrigno dell’Alcantara o i prodotti in vendita al convento, dagli unguenti per la cellulite o per i dolori articolari, ai liquori e alle marmellate. Con un paio di avvertenze al “turista di buon gusto”, però: “Ho l’onore di pregiarmi della fiducia dei frati. Noi non siamo Amazon – avverte Maugeri – non spedisco nulla a chi non conosco o non è mai venuto in visita qui. Se non ci fosse il contatto umano e la curiosità per la natura dei luoghi tradirei la credibilità dei cappuccini che mi hanno affidato questo posto storico”.
    Ne sanno qualcosa alcuni malcapitati avventori che questo garbato tutore ricorda, strappando un sorriso: “Una signora aveva chiesto di soggiornare, a patto ci fosse l’idromassaggio. Un altro signore, molto interessato, era con moglie e figli, ma di fronte all’idea di lasciare una piccola offerta per la tutela del convento ha iniziato a lamentare un dolore improvviso e terribile alle gambe. Allora l’ho aiutato a sedersi sui sedili in pietra davanti l’ingresso, ma appena mi sono girato l’ho visto correre verso la macchina. Il dolore, come per incanto, era sparito”. Il giardino è aperto al pubblico dalle 11 alle 13 e dalle 15.30 alle 19, da pasqua al 31 ottobre. Dopo, le visite si svolgono su prenotazione, chiamando al numero del convento: 094 2981017.

    Dicembre 2017

    Where St. John’s wort blooms

    After renovations, the botanical garden of the Capuchins monks’ monastery came back to life with its many ancient secrets.

    by Antonella Lombardi
    photos Igor Petyx

    The Capuchin Monks’ monastery in Francavilla is a stern and lush refuge where aromatic and medicinal plants are tended with medieval rigorousness. This beautiful garden was restored thanks to the efforts and dedication of Salvatore Maugeri, born in Acicastello, president of Motta Camastra’s city council, and self-nominated “guardian of the monastery”. He worked with Father Concetto Lo Giudice on restoring this ancient place built in 1570 that offers breathtaking vistas ranging from the Naxos Sea to the Alcantara valley. The project was not easy, using slow and safe methods to preserve the natural beauty while ex-panding the array of indigenous plants tended. And from painstaking research among local convents come many recipes for ointments, beauty products and liquors, carefully crafted from these plants ac-cording to ancient methods, and available in a book that Maugeri himself wrote. This peaceful oasis har-bors chinotto, qumquat, olive, carob and many other trees, alongside all sorts of vegetables, some of which are ancient and rather unknown. Tourists can visit this garden, but they are asked to remember and cherish the historical bond between nature and the monks that Salvatore is entrusted with and be respectful as they wander.

    December 2017

    Dopo lunghi restauri, è tornato a vivere a Francavilla di Sicilia l’orto botanico del convento dei Cappuccini. E così sono rinati conserve e rimedi medicinali delle antiche e segrete ricette

    di Antonella Lombardi
    Foto di Igor Petyx

    Un rifugio rigoglioso e austero, dove le piante aromatiche e officinali rispettano il pragmatismo degli orti medievali. Nel convento dei cappuccini di Francavilla di Sicilia, a cinque chilometri dalle Gole dell’Alcantara, c’è un “Giardino dei semplici” che è stato recuperato e riorganizzato grazie alla paziente dedizione di Salvatore Maugeri, che ha dedicato ogni scampolo del suo tempo libero a studi sul patrimonio artistico e ambientale del territorio. Originario di Acicastello, presidente del consiglio comunale di Motta Camastra per quindici anni, un passato da sottufficiale di marina preceduto da un’incursione nel disegno d’alta moda negli anni ’80, Maugeri si definisce “il tutore del convento”.
    Un luogo che risale al 1570, costruito dal visconte Antonio Balsamo e arricchito poi dai Ruffo. Dal terrazzo la vista spazia fino al mare di Naxos e alla vallata dell’Alcantara, una piccola gemma sottratta all’abbandono e conosciuta grazie all’amicizia di un frate, “Padre Concetto Lo Giudice, l’anima del convento – spiega Maugeri – con lui decidiamo di recuperare uno spazio museale al piano terra, avviando un restauro conservativo che prevede anche un piccolo Giardino dei Semplici che abbiamo chiamato Herbarium Cappuccinorum”. I lavori iniziano nel 2001, finanziati dalla Regione con centocinquanta milioni di vecchie lire, tra scetticismo e lungaggini burocratiche che non scoraggiano Maugeri, che in proposito cita Sant’Agostino: “Datemi il guscio di una noce e ci metterò tutta l’acqua del mare”.
    La natura impervia e ripida del luogo li costringe a ricorrere persino all’aiuto di un mulo per portare i sacchi di sabbia necessari. Dalle tre aiuole originali si passa a trenta, con lavori di sbancamento a mano che salvaguardano la natura del terreno e il contesto. Nelle aiuole si alternano chiome argentee ed essenze tipiche del clima mediterraneo e piante come la saponaria, il mirto, l’achillea, l’iperico, l’acanto o la citronella. “Con padre Concetto, liquorista iscritto alla Camera di Commercio – prosegue Maugeri – decidiamo quali piante autoctone inserire”.
    Inizia una lunga ricerca tra conventi “ma pochi rispettano l’equilibrio tra chimica, natura e lo spirito dei luoghi”, ricette lasciate dal frate dopo la sua morte, ed esperimenti con la cosmesi. Nascono cosi i primi unguenti, oleoliti e marmellate di arancia amara, bergamotto o conserve dagli accostamenti inconsueti, come rovo e prugne. Per ogni essenza una spiegazione e una cura dei particolari che racconta un amore e un rispetto sedimentato negli anni e nell’arenaria ad opus incertum che ricopre le aiuole. Sorride delle mode del momento Maugeri: “Oggi abbiamo la chimica di sintesi, ma prima tutto nasceva all’interno di conventi e abbazie – dice – Chiedono tutti l’aloe, ignorando che la volgare pala di ficodindia vanta maggiori proprietà. O temono il veleno della cicuta non conoscendo l’estrema tossicità di fiori e foglie d’oleandro. Ma non esiste una pianta che non abbia una proprietà curativa: prendiamo la velenosissima Belladonna, utile agli occhi. Bisogna chiedersi se il gioco di acquisire il principio attivo vale la candela”.
    Ricette, proprietà e rimedi medicinali e cosmetici accuratamente descritti anche in un libro “I segreti delle piante e della cucina dei conventi”, edizioni il Convivio, che lo stesso Maugeri ha scritto. Un vero trattato dove oltre a indicazioni su come “guarire con i vegetali” sono descritti i metodi di estrazione delle essenze, le piante del convento, ma anche ricette come le “frittelle ai fiori di sambuco”.
    Le piante si snodano lungo un sentiero che dal convento porta alla “Garitta spagnola. A Francavilla, infatti, Spagnoli e Austriaci si sono contesi il possesso della Sicilia – racconta – in una battaglia sanguinosa che ha avuto il suo fulcro nel convento e che il 20 giugno 1719 contò oltre 15mila morti tra i due eserciti. Qui si sono conservati i ruderi della trincea spagnola”.
    In quest’oasi gelosamente custodita da una sapienza antica, si susseguono alberi di chinotto, Qumquat, ulivi, varietà di rosa canina, piracanta, sambuco, giuggiolo, liquirizia, ruta, valeriana e carrubi. “Carrubo deriva dal greco ‘Keration’, carato – osserva Maugeri – Pochi sanno che i semi equivalevano ai carati, perché avendo pressappoco lo stesso peso, in assenza di bilance di precisione venivano usati come pesi per l’oro e le pietre preziose”. Nel giardino ci sono anche ortaggi, alcuni antichissimi ma meno noti, come il “Ramolaccio, esistente da almeno settemila anni, poco in uso nella Valle dell’Alcantara, ma coltivato nell’orto del convento, ottimo rimedio per i problemi di fegato”. E per chi volesse cimentarsi in sciroppi, conserve o preparati cosmetici, ci sono le ricette del libro che racconta la passione filologica e il rispetto per questo scrigno dell’Alcantara o i prodotti in vendita al convento, dagli unguenti per la cellulite o per i dolori articolari, ai liquori e alle marmellate. Con un paio di avvertenze al “turista di buon gusto”, però: “Ho l’onore di pregiarmi della fiducia dei frati. Noi non siamo Amazon – avverte Maugeri – non spedisco nulla a chi non conosco o non è mai venuto in visita qui. Se non ci fosse il contatto umano e la curiosità per la natura dei luoghi tradirei la credibilità dei cappuccini che mi hanno affidato questo posto storico”.
    Ne sanno qualcosa alcuni malcapitati avventori che questo garbato tutore ricorda, strappando un sorriso: “Una signora aveva chiesto di soggiornare, a patto ci fosse l’idromassaggio. Un altro signore, molto interessato, era con moglie e figli, ma di fronte all’idea di lasciare una piccola offerta per la tutela del convento ha iniziato a lamentare un dolore improvviso e terribile alle gambe. Allora l’ho aiutato a sedersi sui sedili in pietra davanti l’ingresso, ma appena mi sono girato l’ho visto correre verso la macchina. Il dolore, come per incanto, era sparito”. Il giardino è aperto al pubblico dalle 11 alle 13 e dalle 15.30 alle 19, da pasqua al 31 ottobre. Dopo, le visite si svolgono su prenotazione, chiamando al numero del convento: 094 2981017.

    Dicembre 2017

    Where St. John’s wort blooms

    After renovations, the botanical garden of the Capuchins monks’ monastery came back to life with its many ancient secrets.

    by Antonella Lombardi
    photos Igor Petyx

    The Capuchin Monks’ monastery in Francavilla is a stern and lush refuge where aromatic and medicinal plants are tended with medieval rigorousness. This beautiful garden was restored thanks to the efforts and dedication of Salvatore Maugeri, born in Acicastello, president of Motta Camastra’s city council, and self-nominated “guardian of the monastery”. He worked with Father Concetto Lo Giudice on restoring this ancient place built in 1570 that offers breathtaking vistas ranging from the Naxos Sea to the Alcantara valley. The project was not easy, using slow and safe methods to preserve the natural beauty while ex-panding the array of indigenous plants tended. And from painstaking research among local convents come many recipes for ointments, beauty products and liquors, carefully crafted from these plants ac-cording to ancient methods, and available in a book that Maugeri himself wrote. This peaceful oasis har-bors chinotto, qumquat, olive, carob and many other trees, alongside all sorts of vegetables, some of which are ancient and rather unknown. Tourists can visit this garden, but they are asked to remember and cherish the historical bond between nature and the monks that Salvatore is entrusted with and be respectful as they wander.

    December 2017

    Gattopardo