A caccia di reti per fare vestiti

A Lipari ne è stata recuperata una enorme da acquacoltura abbandonata sul fondale, pericolosa per i pesci e inquinante. Obbiettivo: ripulire il mare e utilizzare la materia plastica per creare un filato. Perfetto per nuovi abiti

di Guido Fiorito

Le chiamano ghost fishing, sono reti fantasma, zombie del mare che continuano, dopo la loro fine, a imprigionare pesci, molluschi e mammiferi. In questa storia una rete di dimensioni record, una sorta di pachiderma abbandonato nel mare delle Eolie, è stata ripescata e trasformata in econyl, un filato di nylon brevettato di prima qualità, riciclabile in modo infinito, usato da aziende di tutto il mondo per realizzare costumi da bagno, vestiti, biancheria intima e pure tappeti.

Già. A Lipari, su barche e gommoni, si aggira una strana specie di pescatori: quelli che non prendono i pesci con le reti ma invece le reti le pescano. Proprio così: la preda è l’arnese per predare. Sembra un mondo rovesciato, un paradosso come l’immenso mare assediato dalla plastica e i pesci che non ci sono più. “Avevamo ricevuto – dice Ambra Messina, coordinatrice dell’Aeolian Islands Preservation Fund – tante segnalazioni di reti disperse. Allora abbiamo contattato Healty Seas per un intervento”.

L’obiettivo, appunto, era la gigantesca rete di acquacoltura del peso superiore a due tonnellate, dispersa da una tempesta che è stata recuperata con molta fatica. In parte insabbiata, in parte fluttuante nel mare. “The biggest net”, la rete più grande mai recuperata dall’associazione.

Healty Seas opera in tutto il mondo per il recupero delle reti in modo da riciclarle in fibre tessili. Si avvale degli esperti subacquei della Ghost Fishing Foundation, veri e propri acchiappa-reti fantasma. Ha tolto dal mare 375 tonnellate di reti in cinque anni. Con il coordinamento sul territorio dell’Eolian Islands Preservation Fund, sono stati coinvolti anche i sub Stefani Casale e Mirko Mola del Lipari Diving, e il Gorgonia diving center. E poi la barca della famiglia Puglisi, storici pescatori liparoti, e la Guardia costiera.

“La rete dell’acquacoltura – spiega Ambra Messina – si trovava da oltre dieci anni nel mare di fronte le cave di pomice, zona interessante per i subacquei che l’avevano più volte avvistata”.
La rete è stata liberata è sollevata in superficie con galleggianti che auto-gonfiabili. “Ma sollevarla sulla barca non è stato facile”, dice Giulia Bernardi, biologa e subacquea romana, che si è trasferita a Lipari per i progetti di protezione del mare e di pesca sostenibile della Blue Marine Foundation, un’altra associazione che ha partecipato all’iniziativa.

La rete è stata agganciata all’argano del peschereccio ma per sollevarla è stato necessario anche lo sforzo fisico di tutti i sub che la spingevano in alto dal mare. Poi è stata recuperata e riconsegnata una rete di un pescatore di Salina, che aveva imprigionato pesci, granchi e stelle marine. Alcuni esemplari ancora vivi sono stati liberati. “In molti anni – dice Ambra Messina – si sono accumulate tantissime reti in mare. Una piccola parte è stata recuperata e siamo in contatto con Healthy Seas perché possano tornare a continuare l’opera di pulizia”.

Ambra Messina è palermitana. Ha passato le estati nella casa di famiglia a Lipari, dove i genitori conducevano un diving. “Dopo aver lavorato a Roma nella comunicazione, sono riuscita tornare nel posto che ho amato fin da piccola”.

Le reti recuperate (in totale quattro tonnellate) sono state inviate in uno stabilimento in Lituania, dove sono state pulite con trattamenti speciali, che restituiscono purezza al nylon che è tornato in Italia all’Aquafil di Arco (Trento), una delle aziende che ha creato Healthy Seas. Questa società realizza con le reti recuperate e altri scarti l’econyl, il filato di nylon di prima qualità che è riciclabile in modo infinito.
Un rapporto dell’Unap e della Fao, organi delle Nazioni Unite per l’ambiente e l’alimentazione, ha calcolato che nei mari del mondo vi sono 640.000 tonnellate di reti abbandonate, il dieci per cento della plastica presente negli oceani, che intrappolano fino alla morte nel Mar Tirreno delfini, tartarughe marine, capodogli.

La maggior fonte di inquinamento da plastica ha il nome di Fad, sigla che sta per Fishing aggregated devices: “È un attrezzo da pesca – spiega Bernardi – costituito da una serie di bidoni di plastica che servono da galleggiante e un filo di polipropilene lungo anche due chilometri. Si chiama anche caponara perché è usato per catturare i caponi. Questi pesci sono viaggiatori, arrivano nei nostri mari in settembre per ripartire a dicembre. Nei Fad vengono messe delle foglie di palma a uno-due metri di profondità. I caponi amano riposare all’ombra e stanno sotto finché il pescatore non viene a prenderli con una rete”.

A metà ottobre, la nave “Sam Simon” di Sea Shepherd, associazione californiana che lotta contro l’illegalità in alto mare, sostenuta dall’Aeolian Islands Preservation Fund, è stata in missione nel Sud Tirreno con una nave più piccola dedicata alle Eolie. Sono stati sequestrati 52 Fad illegali e cento chilometri di spago di proliprolene, letali per le tartarughe Caretta Caretta durante le loro migrazioni. I Fad illegali, detti cannizzo, sono in mare centinaia e centinaia. Nelle Eolie se ne possono istallare legalmente al massimo venti e in aree stabilite.

Tra gli obiettivi del progetto di Blue Marine e dell’Eolian Fund, c’è quello di responsabilizzare i pescatori eoliani. “Non è facile – dice Giulia Bernardi – i controlli sono pochi e manca alle Eolie un’area marina protetta dove i pesci possano riprodursi.

Una volta la flotta lipariota era una delle più grandi d’Italia, oggi ci sono poco più di un centinaio di barche di piccoli pescatori. Il pesce scarseggia. Bisogna rispettare le regole, non lasciare reti in mare e quando non è possibile recuperarle segnalarle; rispettare le pause di pesca, la taglia minima delle prede. Una bella sfida ma è inutile fare articoli scientifici se non si riesce poi a trasmettere alla gente quello che si può fare per salvare il mare”.

Sulla stessa linea opera l’Eolian Fund: “I migliori ambientalisti – conclude Ambra Messina – sono i ragazzi delle scuole. In tre mesi hanno recuperato cinquantamila bottiglie in un compattatore di plastica che abbiamo istallato alla media di Lipari. In questo modo si produce una plastica più facile da riciclare e a minor costo”. I pescatori di Salina e Stromboli hanno sviluppato un codice di buona condotta e hanno ricevuto delle casse frigo isolanti per migliorare la qualità del pescato e ridurre l’uso del polistirene.

E il mese scorso si sono confrontati con una delegazione dei pescatori di Lyme Bay, in Inghilterra, dove la Blue Marine Foundation ha messo insieme pescatori e ambientalisti. Risultato: il prodotto ittico è aumentato in quantità e valore.

Novembre 2018

Chasing nets to make clothes

A huge abandoned fish farming net has been recovered in Lipari. Goal: to clean the sea and use the plastic material to create yarn. Perfect for new outfits

by Guido Fiorito

They are called ‘ghost fishing’. They are zombies of the sea that continue to imprison fish, molluscs and mammals. In this story, a record-sized net, a sort of pachyderm abandoned in the sea of the Aeolian Islands, has been fished and turned into econyl, a patented first-quality nylon yarn, recyclable to infinity, used by international companies to make swimsuits, clothes, underwear and even rugs. In Lipari, there is a strange kind of fishermen on boats and rubber dinghies: those who do not take fish with nets but who fish the nets. Yes, their prey is the mean used to predate. It seems a reversed world, a paradox like the immense sea invaded by plastic and where fish are disappearing. “We had received – says the Aeolian Islands Preservation Fund’s coordinator, Ambra Messina – many reports about dispersed nets. So, we contacted Healthy Seas for an intervention.”

The goal was the gigantic fish farming net, weighing more than two tonnes, dispersed by a storm, which was recovered with a great effort. Partly under the sand, partly floating in the sea. The biggest net ever recovered by the association. Healthy Seas operates worldwide for the recovery of nets in order to recycle them into textile fibres. It resorts to the professional divers of the Ghost Fishing Foundation.

Under the coordination of the Eolian Islands Preservation Fund, and the Gorgonia Diving Centre, the scuba divers Stefano Casale and Mirko Mola of the Lipari Diving were also involved as well as the boat of the Puglisi family, historical fishermen from Lipari, and the Coast Guard. “The fish farming net has been in the sea for over ten years in front of the quarries of pumice.” The net was freed and pulled out the surface by self-inflatable buoys. “Over the years, many nets have accumulated in the sea.”

Ambra Messina is from Palermo. She used to spend her summer in the family house in Lipari, where her parents run a diving centre. “After working in Rome, I was able to return to the place I have loved since I was a child.” The nets recovered (in total four tonnes) have been sent to a plant in Lithuania to be cleaned with special treatments, which give purity back to the nylon. Then, it is returned to Italy at Aquafil in Arco (Trento), one of the companies that Healthy Seas has created.

This company produces the econyl, a first-quality nylon yarn, recyclable to infinity, out of the fishnets and other waste recovered. A report by UNEP and FAO, the United Nations environment and food authorities, have estimated that in the world’s seas there are 640,000 tonnes of nets abandoned at sea – ten per cent of the plastic in the oceans – trapping dolphins, sea turtles, sperm whales to death.

The main source of pollution from plastics is called FAD Fishing Aggregating Device: “A fishing tool made up of a series of plastic bins used as a float, tied to a polypropylene thread, sometimes even 2-kilometre long. It is also called Caponara, because used to capture the dolphinfish [capone]. These fish are itinerant, entering our seas in September and again in December.

Under the Fads, some palm leaves are placed at a depth of two-three metres. They love to rest in the shade and stay there until the fisherman comes.” One of the objectives of the Blue Marine project and the Eolian Fund is to awaken the Aeolian fishermen.

November 2018

Il lungo viaggio alla riscoperta delle isole

Da Palermo a Venezia in barca a vela e in solitaria facendo scalo su trentatré “scogli” italiani alla ricerca delle storie di coloro che resistono e lottano in difesa delle loro terre. Storia di Lucio Bellomo, ingegnere palermitano che ai computer ha preferito le correnti del Mediterraneo

di Guido Fiorito

Questa è una storia hard per chi si ispira all’incrinato mito del posto fisso oppure a quello più alla moda dello studio lontano da casa, all’estero. Il protagonista è Lucio Bellomo, un ragazzo palermitano, laureato in Ingegneria elettronica a Parigi, che a 28 anni vince un posto di professore associato all’Università di Tolone e si dimette per inseguire e realizzare un’altra vita a contatto con il mare. Oggi è istruttore subacqueo e ha realizzato una bella avventura durata oltre quattro mesi: navigare in solitario a vela per trentatré isole italiane e in ciascuna sbarcare a caccia di personaggi che resistono a star lì in vario modo, finché ti interroghi se sono loro a essere isolati oppure lo siamo noi nella frenetica e standardizzata vita cittadina.

“Mi sono laureato in ingegneria – racconta – solo perché andavo bene a scuola. Il destino di un ingegnere elettronico è di occuparsi di semiconduttori, ovvero della tecnologia dei telefonini. Non mi piaceva. Inizialmente ho lavorato da ingegnere elettronico ad Antibes. Poi, per seguire la mia passione per il mare, ho ottenuto un dottorato di ricerca a Tolone sui radar oceanografici. Mi è piaciuto e ho iniziato a raccogliere dati e a fare ricerche sulle correnti marine, dal Mediterraneo all’Oceano Pacifico dove mi sono imbarcato per un mese e mezzo su una nave francese”.
Poi arriva il concorso di professore associato all’università. “Ho vinto, dovevo insegnare e non c’era più tempo disponibile per fare ricerche. Nel 2014 mi sono dimesso. Sono sempre andato sott’acqua sin da bambino. Ho preso il brevetto di istruttore e ho iniziato a lavorare da sub partendo da Ustica dove c’è la seconda casa della mia famiglia”.

Ad Antibes, grazie a un incontro casuale con un francese su un aereo, Lucio si è appassionato anche alla vela. Così decide di fare la traversata dell’Atlantico, trova quattro compagni su internet e nel gennaio del 2016 realizza anche questo sogno: ventidue giorni sul mare in cui impara tante cose. Ma non gli basta.

“Ero alle Maldive per lavorare come istruttore sub – ricorda – quando mi viene in un lampo un’idea: mettere insieme la mia voglia di navigare in solitario e di conoscere il Mediterraneo, il mio mare. Un giro delle isole italiane. Mi metto davanti una cartina e realizzo un itinerario che segue i flussi delle correnti che conosco per le mie ricerche.  Non sono molto esperto di vela, la traversata da Carloforte a Marettimo o da Gallipoli alle Tremiti saranno sfide impegnative. Ma mi piace”.

Dalle Maldive chiama Francesco Belvisi, costruttore palermitano di scafi innovativi, che gli offre una barca abbandonata a Livorno: Maribelle. Tenta di finanziarsi con il  crowdfunding. Ottiene quattromila euro, non sono tanti ma ringrazierà con magliette o cartoline. Il resto viene dai suoi risparmi in banca: “I soldi vanno spesi per realizzare i propri sogni”.
Un corso con la skipper Simona Pasqua, la lunga preparazione della barca e poi il 15 aprile inizia il viaggio. Da Palermo a Venezia, trentatré isole da visitare, una collana unita dal filo della scia spumeggiante di una barca.  “Volevo assaporare le sensazioni di navigare da solo, liberarmi dall’inutile concitazione della solita vita e concentrarmi sulle sensazioni del presente. Volevo conoscere persone sulle isole e cercare cosa le unisce.

Ho trovato che da Alicudi a Venezia esiste un comune senso di appartenenza carnale allo scoglio, nome che tutti utilizzano per chiamare la propria isola. Alcuni tornano per questo motivo. E poi c’è un modo di vivere lento lontano dalla frenesia cittadina”. Un ritmo che Lucio ha seguito anche nel viaggio, fermandosi due-tre giorni in ogni isola a caccia di personaggi particolari da incontrare. Alla fine le interviste saranno novanta.

La vita in alcune isole resta difficile: “Negativa è la gestione del sistema scolastico e di quello sanitario. Difficile fare  studiare i ragazzi nelle isole, maestre e professori sono senza incentivi, stanno un anno e poi scappano  via. In gran parte delle isole non si nasce più, per partorire le donne devono trasferirsi sulla terra ferma.  

Ad Alicudi ho conosciuto la maestra Teresa Perre, un eroe moderno. Da trent’anni insegna ai bambini dell’isola, adesso ha quattro alunni tra scuola elementare e media. Non è andata via perché sente il valore di rappresentare un servizio pubblico”.
Un altro tema è quello del turismo: “Per dieci mesi l’anno – dice Bellomo – gran parte di queste trentatré isole viene dimenticata. Il turismo nelle isole è in gran parte uno sfacelo, distrugge l’ambiente e anche lo spirito degli abitanti. Due esempi sono Venezia e Capri. Mi è piaciuto tanto navigare a vela nella laguna veneziana ma c’è un moto ondoso pazzesco, causato da un traffico navale senza regole. Gli abitanti non sopportano più i turisti”.

Un viaggio per conoscere tante persone, da Umberto Segnini che organizza trekking particolari all’Elba ma anche in Patagonia a Pietro Meneghin artigiano di forcole di legno, ovvero  gli scalmi delle barche veneziane; da Giacomo che a Lampedusa fa l’opera dei pupi e ha decorato la sede della sua associazione con pezzi delle barche dei migranti naufragate fino a Michele che ha riportato le vacche a Linosa; da Clara Rametta, sindaco di Malfa (Salina), che vuole aprire il primo cinema delle Eolie, a  Fabio Masi con la sua libreria per i trecento abitanti di Ventotene.

Cosa rimane?

“Sono felice – dice Lucio, che oggi ha 35 anni – di aver portato a termine il progetto, c’erano tante incognite soprattutto per la parte velica.  Ci sono stati anche momenti di pericolo e di paura. Adesso ho iniziato a scrivere un libro per dare voce alle persone che ho conosciuto e chi mi hanno dato tantissimo. Un regista peruviano, Donald Wilson, mi ha seguito nel viaggio, girando tanto materiale. Penso che più che un documentario dovremo realizzare una docu-serie. Ho ripreso a fare l’istruttore subacqueo a Ustica, lavoro che è comune alla mia fidanzata Elisa. In inverno noi istruttori andiamo a cercare lavoro nei mari tropicali, ma adesso vorrei dedicarmi soprattutto al libro e al documentario”.

E lasciarsi andare ancora nella corrente. Delle passioni autentiche.

Novembre 2018

A long journey to rediscover the islands

A solo sailing from Palermo to Venice, seeking for those who stay and fight for their islands. Lucio Bellomo’s history

by Guido Fiorito

This is a strong story for those inspired by the cracked myth of the permanent employment or the trend of studying abroad. The Palermitan Lucio Bellomo, graduated in electronic engineering in Paris, at the age of 28 won a position as an associate professor at the University of Toulon but resigned to realise another life in close contact with the sea. Today, he is a scuba instructor and has just come back from a beautiful adventure lasting more than four months. He made a solo sailing to reach thirty-three Italian islands, seeking for those who endure staying there in various ways, which makes one think about whether it is them that are isolated or us in our hectic and standardised city life.

“I graduated in engineering – he says – just because I was good at school. An electronic engineer deals with semiconductors or the technology of mobile phones. I wasn’t happy with it. Initially, I worked as an electronic engineer in Antibes. In Toulon, I got a PhD in the oceanographic radar to follow my passion for the sea. I enjoyed it and started collecting data and researching marine currents, from the Mediterranean to the Pacific Ocean, by a French ship where I embarked for a month and a half.” Then, the Associate professor position competition at University. “I won it. I had to teach, and there was no more time to do research. In 2014, I resigned. I’ve always swum underwater since I was a kid. I took the instructor’s licence and started working as a scuba diver in Ustica.”

In Antibes, thanks to a chance encounter with a Frenchman, Lucio also got passionate about sailing. So, he decided to cross the Atlantic and found four companions on the Internet. He realised his dream in January 2016. Twenty-two days on the sea, where he learned so many things. However, it was not enough for him. “I was in the Maldives to work as a scuba diving instructor – he remembers – when it came to me in a flash the idea to combine my desire of solo sailing with knowing the Mediterranean, my sea. A tour of the Italian islands. I designed an itinerary that would have followed the streams of the currents I had known during my research. I was not very good at sailing so the crossing through Carloforte, Marettimo, Gallipoli, and the Tremiti islands would have been very challenging.” From the Maldives, Lucio called Francesco Belvisi, a Palermitan manufacturer of innovative hulls who offered him a boat abandoned in Livorno: Maribelle. 4,000 euros through a crowdfunding campaign and the rest came from his savings: “Money should be spent to fulfil your dreams”.

His journey started on 15 April, after taking a sailing course with the skipper Simona Pasqua. From Palermo to Venice, thirty-three Islands to visit, a necklace joined by the strand of the frothy wake of a boat. “I wanted to savour the sensations of sailing alone, freeing myself from the useless excitement of the usual life and focusing on the sensations of that moment. I wanted to meet people of the islands and seek out what unites them. I realised that from Alicudi to Venice there is a common sense of ‘brotherly’ belonging to the rock, as everyone calls his own island. Some of them came back for this reason. And then, there is a slow-pace life away from the bustle of towns.”

The same rhythm that Lucio followed in his journey by stopping two or three days in each island seeking for special people to meet. The interviews will be ninety. “Now, I’ve started writing a book to give voice to the people I met and to whom I owe so much. During the journey, a Peruvian director, Donald Wilson, accompanied me. I think that we should make a docu-series rather than a documentary. I’ve resumed my job as a scuba instructor in Ustica, but I would like to dedicate myself mainly to the book and documentary.” To indulge again. In the stream of genuine passions.

November 2018

Capolavori in corso

Alla scoperta dell’Accademia di Belle arti di Palermo dove si formano gli artisti del futuro. Un luogo carico di fermenti creativi che stanno cambiando la città e alimentano nuove possibilità di lavoro

di Antonella Lombardi

Foto Fondo fotografico Accademia di Palermo

Il fermento da strisciante è diventato contagioso, plasmando quella che era un’energia sotterranea in talento da esporre. E così capita di vedere decine di allievi dell’Accademia di Belle arti di Palermo discutere animatamente, come in una famiglia allargata, di allestimenti e contemporaneo con i loro insegnanti, forti del successo di chi li ha preceduti e di un rinnovato entusiasmo. Perché nell’anno di Manifesta, di Palermo capitale italiana della Cultura, del mecenatismo dei Valsecchi, è questa la fucina che esprime e forma non solo talenti artistici in grado di competere con i loro coetanei europei, ma anche grandi professionisti al lavoro nelle istituzioni e aziende di tutto il mondo: scenografi, fotografi, restauratori, grafici, curatori, scultori, esperti di comunicazione digitale e decoratori. 

Sono loro l’espressione di una dissonanza di cui andare fieri, un esercito di giovani pronti a rompere quel pregiudizio secondo il quale l’arte contemporanea non ha diritto di cittadinanza al Sud, e tanto meno può dare lavoro. Perché al contrario tantissimi di loro scelgono di restare per contribuire al cambiamento del proprio territorio. All’Accademia delle belle arti di Palermo gli allievi hanno gli sguardi avidi di chi vuole imparare, e la serenità di chi ha appagato un sogno che si autoalimenta, come Martina Ricciardi, al terzo anno del corso di didattica dell’Arte: “Le radici sono imprescindibili, anche quando devi confrontarti con il contemporaneo. Qui è tutta una scoperta, e dell’arte siciliana si conosce e pubblica pochissimo”. Una sorpresa per Martina, che ha scelto di fare una ricerca sugli apparati decorativi delle chiese gesuitiche barocche. “Voglio restare qui perché la città sta vivendo uno slancio che offre possibilità di lavoro inedite altrove”. 

Lo conferma anche Silvia Maiuri, originaria di Barcellona Pozzo di Gotto, appassionata di scrittura e ora alle prese con il biennio di specializzazione sugli allestimenti: insieme ad altri suoi compagni ha creato “un collettivo grazie al quale facciamo mostre di artisti emergenti in case private o in locali pubblici, curando allestimento e contenuti. Il sogno è diventare curatori e qui lo stiamo già facendo”. Ne sono convinte anche Claudia Macaione e Manuela Alfieri, che in realtà sognano un lavoro al “Maat di Lisbona o alla Fondazione Prada” ma confessano di aver scoperto, grazie all’Accademia, una serie di gallerie e piccole realtà stimolanti dove le collaborazioni spesso si trasformano in occasioni di lavoro. 

Perché lo sforzo corale che da anni l’Accademia porta avanti  con i suoi docenti è proprio quello di ridurre il gap con il Nord e frenare l’emorragia di talenti. “Gli studenti iscritti l’anno scorso sono stati 1559 – dice il direttore Mario Zito – e c’è un trend di crescita del 10 per cento. Abbiamo un’offerta formativa molto variegata e corsi altamente professionalizzanti, come quelli su grafica e audiovisivo. Abbiamo studenti che oggi lavorano alla Apple di Cupertino o espongono nelle gallerie di tutto il mondo, ma essere artisti oggi è una grande sfida, anche perché bisogna far capire al pubblico e al privato che l’arte non può essere svenduta. Da qui nasce l’idea di retribuire alcuni ragazzi che hanno lavorato al Premio nazionale delle arti con delle borse di studio. È un messaggio per la società: non può esistere arte senza committenza. E la società ha bisogno di creativi”. 

Alcuni esempi li snocciola Agnese Giglia, insegnante di Allestimento degli spazi espositivi:  “Una mia allieva ha allestito qui la mostra di Robert Capa, un altro lavora alla Farm cultural Park di Favara, pochissimi ormai vanno fuori, nessuno per necessità”.

“Al mio arrivo ho trovato un’Accademia in ottime condizioni, sana, sia dal punto di vista economico che artistico e con ottime relazioni con la città – dice il presidente Alberto Coppola Amero d’Aste Stella – Il fatto che gli iscritti siano cresciuti è il segnale di una qualità artistica elevata, non a caso siamo gli unici in Sicilia come Accademia ad avere un corso di restauro che abilita alla professione con un esame di Stato finale e appena cinque iscritti l’anno, molto seguiti. L’humus palermitano è straordinario, spinge a esporre e vivere il territorio; qui stanno accadendo cose che qualche anno fa sembravano inimmaginabili”. 

Tra i corsi più affollati c’è fotografia, con classi che arrivano anche a cinquanta iscritti. Nascono le collaborazioni con il tessuto sociale della città e le sue istituzioni, con partnership che fanno da trampolino di lancio per il lavoro e si traducono in scelte di impegno civico.

È il caso dell’ “utopia felice” realizzata nel quartiere Danisinni dall’insegnante di scenografia Valentina Console. Qui allievi dell’Accademia, abitanti, artisti, Comune e associazioni hanno lavorato insieme a diversi progetti di riqualificazione con collaborazioni con il Teatro Massimo e progetti in fieri con il Teatro Biondo.

“È iniziato tutto dipingendo una parete. Un nostro ex allievo, Marco Mirabile, ha portato l’arte sacra dentro le case degli abitanti, disegnando, su richiesta, la Madonna. Del resto qui la parrocchia è l’unico presidio di un territorio spesso noto per l’assenza di servizi. Ora  invece Danisinni è diventata un’oasi di energie creative.

La connessione tra l’arte e gli abitanti ci ha permesso di realizzare una fattoria sociale con un teatro tenda su un terreno di diecimila metri che era abbandonato e che ci è stato concesso in comodato d’uso, e un museo con una collezione di 104 opere donate da artisti di tutto il mondo. Sono esperienze importanti, che fanno capire ai ragazzi il ruolo delle istituzioni. Un mio allievo l’anno scorso ha lavorato da scenografo al Teatro Massimo per La bella addormentata, un’altra fa le illustrazioni per l’azienda Tasca D’Almerita. Oggi ci sono più chance al Sud”. 

“I nostri corsi sull’audiovisivo sono molto professionalizzanti, per il corso di graphic design riceviamo circa 120 domande, ne accettiamo cinquanta, ma i nostri allievi sono motivati – spiega Fausto Gristina  Il nemico peggiore è l’isolamento, e noi che siamo un’Isola, cerchiamo collaborazioni con Unesco, Palazzo Mirto e altre istituzioni. Una nostra allieva, Sabrina Ciprì, ha realizzato il logo di Palermo Capitale della Cultura. Qui si impara a coltivare una mente curiosa”. Molto successo riscuotono anche il corso del fumetto, introdotto due anni fa, o quello sul fashion design dello stilista Sergio Daricello.

“Abbiamo lavorato a lungo con un gruppo di colleghi per far sì che Palermo potesse diventare un posto dove esprimersi come artisti a 360 gradi – spiega Daniela Bigi – Quando sono arrivata qui da Roma l’idea era che si dovesse fare tanto e l’Accademia era sganciata dalla vita cittadina e dal mondo dell’arte. Ora è una delle migliori d’Italia. Certo, c’è chi ancora fatica a pensare che il Sud possa esprimere un’eccellenza in campo artistico, ma è solo un pregiudizio”.

Ma a preoccupare i docenti, però, è l’assenza di spazi stabili per il contemporaneo. “Abbiamo recuperato la nostra storia e ridotto molto la distanza con il Nord  – spiega Paola Nicita, giornalista e insegnante di Comunicazione e valorizzazione delle collezioni museali –  molti ragazzi hanno avuto modo di collaborare a vari progetti di Manifesta, ma quando questi eventi finiscono, devono rimanere dei luoghi stabili dove poter realizzare dei progetti”. 

Uno di questi è Palazzo Ziino, dove il Comune di Palermo ha affidato all’Accademia di Belle arti la direzione artistica delle attività, trasformando uno spazio espositivo in un cantiere di sperimentazione per i giovani. “Abbiamo fatto una scelta forte, posizionare una sola opera per ambiente che però fosse l’opera, in modo da costringere il giovane artista a dialogare con lo spazio”, spiega Gianna Di Piazza, che insieme ai docenti Daniela Bigi e Toni Romanelli ha condiviso diversi progetti che hanno lasciato un segno. Come la biblioteca, “con un fondo storico importante e testi del ‘600 – racconta Di Piazza – e opere del contemporaneo che l’hanno resa un punto di riferimento aperta al pubblico della città. O l’osservatorio permanente, con il quale offriamo agli allievi la possibilità di capire l’opera, discuterla, perché ci crediamo ancora fermamente e il nostro compito è portare lo studente a  un livello di consapevolezza che gli permetta di inserirsi, come succede, in mostre su tutto il territorio”.

Una missione condivisa da Toni Romanelli, ideatore della collezione “Libri d’artista”, segnalata dal Mibac come una delle più importanti sul territorio e con tre opere che a novembre andranno in mostra a Milano al Binario 21. Romanelli è bolognese, e a Palermo ha scelto di restare “accettando una sede che prima era vista come un esilio. Il libro d’artista rappresenta uno dei luoghi di libertà e intimità assoluta – spiega – e la collezione all’inizio è nata per documentare la presenza dei docenti all’interno dell’Accademia.

Presto però la raccolta si è impreziosita con donazioni di artisti contemporanei e di giovani artisti dell’Accademia, con opere concettuali, dipinti tridimensionali, sculture da sfogliare, archivi di foto, creazioni di gesso, cera e pigmenti.

A Torino 150 opere della collezione sono state esposte all’ Officina della Scrittura, il primo museo al mondo interamente dedicato al Segno e alla Scrittura. La collezione e la biblioteca nascono per la città e questa è un’azione politica legata al tema del dono. Qui ci sono dei diamanti che fanno brillare le nostre azioni e di questo il Meridione deve prendere atto”.

Novembre 2018

Masterpieces in progress

Discovering the Accademia di Belle Arti of Palermo where the artists of the future are educated. A place full of creative excitement that is changing the city and fostering new job opportunities

by Antonella Lombardi

Photo by Fondo fotografico Accademia di Palermo

The excitement has become contagious, moulding an underground energy into a gift to exhibit. And so it happens to see dozens of students of Accademia di Belle arti di Palermo discussing animatedly about organization and contemporaneity with their teachers, confident of the success of those who came before and of a renewed enthusiasm. Because in the year of Manifesta 12, of Palermo Italian capital of culture, of the Valsecchi’s patronage, this is the hothouse that gives voice and educates not only artistic talents able to compete with European students of the same age, but also great professionals working in institutions and companies from all over the world: set designers, digital communication experts and decorators. They are the expression of a dissonance to be proud of, a crowd of young people ready to overcome the prejudice according to which contemporary art has no right of citizenship in the South and least of all can give a job.

On the contrary, many of them choose to stay and contribute to the change of their territory. At the Accademia students have the look of those who are eager to know and the peace of those who have fulfilled a dream that feeds itself, like Martina Ricciardi, in her third year of art teaching course:” Roots are unavoidable when you have to face contemporaneity. Here it’s a continuous discovery and very little is known and published of Sicilian art”. She has chosen to do a reasearch on the decorative set of the baroque Jesuit churches. “I want to stay here because the city is experiencing a momentum that offers unique job opportunities”. Also confirmed by Silvia Maiuri from Barcellona Pozzo di Gotto, who is struggling with the two-year specialization on setting up. With some of her classmates she has created” a collective, thanks to which we mount exhibitions of up-and-coming artists in private homes or public places. Our dream is to become curators, as we are here already”.

Also Claudia Macaione and Manuela Alfieri are convinced of this, although they dream of a job at Maat in Lisbon or at Fondazione Prada, but admit that thanks to the Accademia, they have discovered some galleries, small but very stimulating, where joint efforts often become job opportunities. In fact, the concerted effort that the Accademia has been carrying on for years with its teachers is exactly to reduce the gap with the North and to contain the artists drain.”The students enrolled last year were 1559 – director Mario Zito says – and there’s a growth trend of 10 percent. Our training offer is very varied with highly professional courses, like the ones on graphics and audiovisual.

Our former students today work at Apple in Cupertino or exhibit in galleries all over the world. Being an artist nowadays is a great challenge, also because it’s necessary to make the public and the private understand that art cannot be sold off. Hence the idea of rewarding some boys who worked for the National Art Prize with a scholarship. It’s a message for society: art cannot exist without commission. And society needs creative people.”

Agnese Giglia, teacher of setting up of exhibition spaces, reels off some examples: “One of my students mounted Robert Capa’s exhibition here, another one works at Farm Cultural Park at Favara; very few now go away, no one out of necessity”. “At my arrival I found the Accademia in excellent conditions, healthy, both from an economic and artistic point of view, and with excellent relations with the city – president Alberto Coppola Amero d’Aste Stella says -. The fact that the number of students of the Accademia has grown is the sign of the high artistic quality; it’s not by chance that we are the ony ones in Sicily to have a restoration course to qualify for the profession with a final state exam and just five students per year who are carefully supervised. Sicilian humus is extraordinary, encourages to exhibit and live the territory; here things are happening that semed unconceivable just a few years ago”. Among the most crowded courses, there’s photography, with classes up to fifty students.

Cooperations with the fabric of the city and the institutions develop with partnerships that are stepping-stones for new jobs and become choices of civil commitment too. It’s the case of the happy utopia made in the Danisinni district by the scenography teacher Valentina Console. Here some students of the Accademia, inhabitants, artists, the Council and some associations have worked together to some projects of upgrading.

“Everything started painting a wall. Marco Mirabile, former student of the Accademia, brought sacred art inside the houses of the inhabitants, drawing a Madonna on request. And today Danisinni has become a true oasis of creative energies”.

November 2018

Il custode delle vigne dell’Etna

Difesa della qualità, ricerca scientifica, controllo delle zone di produzione. Ecco la ricetta di Antonio Benanti, nuovo presidente del consorzio dei doc dell’area del vulcano, per proteggere uno dei più straordinari fenomeni della viticoltura italiana

di Guido Fiorito

Dal finestrino lo sguardo si riempie di vigneti, distesi o terrazzati con pietre laviche. L’uva è matura. Tra poco sarà vendemmia, in ottobre perché si tratta di uve tardive. Il trenino a scartamento ridotto abbraccia in tondo le pendici dell’Etna e permette di osservare con quanta dedizione e fatica la vigna sia stata strappata alla montagna. Se in principio era Ulisse che con il vino ubriacava Polifemo, oggi queste uve danno un prodotto di alta qualità che si vende in tutto il mondo. E i vigneti sono molto ricercati. Per Antonio Benanti, nuovo presidente del consorzio Etna doc, è un paesaggio familiare. Il nonno con le sue uve faceva vino per uso proprio a Viagrande. Nel 1988 il padre Giuseppe, industriale farmaceutico, trasforma questa passione nella prima azienda di vini di eccellenza dell’Etna, puntando su una produzione di alta qualità con vigneti a Castiglione di Sicilia  e a Milo poi di nuovo a Monte Serra (Viagrande). L’idea vincente, coltivata con una lunga sperimentazione, è di puntare su produzioni mono vitigno con il carricante  e il nerello mascalese, gli  autoctoni doc dell’Etna. I risultati degli anni Novanta fanno da apripista: tanti investitori arrivano sull’Etna a scommettere su questi vitigni.
Oggi il consorzio Vini Etna doc festeggia cinquant’anni di vita, essendo nato nel 1968. È in un momento di grande crescita: 120 produttori, oltre il 90 per cento del totale,  per cui  è stato riconosciuto dal ministero delle Politiche agricole il ruolo dei controlli erga omnes, ovvero la vigilanza e la tutela del marchio in tutto il mondo. Intanto in azienda, a Giuseppe Benanti sono arrivati i figli gemelli Antonio e Salvino.

Antonio Benanti, 44 anni, amministratore  delegato, ha fatto il liceo a Ginevra e si è laureato in gestione aziendale a Londra dove è rimasto dieci anni con un master in Business administration.  “Quando ero all’università a Londra – racconta – non pensavo di tornare in Sicilia ma ad affermarmi. Lavoravo nel settore finanziario. Poi, prima Salvino poi io, siamo tornati per dare una mano all’azienda farmaceutica, leader in Italia nel settore oftalmico, con sessanta milioni di fatturato. Ma poi abbiamo scelto di dedicarci al vino. L’azienda chiedeva una presenza full time, fare vino d’eccellenza non è un gioco. Sono diventato sommelier e ho sposato questo progetto di vita in modo definitivo. Abbiamo raddoppiato i ricavi e moltiplicato i paesi esteri di esportazione”.
Con quale filosofia aziendale?
“Il mercato del vino è molto legato alle persone. È importante che i compratori incontrino gente motivata ed entusiasta, che vedano che l’azienda ha un futuro dopo i fondatori. Un prodotto farmaceutico è sempre lo stesso. In un calice di vino, invece, si riflette la personalità di chi lo fa. Ciò unito alla ricerca scientifica. Per esempio, abbiamo un brevetto per quattro lieviti autoctoni, usandoli evitiamo il rischio di standardizzazione. Una produzione di solo 160 mila bottiglie con grande cura ai particolari”.
Perché i vini dell’Etna hanno successo?
“Alcune caratteristiche rendono il prodotto unico. Un vino di grande eleganza, con beva importante, freschezza, una percezione dell’alcol bassa poiché è contrastato dall’acidità. Tutto ciò è frutto di due uve di vitigni autoctoni dell’Etna che non esistono, con qualche rara eccezione, fuori dal nostro territorio: il carricante  e il  bacca rossa nerello mascalese. Uve che raccontano  l’unicità del territorio, fatto fondamentale oggi per aver successo nel mondo del vino. Il mito del vulcano attivo, la luminosità, la ventilazione…”
In che fascia di  prezzo si collocano i vini dell’Etna?
“Un vino di nicchia per la fascia di mercato più alta. Gran parte è venduto all’estero: Usa, Francia, paesi scandinavi, Giappone, capitali asiatiche. La cucina di alta qualità italiana nel mondo ha spianato la strada”.

Qual è la salute delle aziende?
“Nel 2013 gli ettari a vite di Etna doc erano 360, tre anni fa 650 e adesso siamo sui 950. C’è un boom di investitori. Per le prime aziende era una scommessa, ora è più facile anche se poi bisogna emergere tra i quattro milioni di bottiglie prodotte. Un fatto importante è che per ottenere la certificazione Etna doc bisogna anche imbottigliare nel territorio. Vi sono tanti investitori dall’estero e dal Nord Italia, dalla Sicilia occidentale. Va tutto bene purché rispettino il territorio.  Non sono invasori, si affidano a professionisti per produrre il vino. Il mio auspicio è che, come fa la mia azienda, si utilizzino e crescano gli enologi catanesi”.

Tra i primi stranieri a credere nella fortuna economica dei vini dell’Etna Mick Hucknall, il cantante dei Simply Red, che aveva  ha comprato vigne sull’Etna già nel 2001. Adesso è andato via, rimangono in vendita solo due ettari. Ma in tanti altri sono arrivati, dai belgi ai giapponesi. L’americano Kevin Harvey, noto produttore della Sonoma Valley, ha comprato sette ettari. Un importatore e sommelier cinese, Stefano Yim di Hong Kong, ha acquistato un vigneto di quasi un ettaro a nerello mascalese a Passopisciaro. Così il valore dei vigneti è cresciuto sempre più. “Il prezzo per un ettaro – dice Benanti – oggi è di 120-130 mila euro per vigneti pronti per la produzione. Nel caso di terreni su cui bisogna lavorare, si scende a 60-70 mila euro per ettaro. Dieci anni fa si comprava a diecimila euro ad ettaro. Il valore dell’uva cresce in modo tumultuoso. Va bene purché si mantenga la qualità”.

Questo processo ha un limite, il territorio dell’Etna non è infinito…
“Al momento vi sono duemila ettari piantati a vigneto, 950 di Etna doc. C’è spazio ancora per poche centinaia di ettari. Ampliare i confini è un argomento delicato, perché si metterebbe a rischio la qualità. Non abbiamo fretta a parlare di questo. In ogni caso qualsiasi modifica va fatta su basi scientifiche non per logiche commerciali”.
State però valutando la valorizzazione di sotto zone…
“Nel 2011 abbiamo introdotto le contrade ma non basta. Il passo in avanti sarà una mappatura che studia scientificamente la tipologia dei suoli, come succede con altri vini come il Barolo o il Bordeaux. Vuole dire certificare la piovosità, l’altitudine, la natura del suolo, tutto ciò che determina il cosiddetto terroir”.

Ottobre 2018

Guardian of the vineyards of Etna

Quality control, scientific research, check on production areas. The recipe of Antonio Benanti to protect one of the most extraordinary phenomena of Italian wine-growing

by Guido Fiorito

From the window the look fills with vineyards, lying or terraced with lava stones. The narrow-gauge train embraces the slopes of Mount Etna in a circle, allowing you to see the results of the commitment and efforts to take the vineyard from the mountain. Today these grapes give a high quality product sold worldwide. And the vineyards are sought after.

A familiar scenery for Antonio Benanti, the new president of the Consorzio Vini Etna doc (wines with registered designation of origin). His grandfather used to make wine with his grapes and his own use at Viagrande. In 1988 his father Giuseppe, pharmaceutical industrialist, turned this passion into the first company of wines of excellence of Etna, focusing on a high quality production, with vineyards at Castiglione di Sicilia, Milo and Monte Serra (Viagrande). The winning idea was to focus on varietal products with Carricante and Nerello mascalese, the doc autochthons of Etna.

The results of the nineties were the forerunners: many investors arrived on Etna to stake on these vines. Today the consortium celebrates fifty years of life, as it was created in 1968, and it’s growing fast: 120 producers, over 90% of the total, and has been granted by the Ministry of Agriculture the role of supervision and protection of the brand all over the world. At the same time, twin brothers Antonio and Salvino arrived in the company at Giuseppe Benanti’s side.

Antonio, 44, the managing director, took a degree in business management in London “I didn’t think of going back to Sicily, but to establish myself. I worked in the finance field. But first Salvino, and later myself, returned to help the leading pharmaceutical company in Italy in the ophthalmic sector with a sixty million turnover. Then we decided to devote to wine”.

October 2018

Quant’è bello lo swing sul vulcano

    Verdura, Picciolo, Villa Airoldi, Donnafugata: sono alcuni dei nomi dei golf club siciliani. Splendidi percorsi tra il blu del mare, il nero dell’Etna, la ricchezza del barocco. Sarà per questo che da qualche anno attirano sempre più giocatori creando un circuito sportivo – turistico in piena espansione

    di Guido Fiorito

    “Il golf è il sistema migliore per rovinare una bella passeggiata sui prati”, diceva Oscar Wilde. Chi ha giocato nei campi siciliani, sullo sfondo il mare mediterraneo o l’Etna,  è in totale disaccordo. Il golf poi non ha solo valori estetici e sportivi ma anche economici; può contribuire alla fortuna turistica di un territorio. Come succede nell’Algarve in Portogallo, in Costa del Sol in Spagna (40 campi) e nella costa atlantica del Marocco. Fino a  venti anni fa il golf era sconosciuto in Sicilia, dimenticata la parentesi, durata dal 1925 alla guerra, del campo di Mondello legato alla presenza inglese a Palermo.
    Alla fine degli anni Ottanta, stimolata da alcuni appassionati come  i fratelli  Leonardi, la Regione varò un programma ambizioso per diventare una terra di golf e inserirsi nelle grandi rotte turistiche collegate a questo sport. Prevedeva una ventina di campi ed è stato realizzato solo in parte. Il boom non è arrivato ma il sistema del golf siciliano cresce e dal Nord Europa sono annunciati più turisti.
    “Al Picciolo, le presenze di  marzo  e aprile di quest’anno  – dice Salvatore Leonardi, amministratore unico del club  e presidente del comitato regionale della Federgolf – andranno benissimo, meglio che nel 2017. In totale l’anno scorso abbiamo avuto 8000 presenze, con un ottimo novembre in cui abbiamo sfiorato l’overbooking: svedesi, tedeschi, inglesi, francesi….Per il 2018 le prenotazioni già chiuse ci garantiscono  il raggiungimento del budget previsto”.

    Il Picciolo è stato il primo campo siciliano ad essere inaugurato nel 1989 e, a parte la foresteria, è collegato a un resort con 98 camere. Il percorso è magnifico nelle colline di Castiglione di Sicilia, con l’Etna vicinissimo e le pietre laviche residuo dell’eruzione del 1916. Il percorso è talmente armonizzato con il terreno e la campagna, tra gli alberi di ulivo e i saliscendi, da sembrare totalmente naturale. Ma indimenticabili sono le buche sul mare del Verdura, il campo creato da Rocco Forte a Sciacca, quelle dei laghetti del Donnafugata Ragusa, oppure quelle nella campagna siracusana del Monasteri.

    Alla buca 7 di Villa Airoldi, nel parco della Favorita a Palermo, si colpisce la pallina guardando la parete di roccia del monte Pellegrino e la ciliegia rosa del castello Utveggio. Campi disegnati da grandi professionisti come Kyle Philips (Verdura) e Gary Player (Donnafugata). Con le Saie di Carlentini, in Sicilia si arriva aun totale di sei circoli. Per andare avanti bisogna unire le forze. Offrire pacchetti turistici integrati.  Più facile per i quattro club della Sicilia orientale, distanti tra loro un’ora di auto al massimo, e consorziati in  Sicily Golf Destination.

    Da quest’anno, tra l’altro, la società JSH Hotels Collection  (14 hotel in Italia, tra cui il Punta Ala golf) dopo il resort del Picciolo, gestisce da gennaio,  grazie ad un accordo con il gruppo Bulgarella, anche Monasteri. “I golfisti rappresentano per noi un segmento importante di clientela – dice Raniero Amati, direttore di vendita e marketing e co-fondatore di JSH Hotels Collection – sul quale incentreremo molti investimenti”.

    “Siamo promuovendo i nostri campi assieme alla Regione – dice Leonardi –  e già nel 2017, con l’intervento di un promoter inglese sono stati chiusi contratti con tour operator per portare più turisti del golf in Sicilia. Certo dobbiamo riflettere sul fatto che resort a 5 stelle con clientela d’alto livello, come il Verdura e Donnafugata, abbiano deciso una pausa invernale, per evitare perdite economiche. La sinergia tra Picciolo e Monasteri faciliterà gli accordi con gli altri due club. Il campo siracusano sarà migliorato e il resort riaprirà per Pasqua”.

    Se lo slogan generale della campagna promozionale 2018  è “Sicilia isola del golf”, il contenuto è “golf and more”, golf e di più. “Resort come il Verdura – dice Leonardi –  possono lavorare anche con soggiorni al mare e congressi. Non possiamo competere con la Spagna per numero di campi ma oltre il golf i giocatori turisti possono dal Verdura raggiungere Selinunte e la Valle dei templi di Agrigento, dal Monasteri Siracusa e Noto, dal Donnagugata il barocco di Ragusa e le attrattive di una provincia in pieno boom turistico. L’enogastronomia, la nostra cucina, i vini”.
    I tesserati siciliani sono  629 (dato 2016), non molti ma  in crescita (erano 459 nel 2012). Pochi i giovani ma con valide promesse come i palermitani Gabriele Costanzo (miglior under 12 italiano nella classifica di fine 2017) e Luca Civello e la siracusana Ludovica Farina, che, grazie al golf, studia gratuitamente in un college americano del Maryland.

    “Vogliamo far crescere il numero dei ragazzi che si avvicinano al golf – dice Leonardi  -e in questo può aiutarci Villa Airoldi a Palermo che è l’unico club cittadino”. A Villa Airoldi, 9  buche tra le pietre di antiche fontane e agrumi, c’è un nuovo proprietario, l’imprenditore Luciano Basile: “Sono un appassionato – dice – e penso che a Palermo il golf possa crescere tanto. Miglioreremo il campo di gioco e il circolo dotandolo di una club house e di una piscina. Uno sport di qualità deve offrire strutture di qualità. Cercheremo di far crescere le presenze turisti, collegandoci agli hotel cittadini, e, soprattutto, andremo nelle scuole per creare un vivaio di futuri golfisti”. Il club sta mutando il suo nome in Golf Club Palermo Parco Airoldi.
    I siciliani iniziano a farsi valere anche nell’organizzazione golfistica. Un esempio è l’acese Sebastiano Torrisi, giudice arbitro professionista dell’European Tour o il palermitano Giovanni Scalici che è greenkeeper, ovvero responsabile della qualità del campo, a Donnafugata.

    Il riberese Federico Alba, 29 anni ha scoperto il golf dopo essere stato assunto al Verdura. Primo giocatore professionista siciliano, dopo un’esperienza in Inghilterra,  oggi è maestro ad Abu Dhabi nell’esclusivo Saadiyat Beach Golf Club. Il Verdura ospiterà  ancora il Rocco Forte Open, torneo dell’European Tour, montepremi un milione di euro, secondo solo agli Open d’Italia. “Dopo il successo della prima edizione del Rocco Forte Open – dice  Keith Pelley, ceo dell’European Tour – siamo felici di tornare in Sicilia nel 2018. Il Verdura Resort è una location spettacolare, apprezzata da tutti i giocatori che hanno preso parte al torneo lo scorso maggio”.
    E poi c’è la possibilità di recuperare due campi: il Madonie golf resort, chiuso dal 2014, e quello in costruzione a Taormina se riprenderanno i lavori. Il club di Collesano, con un percorso giudicato tra i più belli d’Italia, è stato chiuso nel 2012 e periodicamente viene messo all’asta dal curatore fallimentare. Il valore iniziale era di 60 milioni di euro, adesso è sceso a meno di 20 e dopo tante aste a vuoto ci sono imprenditori interessati e potrebbe arrivare l’offerta buona.

    I lavori di costruzione del Corinthia Golf & Spa Resort Taormina, a Trappitello, in contrada Vareggio, si sono interrotti il 9 novembre 2011 quando un’alluvione ha devastato buona parte di ciò che era stato realizzato. Sono poi ripresi e di nuovo fermati.
    L’Ossevatorio regionale sul turismo in uno studio sul golf del 2013 afferma che su 28.000 arrivi e 92.000 presenze legate al golf in Sicilia il 63 per cento fossero stranieri, contro una quota generale del 41 per cento.
    I golfisti del Nord Europa – conclude Leonardi – vengono volentieri a giocare in Sicilia. Per crescere ancora servirebbero più voli aerei, soprattutto fuori dall’alta stagione, in particolare con paesi come quelli scandinavi.  L’obiettivo adesso è intercettare i turisti golfisti stranieri legati alla Ryder Cup in Italia del 2022, manifestazione, che  porterà popolarità al nostro sport  e quindi tanti nuovi giocatori”. Se fosse vivo e venisse in Sicilia Oscar Wilde cambierebbe idea.

    Marzo 2018

    How beautiful is the swing on the volcano

    Picciolo, villa Airoldi, Donnafugata, Verdura. Sicily Golfclubs with blue sea, a white Etna, the richness of Baroque

    by Guido Fiorito

    Read more

    L’inglese sulla bocca di tutti

    Un perfetto traduttore che utilizza solo fonti autorevoli e sicure, disponibile in ogni Paese del mondo? Si chiama “Ludwig” e lo ha creato un gruppo di giovani siciliani. Niente a che fare con Google

    di Maria Matranga

    C’è spazio per qualcosa sul web che non sia Google o Facebook? A guardare il sorriso di Roberta Pellegrino, 32 anni, responsabile dello sviluppo vendite di una start up tutta made in Sicily, la risposta è senz’altro sì. La società si chiama Ludwig, in onore al filosofo del linguaggio Ludwig Wittgenstein, è nata quattro anni fa, e ha inventato un algoritmo che consente di cercare frasi in inglese corrette soltanto da fonti autorevoli: scientifiche, giornalistiche, letterarie.

    Un motore di ricerca che arriva in soccorso di gente che l’inglese già lo conosce – traduttori, professori universitari, imprenditori – e che ha bisogno di cercare l’espressione giusta e appropriata, verificando che sia attestata in un contesto simile. Non una traduzione letterale, come fanno tante piattaforme on line, a partire da Google.
    Ludwig oggi ha sette milioni di utenti di duecento Paesi del mondo, in testa – oltre all’Italia – gli Stati Uniti, il Giappone, la Sud Corea, il Canada. E guarda a un miliardo di persone, tante quante saranno nel 2020 quelle che quotidianamente scrivono in inglese per ragioni di lavoro.

    Provare per credere: https://ludwig.guru/ Roba da far venire un capogiro ai tre fondatori della società – oltre a Roberta, una laurea in Filosofia e un dottorato in Economia, ci sono l’archeologo Antonio Rotolo e l’avvocato Federico Papa – e ai tre ingegneri che si sono aggregati subito dopo per sviluppare la piattaforma: Francesco Aronica​, Francesco Giacalone, Salvatore Monello, con il supporto esterno dell’esperto di linguistica computazionale Antonino Randazzo. Già, difficile parlare di start up digitali oggi in Sicilia, dopo il clamoroso fallimento di Mosaicoon, il prodigio che da Palermo si era allargata al mondo. Difficile farlo quando la sfida – prima o poi – è con i giganti della Silicon Valley pronti a prendersi tutto. Ma il team di Ludwig, tutti under 35, tutti con esperienze internazionali alle spalle, procedono passo dopo passo.

    “Il 90 per cento delle start up che sono nate con il supporto di grossi finanziamenti, come Mosaicoon, dopo qualche anno fallisce – spiega Roberta – noi abbiamo voluto procedere in maniera diversa, cercando intanto di essere sostenibili senza grosse stampelle esterne e validando il nostro modello di business”. Non ha neanche una sede fisica la società, nulla di faraonico, si lavora dai propri computer o appoggiandosi a un coworking.

    Come stare in piedi, quindi, senza finanziamenti? Dopo tre anni in cui Ludwig è stata una piattaforma aperta e accessibile a tutti senza pagare, la società ha deciso di lanciare pochi mesi fa la versione Premium, che dà ricerche illimitate e l’accesso a una più ampia banca dati. “Impossibile – continua Roberta – mantenere una piattaforma aperta a meno che non sei Wikipedia e vivi di donazioni”. E quindi l’ingresso vero nel mercato, con i primi tremila abbonamenti venduti a un prezzo stabilito democraticamente in base al Pil del Paese, dai 2.99 euro al mese per gli abitanti dei Paesi più poveri ai 5.99 di quelli più sviluppati.

    Si è aperta così un’altra finestra sul mondo, da cui si scopre per esempio che in Iran non si possono fare transazioni finanziarie sull’estero, e allora Ludwig ha stretto una partnership con un utente locale per avviare tra un mese una “cellula” a Teheran. Una finestra che connette con cerimoniosi professori giapponesi, con giornalisti birmani che ringraziano per avere la possibilità di raccontare in inglese del proprio Paese, con aspiranti imprenditrici africane. E da quando Premium è a pagamento sono arrivati gli investitori che ci vedono lungo. Venture capitalist pronti a offrire soldi per crescere, per scalare il mercato.

    “Valuteremo queste proposte, tutte dall’estero, non una dall’Italia – spiegano i giovani imprenditori – consapevoli che se accettassimo dovremmo spostare la nostra sede fuori dal Paese. Noi siamo pronti a seguire Ludwig ovunque, è come un figlio, ma lo vogliamo portare a nuotare nella piscina dei grandi quando avrà braccia forti per nuotare”.
    Certo è che da quando in Antonio Rotolo, l’archeologo, si è accesa la scintilla dell’idea tornando a Palermo dopo un’esperienza al Mit di Boston, è stata una galoppata senza soste. Tutti, compagni di scuola al liceo Garibaldi e amici da sempre, hanno lasciato le loro brillanti carriere accademiche per buttarsi nell’avventura.

    La prima a crederci è stata Telecom, che premiò Ludwig nel 2014 con 25 mila euro nella competizione mirata a creare nuove realtà d’impresa. “Avevamo soltanto il progetto – spiega ancora Roberta – non c’era ancora neanche un ingegnere nel team, non c’era l’algoritmo che arrivò pochi mesi dopo, ma i giurati si innamorarono di questa idea di democratizzazione del sapere che è alla base della nostra idea e del nostro stare al mondo. Da lì è arrivato il resto”.

    Ottobre 2018

    Everybody can speak English

    A perfect translator using only authoritative sources worldwide? “Ludwig”, by a group of young Sicilians. Bye Bye Google

    by Maria Matranga

    Is there room for something on the web other than Google or Facebook? According to a smiling Roberta Pellegrino, in charge of the sales development of an all-made-in-Sicily start-up, the answer is definitely yes. The company, called “Ludwig” in honour of the philosopher of language Ludwig Wittgenstein, was born four years ago and invented an algorithm that looks for correct English sentences solely from authoritative sources.

    It is a search engine that helps people and professionals who know English, whose needs are to find the appropriate expression, not a literal translation by Google and alike.
    Today, it counts seven million users in 200 countries, among them Italy, the United States, Japan, South Korea, and Canada are at the head. And it goes for a billion people, as many as they will be in 2020 those who daily write in English for business purposes. Try it: https://ludwig.guru/.

    The three founders, apart from Roberta, a degree in philosophy and a doctorate in economics, are the archaeologist Antonio Rotolo and the lawyer Federico Papa. Francesco Aronica, Francesco Giacalone and Salvatore Monello are the three engineers who have aggregated to develop the platform, along with the support of Antonino Randazzo, the expert of Computational Linguistics.

    October 2018

    La cultura del pianeta in un solo tap

      Volete sapere quali spettacoli offrono stasera Londra, Parigi o Roma? o promuovere le proprie opere d’arte o di design? Scaricate l’app Youludi del palemitano Lorenzo Puleo, scoprirete il meglio del mondo

      di Laura Grimaldi

      Vive a Parigi, ma è palermitano. È architetto, ma qualcuno lo chiama ingegnere. La cosa lo fa sorridere, ma in realtà Lorenzo Puleo, classe 1964, si ritiene una felice combinazione tra spirito creativo, numeri e algoritmi. Ha progettato un’applicazione in sei lingue (italiano, inglese, francese, spagnolo, russo e cinese) dedicata a turisti e appassionati di arte e cultura di tutto il mondo. Non a caso il marchio rosso e bianco del programma riproduce a metà uno di quegli indicatori di posizione rotondi e colorati che compaiono sulle mappe. Si chiama YouLudi: “You” sta per tu/voi in inglese e “ludi” (plurale di ludus) si ispira con orgoglio all’antica Roma.

      “Sotto l’impero romano – dice – i ludi erano giochi, naumachie, spettacoli teatrali ed equestri che si tenevano in particolari occasioni pubbliche o private. Infatti l’app è stata sviluppata dall’architetto e programmatore palermitano per offrire visibilità globale e locale a tutto ciò che si muove in ambito culturale: concerti, spettacoli, proiezioni cinematografiche, mostre, rassegne, presentazioni di libri, conferenze, convegni, fiere, competizioni sportive. Praticamente un’agenda globale condivisa di eventi culturali dove tutti possono scrivere una pagina. Un database internazionale di eventi culturali dove tutti possono aggiungere liberamente e gratuitamente, ma previo controllo, i propri eventi e iniziative.

      Sia produttori che fruitori di arte e cultura: artisti famosi, di strada, musicisti e gruppi musicali noti o in cerca della ribalta, teatri, case discografiche, musei, gallerie private, scuole, università, autori di libri, giornalisti in erba e professionisti, associazioni culturali, uffici comunali, ministeri della cultura, uffici turistici. Si sta estendendo la ricerca al database eventi del Mibact, il Ministero dei Beni culturali e del suo omologo francese data.gouv.fr.

      Al momento l’applicazione YouLudi è in fase di rodaggio e si può scaricare gratuitamente solo da iPhone e iPad ma sarà presto disponibile anche la versione per Android. Con pochi tap sul touch screen, ovvero con qualche tocco del dito sullo schermo, è facile trovare gli eventi di proprio gradimento così come i luoghi di interesse artistico, monumentale e anche paesaggistico che si desiderano visitare nella città in cui ci si trova o che si desidera raggiungere, in Italia come all’estero. I risultati possono essere filtrati per categoria, genere, paese, città, data, parole chiave, raggio dell’area geografica intorno a noi. Ogni categoria ha il suo logo per essere più facilmente individuabile: maschere per teatro, libro per letteratura, ballerina per danza, chitarra per concerti, pallone da rugby per lo sport e così via. Ogni evento è corredato da foto, video-trailer, descrizione, date, orari, luoghi, prezzi, mappa, link ai biglietti, link di approfondimento e commenti degli utenti. Una vetrina full-optional per turisti e appassionati d’arte e cultura di tutto il mondo, non più costretti a saltare da un sito all’altro alla ricerca di informazioni complementari su un evento, e che possono organizzare le proprie serate e percorsi culturali in pochi secondi.

      Ma c’è di più. YouLudi è il progetto di un social network che vedrà la luce nella sua interezza dopo l’estate e che alla diffusione di eventi culturali aggiungerà la condivisione di contributi giornalistici e di opere d’arte. Una piattaforma web dedicata all’arte e alla cultura dove ogni autore, detto YouLuder, (artista, musicista, giornalista, professore, studente, blogger) potrà condividere le proprie opere (articoli, eventi, dipinti, disegni, schizzi, fotografie, composizioni musicali e video) che verranno raccolte nelle diverse sezioni della pagina utente. Un motore di ricerca (la prima pagina della sezione articoli) permetterà di selezionare i contenuti per autore, nazione, data, valutazioni utenti, categoria, tecnica e tags. Gli articoli andranno così a formare un’emeroteca digitale internazionale online pubblica e gli artworks un catalogo internazionale di opere d’arte. Un’ opzione consentirà all’autore di mettere in vendita i diritti sulle proprie immagini, che in questo caso saranno scaricabili dall’acquirente nella loro versione in alta risoluzione.
      E ancora, chi pubblicherà contributi su arte, letteratura, architettura, design, filosofia, ambiente, dividerà i guadagni pubblicitari generati dalle proprie pagine sul social. “Si ispira ai modelli partecipativi di sharing economy e gig economy usati con successo da YouTube, Airbnb, Wikipedia, TripAdvisor, Uber, in cui tutti i membri possono pubblicare i loro contenuti sotto lo stretto controllo, è bene sottolinearlo, di moderatori qualificati”, aggiunge Puleo.

      Gli YouLuders riceveranno una percentuale dei ricavi pubblicitari dei banner pubblicitari mostrati sulle loro pagine-contenuto. “Quando partirà la sezione articoli, i migliori per qualità dei contenuti e per numero di visualizzazioni e valutazioni utente verranno promossi dai nostri moderatori sulla prima pagina del magazine, al fianco di articoli di importanti firme, acquistando quindi prestigio, visualizzazioni, quindi più banners, quindi più ricavi – spiega ancora -. E periodicamente il social premierà i migliori YouLuders con viaggi d’istruzione, borse di studio e interviste”.

      Una laurea con pieni voti in Architettura e una tesi in Scienze delle costruzioni “che è materia di Ingegneria” – dice Lorenzo Puleo. A suo dire, una scelta che già preludeva a quella che sarebbe poi stata la sua grande passione e attività principale. Dopo dieci anni di collaborazioni in diversi studi di architettura a Milano, decise di dedicarsi da autodidatta allo studio dei principali linguaggi di programmazione fino a diventare sviluppatore Mac a tempo pieno. “Ai miei occhi si aprì un mondo – dice Lorenzo Puleo -. Nuovi orizzonti, nuove prospettive per il mio lavoro. Contro le critiche dei miei colleghi decisi di spostare il mio business su internet. Acquistai il primo computer portatile e guadagnai la libertà di poter lavorare da qualsiasi luogo del mondo”.
      I primi programmi in campo editoriale per la Mondadori a Segrate e poi la svolta nel 2005. “I miei quindici minuti di celebrità con un’intervista pubblicata sul sito della Apple”, dice sorridente mentre ripensa a quel momento della sua vita. Al Macworld Conference & Expo di San Francisco, fiera annuale dell’ hi-tech, Lorenzo Puleo espose Kinemac, uno dei programmi per Mac per creare presentazioni, titolazioni e animazioni 3D per il mercato prosumer.

      Un software molto apprezzato a livello internazionale non solo dagli utenti ma anche da recensioni e riviste di settore. “La Apple l’ha promosso con una newsletter diffusa ai suoi nove milioni di iscritti e l’ha sponsorizzato. È stato per me un bel lancio e un bel successo”.
      Poi l’idea di aiutare il mondo dell’arte e della cultura con un progetto ampio e articolato. Un’idea nata dall’esigenza di soddisfare la richiesta di alcuni amici di trascorrere una serata culturale a Parigi. “Ho impiegato due giorni per conoscere ciò che di meglio offrisse la città rispetto ai loro gusti e al periodo – dice Lorenzo Puleo – saltando da un sito all’altro, passando attraverso i motori di ricerca, esaminandone i risultati uno ad uno, consultando diversi magazine online, enciclopedie, pagine Facebook degli artisti, siti di video-clip, siti che vendono biglietti. Da lì ho capito che serviva un’app che fornisse dei risultati precisi e completi in pochi secondi: un motore di ricerca per gli eventi culturali di tutto il mondo, gratuiti, a pagamento, popolari o per intenditori, organizzati dai privati e dalle istituzioni e che fornisse tutte le informazioni necessarie per poter scegliere l’evento giusto in modo più semplice e rapido.

      Lorenzo Puleo è l’anima di un piccolo team con tanta grinta. C’è chi reperisce informazioni, esperti di grafica, di server, traduttori. Gloria Rutelli, responsabile YouLudi delle pubbliche relazioni: “Crediamo che l’Italia, il primo Paese al mondo per numero e qualità delle sue opere d’arte, sia il luogo più indicato per la creazione di un social network dedicato all’arte e alla cultura – dice -. Crediamo che la crisi del mercato tradizionale, specialmente in campo artistico e culturale, sia da attribuire alla mancata adozione di modelli di innovazione, sia in campo tecnologico che manageriale. La nostra mission è la costituzione di un polo culturale online onnicomprensivo cui rivolgersi per documentarsi, scoprire, promuovere, competere, vendere e acquistare”.

      Luglio 2018

      World culture in one tap

       

      Do you want to know what shows London, Paris or Rome offer tonight? Download YouLudi to find out the best in the world

      by Laura Grimaldi

      Read more

      Per un teatro Mediterraneo

        Si chiama “Meditheatres” il progetto che ha unito artisti e maestranze del luglio musicale trapanese con tunisi e cartagine. Scopo: dar vita a un unico polo produttivo e musicale tra Sicilia e Nord Africa

        di Federica Certa

        La schiava devota e il condottiero conteso. La subdola figlia del re, il faraone, la dea Iside. Tradimenti, riconoscimenti, giuramenti, morte, trionfi. Etiopi ed egiziani. Amore e guerra. Un dramma senza tempo, un turbinio di emozioni forti sulle note vittoriose della musica di Verdi, all’ombra delle piramidi. Aida, eroina e vittima, principessa e fuggiasca, torna a casa, sulle coste più estreme del Mediterraneo, nel Maghreb magico, suadente, contraddittorio. In Tunisia, che si candida a diventare, sotto la guida delle maestranze e degli artisti del Luglio musicale trapanese, terra di melò, di competenze vocate all’arte tutta italiana, ma magistralmente esportabile, dell’opera lirica.
        Si chiama “Medithèatres” ed è un progetto pilota che ha unito, non solo idealmente, Trapani, Tunisi e Cartagine, il teatro di Villa Margherita, l’imponente anfiteatro di El Jem – patrimonio Unesco, il più grande monumento d’Africa – e il teatro antico di Cartagine, entrambe arene storiche da decine di migliaia di posti a sedere. Con la benedizione del maestro di Busseto e delle travolgenti vicende di Aida, Radames, Amneris, Amonasro, Ramfis, rappresentate in due serate-evento tra fine giugno e i primi di luglio, prima del debutto nel cartellone della settantesima edizione del luglio, sulla scena di Villa Margherita.

        Ma è anche il primo passo per un progetto molto più ampio per la nascita di un unico polo produttivo e musicale tra la Sicilia e il Nord Africa, che diventi snodo di attrazione turistica e culturale e laboratorio di nuova, concreta occupazione per la Tunisia, il paese degli sbarchi ma anche del futuro possibile, di migliaia di uomini e donne in esilio ma anche di altri che, sotto lo stesso cielo, cercano faticosamente di imparare un mestiere, costruirsi un’alternativa.

        Centoquaranta tra artigiani, venti coristi su un totale di sessanta voci e quaranta orchestrali sui complessivi ottanta; il direttore d’orchestra Andrea Certa e il regista, direttore di scene e costumi Raffaele Di Florio; il direttore del coro Fabio Modica e il cast Maite Alberola, Dario Brola, Daniela Diakova, Giuseppe Garra, Andrea Comelli, Enrico Rinaldo, Giuseppe Infantino, Luciana Pansa: sono partiti da Trapani per la prima ricognizione a fine aprile, alla volta di Tunisi. Qui il governo centrale ha messo a disposizione il grande cantiere ricavato all’interno della monumentale Città della cultura della capitale, dove italiani e tunisini si sono incontrati e hanno cominciato a lavorare insieme sui mestieri del teatro – il misterioso e complesso mondo dietro le quinte – sulla voce e sulla musica.

        I primi in veste di ambasciatori di un brand, quello del melodramma ottocentesco, che da oltre duecento anni rappresenta in tutto il mondo lo stile italiano, forse meglio della moda e della cucina; i secondi nei panni di allievi. Così hanno preso forma le scene per l’Aida – tra ori, sfingi, maschere ieratiche, scalinate – e quelle per la Traviata, in programma per il carnet del Luglio, ad agosto. Ma anche i nuovi camerini per il teatro di Villa Margherita, uno dei pochissimi – sono solo tre in Italia – che può ospitare l’opera lirica in estate. “Con un investimento di duecentomila euro, finanziati in parte dal ministero dei Beni culturali italiano, in parte dal governo tunisino e in parte con fondi del nostro ente – spiega il consigliere delegato del Luglio musicale trapanese, Giovani De Santis – è stato raggiunto ben più di un obiettivo – Abbiamo dato vita a un polo di produzione tecnica e artistica che ha permesso di creare posti di lavoro in Tunisia, salvaguardando i nostri, con un risparmio di risorse ma senza rinunciare alla qualità del prodotto finale.

        Sul lungo raggio, poi – prosegue De Santis – puntiamo a costituire un’offerta turistica integrata per la cultura, la lirica, l’archeologia, di livello internazionale, che unisca il territorio trapanese e quello tunisino. Per questo sono ovviamente necessari un substrato di strutture organizzative, di reti e di competenze non indifferenti. Ed è su queste che stiamo lavorando. Con un ottimo riscontro: dal punto di vista tecnico i nostri colleghi maghrebini hanno dimostrato di essere molto ricettivi e di poter davvero imparare un’arte che noi italiani possiamo trasmettere meglio di chiunque altro. Infine, dettaglio non trascurabile, con questo progetto abbiamo portato i nostri talenti oltremare, al festival internazionale di Cartagine e in quello di musica sinfonica di El Jem”.
        Centoquaranta chilometri di mare sembrano prosciugarsi al passo fiero della marcia dei soldati egiziani, in una teoria di accordi predominanti di “fa” e di “do” che sono, nell’immaginario collettivo della cultura occidentale, la rappresentazione sonora della vittoria, del successo dopo il duro scontro. Le distanze si accorciano e “lì dove più di duemila anni fa era stata dichiarata guerra – ricorda De Santis – oggi portiamo la concordia della musica”.

        Un altro esercito, un’altra invasione. Del tutto pacifica. Non più romani contro punici, non più anatemi di distruzione che ancora risuonano dal buio dei secoli, ma truppe operose armate dei ferri del mestiere per piallare, forgiare, costruire, innalzare quinte e disegnare paesaggi, inventare scene e dare materia ai sogni; di spartiti e strumenti per portare alla luce uno dei concertati più belli della produzione verdiana.
        La collaborazione ha dato frutti insperati. Tanto che l’ente trapanese ha ricevuto l’incarico dal ministero della Formazione di elaborare un piano per insegnare i mestieri dello spettacolo “che in Tunisia – aggiunge De Santis – prendono molto seriamente, come un’autentica occasione di occupazione e di sviluppo”.

        “è stato avvincente – definisce la collaborazione italo-tunisina Andrea Certa – direttore d’orchestra e responsabile per il Luglio della programmazione artistica e quindi anche della scelta del cast maghrebino – Con la musica ci siamo capiti alla perfezione. Abbiamo trovato violinisti bravissimi, una grande maturità artistica, anche se forse i coristi hanno bisogno di crescere ancora un po’. Chiaramente – prosegue Certa – gli ostacoli maggiori sono stati sul piano organizzativo, perché per tutti i nostri collegi tunisini questo era il primo incontro con la lirica”.
        Un principio, però, il direttore tiene a sottolinearlo: “Abbiamo lavorato alla pari. È stato uno scambio reciproco. Non siamo andati a fare i colonizzatori”.
        Ma l’abbraccio grande del Mediterraneo ha ispirato anche altri appuntamenti del cartellone lirico del Luglio musicale trapanese, in programma sotto le fronde centenarie del teatro dedicato a Giuseppe Di Stefano o tra gli archi del chiostro di San Domenico: da “Tosca” a “Traviata” e di nuovo Aida, dalla tenebrosa Roma di Scarpia alla crepuscolare Francia di Violetta fino all’opulento Egitto degli sfortunati amanti verdiani.
        E poi Rossini con “La petite messe solennelle” e Donizetti con “L’elisir d’amore”, la musica da camera di Respighi e Bartok e i vincitori del progetto Opera studio dedicato a Mario Castelnuono Tedesco, nei cinquanta anni dalla morte del compositore; Bach e Mozart, il jazz, la musica elettro-acustica e la danza. In Africa con ardore. E ritorno.

        Luglio 2018

        For a Mediterranean theatre

         

        Meditheatres unites artists of the Musical July of Trapani with Tunis and Carthage. A hub ‘tween Sicily and North Africa

        by Federica Certa

        Read more

        Una famiglia sulla via del cannolo

        Partiti da zero i fratelli Bauso hanno creato una catena di bar di successo a Londra. Il segreto? solo specialità siciliane in arrivo direttamente da Catania. E ora puntano alla conquista della Cina

        di Fabio Albanese

        “Ma perché non molliamo tutto e andiamo a Londra a vendere arancini e cannoli?”. Quando suo fratello Enrico, una sera di tre anni fa, durante la cena per una riunione di famiglia, gliel’ha proposto, sembrava una cosa buttata lì giusto per esprimere l’insoddisfazione per i rispettivi lavori, seppure “importanti” e ben pagati. E però poi Gaetano Bauso, catanese di 47 anni di cui quasi quindici passati a lavorare per Vodafone tra Catania e Milano, lo ha fatto davvero e si è messo a vendere arancini e cannoli, ma anche cipolline, cartocciate, granite e brioche col “tuppo”, nel cuore di Londra. Con il fratello e un altro socio, con i quali si appresta adesso ad aprire una serie di punti vendita in Cina. Che detto così, un siciliano che vende riso ai cinesi, un po’ come un africano che vende i ghiaccioli agli eschimesi, sembra una boutade: “E invece è tutto vero e se tre anni fa me l’avessero detto non ci avrei creduto”, dice, appena rientrato a Londra da una trasferta “preparatoria” nel Paese del Dragone.

        Riepilogo delle puntate precedenti. Fino al 2014, Gaetano Bauso, moglie, due figli che all’epoca avevano cinque e due anni, ha fatto il team leader e poi il capo vendite della compagnia telefonica, gli ultimi quattro anni a Milano. Il fratello Enrico, che fa il manager della ristorazione, ha invece girato mezzo mondo, da Miami a Parigi a Montecarlo a Londra. Un terzo fratello, non impegnato nell’attività che stava per nascere, vive da tanto tempo nella capitale inglese. “E quindi Londra, con il suo cosmopolitismo e la sua centralità, ci è sembrato il posto giusto per il nostro business, nato da un piano a tavolino che però non prevedeva, banalmente, l’apertura di un bar a Londra, perché ce n’è già tanti, ma faceva parte di un progetto scalabile, nel senso che si trattava di un modello che poteva essere replicato ovunque e con gli stessi metodi”.

        Gaetano molla Vodafone ancor prima che l’idea si faccia realtà e si butta a capofitto nel progetto: “D’altronde, vendere usando internet e i social è il mio lavoro da sempre, e questo ho fatto”. Ci voleva un finanziatore, però: “Il primo, un siciliano, si è tirato indietro subito. Poi però abbiamo incontrato Nicola Persico, un trevigiano che guida una holding a Modena, che ha capito, ci ha dato fiducia ed è ora un caro amico. E siamo partiti”. Così apre il primo punto vendita di Etnacoffee, in una galleria proprio davanti alla Victoria Station, una tra le più antiche e trafficate stazioni ferroviarie di Londra. “Noi tre abbiamo competenze diverse e non ci pestiamo i piedi a vicenda, per questo funziona: io mi occupo del marketing, dei social e delle pubbliche relazioni; mio fratello cura la parte organizzativa; e il nostro socio tiene i conti”. Per strada, a girare per i mercati di Londra, una “Lapa”, un’Apecar per la vendita dei loro prodotti.

        È così che, due anni dopo Victoria Station, apre il secondo punto vendita, nella affollata e strategica Baker Street: “Credo sia stata la svolta, perché mentre a Victoria i nostri clienti sono soprattutto italiani, a Baker la clientela è inglese ed internazionale. E vedere un londinese chiedere una “cippolina”, come la chiamano loro, con due “p” e una “l”, è uno spasso”. Non è solo uno spasso, in realtà, perché è nel punto vendita di Baker Street che un giorno della scorsa estate si presentano degli investitori cinesi alla ricerca di affari: “Hanno assaggiato i nostri arancini, stupiti che ci fosse un modo di mangiare riso che non conoscevano ancora. Anzi, all’inizio pensavano fosse un dolce”. Gli investitori cinesi rappresentano, uno la Hb, grande azienda di comunicazioni paragonabile all’italiana Mediaset, l’altro la Evergrande, il secondo gruppo cinese di costruzioni. Una sta costruendo a Changsha, nello Hunan, un villaggio a tema dedicato all’Italia; l’altra un’intera isola artificiale per il turismo e le vacanze, con resort di lusso e spiagge da favola, a Hainan, nel sud tropicale della Cina. 

        Nel villaggio a tema la star sarà l’arancino, sull’isola artificiale la sicilianità sarà rappresentata da granite e brioche: “In totale prevediamo undici punti vendita, tra bar, chioschi e carrettini. A fine settembre apriremo i primi quattro, due ristoranti e due carrettini, nel Villaggio Italia. A metà 2019, gli altri sette punti vendita, tutti sull’isola artificiale. Vedremo come andrà, e poi decideremo ulteriori sviluppi”. Bauso prevede di trasferirsi lì con la famiglia per un paio d’anni, anche se le attività cinesi le ha già affidate a un amico manager catanese che conosce bene il Paese e ci vive già da un po’.

        Intanto, in nome dell’arancino (alla catanese, con la “o” finale e la forma a cono rovesciato che è ripresa nel logo dell’azienda e che evoca l’Etna), tutta la famiglia Bauso si è ormai da tempo trasferita a Londra: i tre fratelli con le rispettive famiglie, ma alla fine anche gli anziani genitori che hanno chiuso la casa di Catania: “Mia madre mi ha detto: che ci stiamo a fare da soli a Catania? Ci mancano i nostri nipotini. E così adesso siamo tutti qui, e mia madre si muove come fosse in Sicilia, non so come faccia a contrattare pure qui i prezzi al mercato. In Cina però lei non vuole venirci, anche se mi ha promesso che verrà a trovarci superando la paura dell’aereo”.
        Gli arancini di Bauso nascono a Catania, dove vengono “abbattuti” e subito surgelati, e fritti a Londra. Lo stesso avviene per cartocciate, pizzette con l’olivo, cipolline e bolognesi: in Sicilia si surgela, a Londra si inforna. Anche i cannoli seguono la stessa strada. E questo, grazie a un procedimento di surgelamento della ricotta di pecora, prodotto davvero difficile trovare fuori dalla Sicilia, che poi viene “rianimata”, come dice Bauso, nei loro punti vendita e inserita al momento nelle “bucce” dei cannoli. Così pure le granite e le brioche. E davvero, entrando nei loro bar londinesi, sembra di trovarsi in un locale di via Etnea o di via Principe di Belmonte: “Ma senza gli eccessi di quella sicilianità ostentata, fatta di coppole e carretti, che spesso trovi qui e che non rappresenta più da tempo la nostra terra”. E mostra le foto di testimonial involontari, da Fiorello a Ficarra & Picone a Checco Zalone, e gli attestati dei tanti premi ricevuti.

        I Bauso hanno cercato, e provato, tante ditte fornitrici che potessero loro assicurare un alto standard qualitativo. E infine le hanno trovate proprio a Catania, “e fa piacere che per soddisfare le nostre richieste queste aziende abbiano assunto altro personale. Insomma, la nostra attività di Londra ha dato lavoro pure a Catania”. Ma come mai gli arancini dei fratelli Bauso hanno avuto così tanto successo? “Gli inglesi amano da sempre la Sicilia e, complice il commissario Montalbano televisivo che spopola sulla Bbc, anche l’arancino siciliano è diventato un elemento distintivo. Non che gli arancini a Londra non si trovassero pure prima, ma in giro c’era pessima qualità e, dopo averli provati, la gente non ci tornava. I nostri arrivano con i camion frigo direttamente da Catania. Siamo davvero contenti di tenere alto l’onore della Sicilia. E dire che quando abbiamo cominciato, un funzionario italiano qui a Londra ci aveva detto: Lasciate perdere, non funzionerà”.

        Luglio 2018

        When cannolo speaks english

        Starting from scratch the Bauso brothers have created a successful coffee chain with Sicilian specialities in London

        by Fabio Albanese

        “Why don’t we give everything up and go to London to sell arancini e cannoli?”. Gaetano Bauso, 47 years old from Catania, did it and started to sell arancini and cannoli, but also cipolline, cartocciate, granite and brioches in the heart of London. With his brother and another partner he is about to open some stores in China. 

        A Sicilian selling rice to the Chinese, after almost fifteen years in Vodafone, the last four ones in Milan, as a team leader and sales manager. His brother Enrico, a catering manager, has travelled widely. A third brother, not engaged in the business, has been living in London for a long time, “London, with its cosmopolitism, seemed the right place for our business”. They found a sponsor and opened their first Etnacoffe in front of Victoria Station. Two years later they opened in Baker Street: “That was the turning point, because while in Victoria Station our customers are mostly Italian, in Baker Street they are English and international”.

        Bauso’s arancini are made in Catania, where they are frozen to be then fried in London. Sheep ricotta for cannoli is frozen too, as it’s really hard to find it outside Sicily, and it’s then revived and inserted in the cannoli skin there and then.

        Their business has given work to Catania, as their suppliers are Sicilian. Starting from scratch the Bauso brothers have created a successful coffee chain with Sicilian specialities in London.

        July 2018

        L’Ucciardone che non ti aspetti

        La falegnameria, l’orto, la sartoria e i corsi di teatro: i detenuti del carcere di Palermo, con l’aiuto di un gruppo di imprenditori, stanno cercando nuove vie di riscatto e cambiamento. Presto anche un ristorante aperto alla città

        di Laura Anello
        Fotografie di Tullio Puglia

        C’è un mondo – fatto di speranza, di bellezza, di produttività – dietro il portone di questo colosso borbonico che rappresenta un pezzo di storia della Sicilia. Il tempo di varcarlo, di lasciare il documento al primo controllo di sicurezza, di entrare nel cortile dove dal 1934 veglia una madonnina portata qui dal vecchio carcere della Vicaria, di superare il secondo varco lasciando il cellulare e la connessione con quel che c’è fuori, e questo mondo appare. Sorprendente, inatteso, capace di ribaltare paradigmi mentali, pregiudizi, certezze consolidate.
        Sì, perché questo penitenziario che è stato luogo dell’epopea mafiosa, dal caffè avvelenato di Gaspare Pisciotta allo champagne con cui i boss brindavano ai delitti eccellenti, oggi è un istituto che brulica di attività imprenditoriali, artistiche, sociali. Lontani i tempi delle vestaglie di seta del “Grand Hotel Ucciardone”, quando i vecchi boss (e ne sono passati tanti, qui, da Michele Greco a Tommaso Buscetta, da Pippo Calò a Francesco Madonia) venivano serviti e riveriti dagli agenti penitenziari che facevano a gara per soddisfare ogni loro desiderio, anche le aragoste portate ancora vive dal porticciolo dell’Arenella.
        Adesso, al contrario, per singolare contrappasso, è in queste celle che si producono pasta, ortaggi biologici, e presto prelibatezze da offrire nei catering delle feste all’esterno. È qui che i detenuti diventano attori con Lollo Franco, fanno prove di coro con un progetto del Teatro Massimo che si chiama “Il mio canto libero”, realizzano sgabelli che sembrano usciti da un atelier di Dolce e Gabbana, con un più di verità e di vissuto. È qui che a breve aprirà un pub-ristorante aperto alla città, esito di un progetto chiamato “Cella 26”, citazione da umorismo noir del luogo dell’omicidio di Pisciotta, il luogotenente di Salvatore Giuliano messo a tacere con i suoi segreti il 9 aprile del 1954. Un locale all’interno della cinta muraria al quale si accederà autonomamente attraverso il portone che conduce agli appartamenti del direttore, da tempo inutilizzati. E non lontani proprio dalla cella 26 del celebre avvelenamento e di una canzoncina di Pino Caruso: “Venga a prendere un caffè da noi”. Una delle attività che, nate per rieducare e per inserire al lavoro, stanno assumendo i contorni di attività imprenditoriali strutturate e innovative. Già, gli imprenditori investono sull’Ucciardone, complici gli sgravi contributivi e fiscali concessi a chi assume detenuti.

        Siamo andati a scoprirle e a documentarle, queste attività, superando cancelli e garitte, grazie a un’autorizzazione speciale del Dap (il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia) e alla disponibilità del direttore Rita Barbera, il motore che sta dietro alla “rivoluzione Ucciardone” e che da sette anni, dopo avere cambiato volto all’altro carcere della città – il Pagliarelli – governa questa complessa macchina fatta di dolore e di speranza che ormai accoglie soltanto i “definitivi”, non più quelli in attesa di giudizio. È lei, insieme con il capo dell’area educativa Nunzio Brugognone, a condurre tra cortili e alberi secolari nel cuore del cambiamento, in quella quinta sezione che un tempo si credeva abitata da fantasmi e che adesso – ristrutturata sotto l’egida della soprintendenza ai beni culturali con mattoni a vista e travi originali – non ospita più detenuti ma è stata trasformata nel polo didattico che alterna, su tre piani, aule, biblioteche, laboratori, il pastificio.

        È al traguardo anche una sartoria artigianale – dice il direttore – dove i detenuti metteranno a frutto il loro percorso di formazione su tecniche tradizionali, fatto con la sartoria Miracula di San Marco d’Alunzio”. Un’impresa che, partita dal paesino sui Nebrodi, ha costruito una costellazione di laboratori in tutto il comprensorio e oggi ha 280 dipendenti diretti, ottocento nell’indotto, un fatturato di sedici milioni di euro, tra i clienti le maggiori case di moda italiana per cui produce 250 mila capi all’annoIntanto al primo piano è partito il pastificio, esito di un altro progetto di formazione dal nome ironico, che si chiama “Mani in pasta”. Un gruppo di detenuti in divisa azzurra producono rigatoni, penne, casarecce – farina di grano antico perciasacchi – che portano il marchio Ucciardone e l’idea imprenditoriale di Mimmo Giglio e del figlio Giuseppe, che ha catalizzato l’interesse di Slow Food e si è impegnato a commercializzare il prodotto anche all’estero. Al piano superiore i detenuti-artigiani sono al lavoro per decorare sgabelli e armadi con le tecniche da vecchi pingitori di carretti siciliani e i repertori tradizionali di paladini e belle angeliche, liberamente interpretati.

        “Sono gli sgabelli in dotazione ai carcerati che abbiamo recuperato in questo carcere – spiega Vincenzo Merlo, professore ed esperto di decorazioni tradizionali, che li segue in quella che è un’attività inserita nelle normali ore scolastiche – ogni pezzo porta con sé il vissuto di chi ci si è seduto, potrebbe essere stato Totò Riina o un detenuto comune, e questo dà un grande valore aggiunto”. Mostra i colori, solo quelli primari, che i detenuti hanno imparato a mescolare con esiti a volte di grande valore. Ci sono le panche, ci sono gli stipi, gli armadi: è tutto di recupero, anche se si stenta a crederlo mettendo a confronto gli anonimi arredi del “prima” e le opere d’arte del “dopo”. Uno sgabello è stato donato al Papa. Gli autori sono ancora studenti, ma l’idea è di realizzare un progetto imprenditoriale anche da questa esperienza. Lui, Merlo, è al lavoro per realizzare un grande plastico del penitenziario, che ha studiato recuperando vecchi documenti e materiale d’archivio: “I primi detenuti arrivarono nel 1842 dal vecchio carcere della Vicaria quando l’Ucciardone era ancora in costruzione – spiega – ma già dieci anni prima, nel 1830, c’era stato il cedimento che cambiò drasticamente il progetto”.

        Mostra il corpo centrale, circolare, di parecchi metri più basso da un lato. “Da qui dovevano dipartirsi a raggiera tutte le sezioni, con una concezione cosiddetta panottica che avrebbe consentito un controllo centralizzato – aggiunge – ma lo smottamento rivelò la presenza del fiume Passo di Rigano nel sottosuolo e, dopo la costruzione delle prime tre, costrinse a spostare più in là le altre sezioni, che sono infatti separate dal corpo centrale”. Del progetto originario sono rimaste soltanto la prima (ora trasformata in caserma per la polizia penitenziaria, guidata da Michelangelo Aiello), la seconda (per i detenuti a regime aperto) e la terza (dove si trova il teatro e dove le celle sono in ristrutturazione). Più in là c’è la quarta, dove sono reclusi i detenuti che lavorano, all’interno o all’esterno. Ma bisogna superare un arco e un altro robusto muraglione per raggiungere il cortile dove prospettano la quinta (quella oggi didattica), la sesta (in ristrutturazione), la storica settima (un tempo regno dei boss e adesso dei “comuni”), l’ottava (la più tradizionale e “calda”, con la vecchia struttura a ballatoio), la nona, un tempo di alta sicurezza, ora dei cosiddetti protetti, cioè detenuti che non possono mescolarsi agli altri: provengono dalle forze dell’ordine o sono accusati di reati sessuali o contro i minorenni. “Intoccabili” nelle logiche carcerarie.

        Un mondo fatto complessivamente da 458 detenuti, ottanta dei quali extracomunitari – “uomini che vivono nel terrore dell’estradizione”, racconta il direttore – e sessanta tossicodipendenti seguiti da un servizio del Sert presente in pianta stabile.
        Sono proprio i “protetti” a raccogliere, sotto un cielo color carta da zucchero, i cavolfiori e le prime fragole dai sei ettari di orto. Un altro progetto imprenditoriale nato dietro le sbarre e anche questo con un nome ironico: si chiama “Coltivati al fresco” e vede all’opera la cooperativa In & Out. “Dal 2008 al 2016 – dice il presidente, Costantino Bivona – abbiamo condotto corsi di formazione professionale di orticultura e di cucina, i prodotti non potevano essere venduti perché realizzati con fondi pubblici e allora venivano regalati ai detenuti, ogni settimana si sorteggiavano due sezioni. Con i tagli alla formazione professionale, abbiamo voluto cogliere la sfida imprenditoriale e avviato la cooperativa”. Nel baracchino allestito all’aperto, ricolmo di frutta e verdura, c’è una coda di educatori e poliziotti.


        “In questo momento i nostri clienti sono la popolazione del carcere, ma presto contiamo di vendere anche all’esterno – spiega il presidente – e, superata la fase di start up, ci siamo impegnati ad assumere due detenuti, che per ora sono volontari. Coltiviamo ortaggi a rotazione, a seconda delle stagioni. Per ora fave, melanzane, zucchine, pomodori, peperoni”. Nella serra ci sono le fragole e alcune magnifiche piante di papaya, alle spalle di un’altra sezione un piccolo agrumeto da un ettaro, qualche nespolo e qualche albicocco. I detenuti al lavoro si chiamano Valerio, Giuseppe, Salvatore, Leonardo, Patrizio, Gaetano, Vincenzo. Sono impegnati per quattro ore al giorno, dal lunedì al venerdì. Spalano, seminano, portano carriole, badano al pozzo, raccolgono.
        “I ‘protetti’ sono i più motivati – dice Nunzio Brugognone – hanno una grande voglia di rivalsa e di riscatto”. Da qui ne passano di storie. C’è un detenuto accusato dall’ex fidanzata di violenze, lo hanno arrestato che si era appena sposato e aspettava un figlio, una vita normale da ragioniere in un’azienda, lui giura di essere innocente, vittima di una vendetta sentimentale. Ha chiesto la revisione del processo. Un altro, denunciato dalla figlia, adesso riceve lettere in cui lei gli scrive di avere mentito sobillata da altri parenti. “Anche lui spera”, raccontano. Non lontano c’è l’area verde, il giardino dove i detenuti possono incontrare i loro figli: “Non dimenticherò mai – racconta Brugognone – quella volta che un detenuto chiese il permesso di presentarsi al colloquio vestito da cuoco, aveva detto al figlio che lavorava qui alle cucine. Quando il bambino l’ha visto è rimasto senza parole, con lo sguardo pieno di orgoglio. Ci siamo commossi tutti”.

        Storie, queste come mille altre, che sono materia viva per Lollo Franco, il regista teatrale veterano del teatro nelle carceri, qui al lavoro senza alcun finanziamento pubblico. “Diamo un’occasione di riscatto autentico – dice – diffondendo cultura che è speranza, valore, coscienza di se stessi. La cultura può fare capire che la violenza non serve, può fare capire che una donna va trattata bene anzi di più. Non lavoro con gente che ha uno-due anni da scontare, non ha senso, ma con ragazzi che devono fare un bel pezzo di strada dietro le sbarre, perché fare teatro richiede fatica, lavoro, tempo. E qui il teatro riassume il senso autentico, quello degli antichi Greci, il senso della catarsi”.
        Nel suo percorso ha trovato talenti veri, “come Silvestre Lo Re, detto micione, perché quando aveva quattro anni, mentre giocava con altri bambini in strada nel quartiere di Borgo Vecchio, rimase chiuso per ore in un cassonetto della spazzatura e quando lo ritrovarono schizzò via come un gatto. O come Alessio Gigante, catanese, che nella Via Crucis che mettiamo in scena a Pasqua ha fatto un Giovanni di bellezza michelangiolesca, o come Giovannone, che canta le canzoni di Capossela e ha il ritmo nel sangue”. Vederli in scena a provare è emozione pura.
        Rita Barbera li guarda con soddisfazione mista a realismo. “Il cambiamento è quello che cerchiamo pervicacemente con tutte queste attività – dice – ma non illudiamoci, il cambiamento è un parolone, e non è cosa facile da raggiungere, soprattutto in un contesto in cui la libertà è condizionata. Io punto sui giovani, bisogna coltivare la speranza per loro. Anche qui”.

        Aprile 2018

        All another Ucciardone

        Farming, carpentry, tailoring, theatre: the inmates of Palermo prison are looking for new ways of redemption and change

        by Laura Anello
        photos Tullio Puglia

        There is a world of hope, beauty and productivity behind the door of this Bourbon building. You pass the first and the second security check and this unexpected world appears. In the place where Pisciotta had his poisoned coffee and the bosses Greco, Buscetta, Calò, Madonia, had champagne and lobsters, now convicts produce pasta and vegetables, act, sing, decorate furniture. Soon a pub-restaurant will be opened. Many activities designed to re-educate are becoming good investments thanks also to tax reductions. We meet director Rita Barbera, promoter of the “Ucciardone revolution”, and the head of the educational area Nunzio Brugognone. A section has been turned into an educational centre with classrooms, libraries, labs, a pasta factory. “Soon there will also be an artisan tailoring thanks to Miracula’s tailor courses” she says. In the Mani in pasta factory inmates produce pasta with the Ucciardone brand: an idea by Mimmo Giglio approved by Slow Food. Upstairs, inmates-craftsmen decorate stools and cupboards with paladins and ladies as in Sicilian carts. “Shabby furniture in use here is turned into works of art” says professor Vincenzo Merlo, decoration expert. A stool was donated to the Pope. Another business is to be realised.

        Merlo is also working on a model of the prison: “The first convicts arrived in 1842. In 1830 the project had changed drastically after a landslide due to an underground river. The central circular building is lower on one side”. In the first section are now the barracks, the second houses the inmates, the third houses a theatre, in the fourth the inmates-workers live. Through an arch and a wall you reach the fifth, the lab, the sixth under repair, the seventh once the reign of the bosses, the eighth and then the ninth, which hosts of the so-called “protected” or untouchable, inmates from the armed forces or convicted for sexual crimes or against children. There are 458 inmates, 80 come from outside the EU. 60 drug addicts are followed by a permanent service. The “protected” work in the vegetable garden, another project ironically called Coltivati ​​al fresco (“grown in the can”), with the In&Out cooperative. President Bivona says: “Since 2008 we have held horticulture and cooking classes; then the cooperative was born. Soon we will be able to sell products outside and hire 2 inmates”. There are strawberries and papayas in the greenhouse, a small citrus orchard, medlar and apricot trees. The inmates work 4 hours a day 5 days a week. “The ‘protected’ show a will of redemption” says Brugognone.

        Many stories are told from here: an inmate accused of violence by his former girlfriend, arrested when he had just got married, swearing he is innocent; another denounced by his daughter who now writes that she had been instigated. “Once an inmate asked to meet his family in his cook workwear. His child was so proud. We were all moved”.

        These stories are inspiring for Lollo Franco, theatrical director, who has been working here for years: “We give them a chance of genuine redemption. Culture is hope, value, conscience, it makes them aware that violence does not work. Here theatre evokes the catharsis of the ancient Greeks”. In his path he also found real talents. Seeing them on stage is touching. Barbera is satisfied, but realistic: “Change is not easy, for people who are not free. But we nurture hope in the young. Even here”.

        April 2018

        Gattopardo