Botteghe storiche, artigiani e nuovi creativi

Nascosti nei vicoli del centro o nelle ex borgate fuori dalla città antica, sono luoghi in cui da secoli si tramanda il mestiere o dove si riprendono e innovano tradizioni che sembravano scomparse

Da sempre Gattopardo racconta la Sicilia fatta a mano, la Sicilia delle eccellenze artigiane, degli ultimi custodi di antiche tradizioni, dei nuovi creativi che tornano a popolare i centri storici. Con il numero di Dicembre, in cento edicole di Palermo, è stata diffusa la guida a 100 tesori da scoprire della città, firmata per Le Vie dei Tesori da un gruppo di giornalisti ed esperti di Palermo.

Nascosti nei vicoli del centro o nelle ex borgate fuori dalla città antica, sono negozi e botteghe artigiane che da secoli tramandano il mestiere e nuovi creativi tornati a popolare i vecchi quartieri riprendendo e innovando tradizioni che sembravano scomparse. Sarti, ceramisti, cesellatori, restauratori, tabaccai, erboristi, panifici, pupari, artigiani del cuoio, del tessuto, della carta, cioccolatieri, ultime osterie e gelaterie familiari. Un patrimonio che si affianca a quello monumentale e che esprime l’identità della città, che la rende diversa dalle altre, dove la sola visita è un piccolo arricchimento.

Una guida in progress – questi i primi cento luoghi scelti liberamente da un comitato di giornalisti e operatori culturali innamorati della propria città – che è diretta tanto al cittadino quanto al visitatore, una mappa che volutamente tralascia le grandi imprese che, pur se antiche e di qualità, hanno profondamente innovato sedi e stili di vendita, per censire luoghi dove è ancora possibile fare un’esperienza: per la presenza di insegne e arredi storici e artistici, per l’incontro con “tesori viventi” – vecchi e giovani – portatori di sapienze e competenze, per la possibilità di conoscere una storia attraverso un oggetto o una pietanza. Posti dove vedere, incontrare, conoscere, fare qualcuno o qualcosa di davvero tipico.

Dicembre 2018

Buone nuove a Palazzo

A Palermo, dopo un lungo restauro, è stato inaugurato il rinnovato percorso museale di Palazzo Reale, con l’apertura dello storico portone di piazza del Parlamento, chiuso da decenni. Un modo per ammirare al meglio le bellezze dell’arte arabo-normanna

Testi di Alessandra Turrisi

Foto Tullio Puglia

Camminare nel ventre del palazzo, respirando la frescura degli antichi conci di tufo, per raggiungere luoghi mai visti e immergersi nel monumento simbolo di Palermo da un’altra prospettiva. Palazzo Reale svela nuovi segreti ai suoi stessi “abitanti” e si prepara a lasciare bocca aperta i visitatori che dal 4 settembre varcheranno la sede di questo gioiello, patrimonio dell’umanità. E non lo faranno più dal consueto, e un po’ defilato, ingresso turistico di piazza Indipendenza, bensì dal maestoso portone rinascimentale in piazza del Parlamento chiuso da tempo immemorabile.

È questo il primo risultato dei lavori di restauro da 900 mila euro finanziati dall’Ars, che hanno permesso di recuperare il corpo cinquecentesco, trasformato per decenni in deposito e archivio, vestibolo di un inedito percorso medievale, che dal nuovo ingresso turistico condurrà direttamente alla chiesa inferiore della Cappella Palatina e alla Sala Duca di Montalto. Un itinerario completamente privo di barriere architettoniche, grazie a un innovativo sistema di pedane a scomparsa sul pavimento che ha appianato gradini e tortuosità nell’intero edificio monumentale.

La prima sorpresa a chi varcherà il portone la riserva l’ampio stanzone d’ingresso, dove sono installati i metal detector per i controlli, ma anche le toilette, il bookshop e un piccolo spazio per presentazioni di libri e momenti di confronto. Sulla parete sinistra, per la prima volta, sarà visibile un affresco medievale sconosciuto e fino a questo momento anonimo: una Madonna del Rosario con San Domenico e San Francesco, ritrovato in condizioni pessime e restaurato in laboratorio dai fratelli Calvagna di Aci Sant’Antonio.

“Quando siamo entrati qui dentro – racconta ancora con un pizzico di emozione l’architetto Pai Riggio, che ha seguito i restauri come responsabile del procedimento assieme al direttore dei lavori Stefano Biondo – abbiamo notato proprio sulla parete di fronte al portone questo grande affresco molto deteriorato. È stato possibile asportarlo dal muro e portarlo in laboratorio ed è venuto fuori qualcosa di meraviglioso”. Ma solo nella nuova collocazione sarà visibile interamente, perché nella posizione originaria, antecedente alla costruzione del corpo cinquecentesco, uno spicchio fondamentale, la punta sommitale con la raffigurazione del Padreterno, era stato occultato dal muro costruito sopra.

Una sorpresa dopo l’altra, il visitatore percorrerà lo stretto corridoio tra le mura medievali e potrà sbirciare anche nelle segrete dell’ex torre Gioarìa, più o meno al di sotto del cortile della Fontana, un tempo prigioni con tanto di graffiti e che in un restauro futuro diventeranno parte del sito museale. Fino ad arrivare all’ingresso della chiesa inferiore della Cappella Palatina, sconosciuta ai più così come il suo accesso dal cortile Maqueda, murato negli anni Trenta. Santa Maria delle Grazie, più che una cripta, è proprio una chiesa inferiore a tre navatine che vive al di sotto della maestosa Cappella rivestita da mosaici. Il sacello antistante fu la camera sepolcrale di re Guglielmo I, oggi sepolto a Monreale, ma la chiesa fu anche utilizzata come luogo di sepoltura per personaggi di rilievo legati alla corona, come il viceré Emanuele Filiberto di Savoia, morto di peste nel 1624. Unico resto dell’originario apparato decorativo affrescato è un’icona bizantina della Vergine Odigitria.

Per la prima volta, dopo quasi un secolo, sarà possibile raggiungere la chiesetta dal cortile Maqueda, attraverso l’antico ingresso, ridotto a finestra con grata nel 1934 dall’architetto Valenti, allora soprintendente ai Beni architettonici, e oggi pienamente ripristinato dalla Zab costruzioni di Favara, che ha eseguito l’intero appalto.
Quasi una metafora del nuovo modo di concepire la fruizione dei beni culturali e di questo palazzo in particolare, dando visibilità ai luoghi più nascosti, ribaltando “il metodo di un’Italia che per troppo tempo non ha creduto alle bellezze che possiede”, afferma con decisione Patrizia Monterosso, direttore generale della Fondazione Federico II, che cura la valorizzazione della tradizione politica e culturale della Sicilia e in particolare di Palazzo dei Normanni.

“Con questa operazione recuperiamo la visione di piazza del Parlamento, che si affaccia nel cuore di Palermo – spiega la Monterosso – Chi entra o esce da questo nuovo ingresso si ritrova nel pieno del percorso arabo-normanno dell’Unesco. Significa recuperare la verità storica di questo Palazzo all’interno della città”.
Novità che rientrano pienamente in un percorso di valorizzazione dell’intero complesso monumentale, a partire dai suoi esterni. Dal primo giugno, infatti, sono stati restituiti alla fruizione pubblica permanente i giardini reali sulle mura del bastione San Pietro, un ambiente sospeso tra terra e cielo di cui si hanno le prime tracce nelle cronache dell’arabo Ibn Jubair nel 1184. Nonostante il loro enorme potenziale (da quei vialetti pare di poter toccare le maioliche di Porta Nuova), negli ultimi cinquant’anni i giardini avevano smarrito l’identità che ora hanno ritrovato.

Troviamo scorci romantici come la collinetta delle felci e delle succulente, il giardino mediterraneo che richiama al ‘600 e al ‘700. E infine la porzione in stile gardenesque con le aiuole di forma irregolare tipiche del post illuminismo, ricoperte di prato, da cui emergono le piante come fossero statue. E se i mosaici bizantini e il Cristo Pantocratore sono tra le maggiori attrazioni della Cappella Palatina, il Ficus Macrophylla che abbraccia un pino domestico è l’anima di questa piccola oasi in città.

Agosto 2018

Good news at the Palace

After a long and complex restoration, the renovated museum path of the Royal Palace is about to be inaugurated. A way to admire the Arab-Norman art at its best

By Alessandra Turrisi
Photo by Tullio Puglia

Walking into the belly of the building and reaching places never seen before, while enjoying the cool of the ancient tuff ashlars: a plunge into the symbol of Palermo from a different perspective. The Royal Palace reveals new secrets to its “inhabitants” and is getting ready to take visitors’ breath away. On 4th September such a jewel, a world heritage site, will be opened to the public who will no longer enter the usual tourist door on Piazza Indipendenza, but rather they will go through the majestic Renaissance entrance on Piazza del Parlamento, which has been closed since time immemorial. It is the first result of the restoration work financed by the Sicilian Regional Assembly, which made it possible to recover the sixteenth-century body, transformed in storage and archive for decades.

From the new tourist main entrance, this vestibule of an original medieval path will lead directly to the lower church of the Palatine Chapel and the Sala Duca di Montalto. Thanks to an innovative retractable floor platform system that has levelled any step and unevenness of the entire monumental building, it will be a completely barrier-free route. On their entering, visitors will be firstly amazed by the huge hall that houses the metal detector scanning, a bookshop, a small space for book presentations and discussion, and the toilets. On the left wall, for the first time, it will be on display a medieval fresco, unknown and anonymous so far: Our Lady of the Rosary with St. Dominic and St. Francis. “When we entered here”, tells still moved the architect Pal Riggio, who was in charge of the restoration procedures together with the project manager, Stefano Biondo, “right on the wall opposite the entrance, we noticed this large fresco in terrible conditions. After removing it from the wall and taking it to the restoration laboratory of Calvagna brothers from Aci Sant’Antonio, something wonderful has appeared.”

But only in the new location, it will be visible in its entirety, because, after the construction of the 16th-century body, the upper part depicting the God Almighty had been hidden. Through the narrow corridor between the medieval walls, visitors will be able to peek in the dungeons of the former Gioarìa Tower, more or less below the Fountain Court, formerly prisons, all with graffiti. They will reach the entrance of the lower church of the Palatine Chapel, unknown to most people as well as its access from the courtyard Maqueda, bricked up in the 1930s. Santa Maria delle Grazie, rather than a crypt, is a lower church with two small isles and a nave below the majestic Chapel covered with mosaics. The sepulchral chapel opposite was the burial chamber of King William I, now buried in Monreale.

But the Church was also used as a burial place for prominent figures tied to the Crown, as the viceroy Emanuele Filiberto of Savoy, died of the plague in 1624. The only remnant of the original fresco decorations is a Byzantine icon of the Virgin Hodegetria. For the first time in nearly a century, it will be possible to reach the small church from the courtyard Maqueda through the ancient entrance, reduced to a window with a grating in 1934, and today fully restored by the Zab Costruzioni of Favara. Patrizia Monterosso, the general director of the Fondazione Federico II: “We have retrieved the view of the Piazza del Parlamento, overlooking the heart of Palermo. Whoever enters or leaves this door travels in the past in the midst of the Arab-Norman route of Unesco. It means to recover the historical truth of this building within the city”.

These novelties are part of a process of enhancing the entire monumental complex, starting from its outdoors. Since 1st June, the Royal gardens on the walls of the bastion San Pietro have been permanently reopened. The first traces of this area, between the earth and the sky, date back to Chronicles of 1184 by the Arabic Ibn Jubair. Despite their enormous potential (from those alleys it seems to touch the tiles of Porta Nuova), in the last fifty years, the gardens had mislaid their identity. We can find romantic spots that recall the Mediterranean garden of the ‘600 and ‘700, like the fern and succulents hill. Finally, the gardenesque style portion with the grassy flowerbeds irregularly shaped, typical of the post Enlightenment, from which the plants emerge as if they were statues. If the Byzantine mosaics and the Christ Pantokrator are among the major attractions of the Palatine Chapel, the Ficus Macrophylla hugging a pine is the soul of this small oasis in the city indeed.

August 2018

“Vanina sono” l’altra metà del noir

Sabbia nera è un giallo ambientato tra Catania e l’Etna. Ha subito scalato le classifiche e presto diventerà anche una fiction tv. Storia di una nuova eroina e della sua autrice Cristiana Cassar Scalia. Tutte e due siciliane Doc

di Sofia Catalano

“La Sicilia è mavara. Quando uno se ne va, Lei gli fa la fattura e se non torna muore di nostalgia”. In estrema sintesi è questo, secondo la scrittrice siciliana Cristiana Cassar Scalia, il legame indissolubile che ogni isolano ha con la sua terra. In questa frase, tratta dal suo secondo libro “Le stanze dello Scirocco”, c’è già tutto quello che prova la protagonista del suo terzo scritto: “Sabbia Nera”, caso editoriale di Einaudi di cui sono stati già opzionati i diritti per il cinema e la tv. Un’altra tappa del genere giallo e poliziesco siciliano, esploso con Camilleri ma in realtà di ben più antiche origini. Questa volta, però, al femminile.

Ci troveremo a sentire “Vanina sono”, parafrasando Montalbano?
Vanina è il diminuitivo della protagonista, la vicequestore Giovanna Guarrasi. Una che ha provato a scappare dalla Sicilia, ma poi è tornata, nonostante le ferite ancora aperte. Palermitana, figlia di un ispettore ucciso dalla mafia nei terribili anni ’90, periodo delle stragi, fugge via da Palermo, emigra a Milano, ma il richiamo della terra è troppo forte. Torna, ma a Catania, dove il passato non è così incombente. Ricomincia il suo lavoro e scopre un altro mondo.

Il gioco delle parti tra due città, Palermo e Catania. “Palermo – spiega – mi affascina incondizionatamente e irrazionalmente. A differenza di Catania non è mai stata distrutta dal terremoto e quindi conserva intatte, in molti luoghi e nelle architetture, le stratificazioni delle dominazioni subite, la Cattedrale ne è un perfetto esempio. Palermo rappresenta per me quello che la Sicilia è stata nei secoli. Ed è una capitale. Una città conservatrice che ho sempre guardato un po’ da lontano, ma che ho tanto amato da ambientarci il mio secondo romanzo, che attraversa il periodo del ‘68 . Un racconto che è anche una saga familiare e propone vicende personali, riprese dai tanti aneddoti dei miei nonni, e dove arrivo a sfiorare anche la Seconda Guerra mondiale…”.

Vanina invece a Palermo ha troppi ricordi dolorosi: non solo quello del padre barbaramente assassinato, ma anche una storia d’amore tormentata con un collega. Allora sceglie. Sicilia, ma altrove. “Catania, che è la città in cui vivo e lavoro come medico, da sempre più incline al cambiamento, al progresso”, continua. Cassar Scalia è oftalmologa e lavora in ambito privato proprio per poter privilegiare la scrittura. “Io, nata a Noto, e trasferita per studi qui, la racconto al lettore insieme al vicequestore. Ne scopro gli angoli, le abitudini e mi spingo sino alle pendici dell’Etna”.

Comincia infatti con un’eruzione esplosiva “Sabbia Nera”, un’eruzione che si porta dietro quella pioggia di cenere pungente che ricopre ogni cosa e trasforma città, paesi e campagne in un paesaggio lunare. In questa atmosfera surreale, in un’ala abbandonata di una villa aristocratica, viene ritrovato il cadavere di una donna, ormai mummificato dal tempo: Vanina è l’incaricata del caso. “L’idea del giallo è nata proprio andando a vedere una villa abbandonata da anni, un luogo inquietante e allo stesso tempo intrigante e affascinante, che ha fatto scattare la molla”. E così nasce un’altra ispettrice: donna e siciliana.

Dopo la Marò di Giuseppina Torregrossa ne “Il basilico di Palazzo Galletti”, la Rosa Lentini di Nino Motta in “La parrucchiera di Pizzuta”, e – perché no – la commissaria Valeria Ferro della serie tv “Non uccidere”, torinese, ma interpretata da Miriam Leone, siciliana verace.
“Credo – racconta l’autrice – che la letteratura, e anche il cinema e la tv
rispecchino sempre i cambiamenti della società. Scrivendo Sabbia Nera 
inevitabilmente ho parlato con molti esponenti della polizia e ho capito
 che, nei ruoli apicali delle forze dell’ordine, adesso ci sono molte figure
 femminili. La narrativa italiana quindi segue l’onda e si sta riempiendo di
storie di donne poliziotto, non solo create da donne ma anche da uomini,
è fisiologico”.

E quindi Vanina Guarrasi , oramai beniamina dei lettori, non può finire la sua missione in un solo libro. Tornerà? “Certo – risponde – sto già scrivendo il suo secondo caso, e credo che la Guarrasi sarà protagonista di
una serie”. Così pensa già al volto cinematografico che la impersonerà. “Ho immaginato Isabella Ragonese, ma ho pensato anche a Valeria Solarino, due donne belle, forti, determinate…”. La prima palermitana doc, la seconda venezuelana ma di padre siciliano. 
“La Sicilia – aggiunge – pur con tutte le sue criticità la porto sempre nel cuore e anche io, come Vanina, non credo potrei stare a lungo lontana dalla mia terra. Certo potrei vivere ovunque, un po’ come faccio adesso, ma avrei sempre bisogno di periodi lunghi nell’Isola, per non recidere mai il legame atavico. E poi non resisterei troppo tempo lontana dal mare”.

Un grande amore che Cristina condivide con il marito, oculista, professore universitario. “In fondo facciamo lo stesso mestiere. Spesso viaggiamo insieme. Mio marito è sicuramente la persona che più mi ha incoraggiato a seguire il mio sogno, a cimentarmi nella scrittura, a crederci e provarci. Fa lui il primo editing, leggendo pezzo per pezzo ogni mio scritto”. E a lui è dedicato infatti il primo romanzo dell’autrice, “La seconda estate”, una storia d’amore ambientata a Capri, luogo del cuore tra gli anni ‘60 e ’80 del secolo scorso. Ma poi ritorna prepotente l’altro amore: la Sicilia.

“Se penso a Palermo – racconta – mi immagino sempre in quel tratto di via Maqueda che va da piazza Pretoria, con la sua Fontana della Vergogna, alla piazza della Martorana con la chiesa di San Cataldo. Di Catania invece ho sempre in mente la maestosa facciata di Palazzo Biscari, il primo luogo della città che ho visto e che ha colpito la mia immaginazione di bambina, già abituata alla bellezza barocca e solare della mia Noto. E poi subisco il fascino del Vulcano, proprio per questo gran parte del mio giallo si svolge alle pendici dell’Etna”.

E a chi la paragona a Camilleri, Cristina Cassar Scalia dice: “La cosa mi inorgoglisce molto perché Camilleri è il Maestro dei Maestri, ma Vanina e Montalbano sono personaggi profondamente diversi”. A cominciare dal fatto che Vanina è una donna.

Novembre 2018

The other side of noir

Cristiana Cassar’s Sabbia nera is a detective story set in Catania. It’s climbing the charts and soon will be a TV drama

by Sofia Catalano

“When you leave Sicily, She casts a spell on you and, if you do not come back, you die of nostalgia.” In a nutshell, that is the indissoluble bond between islanders and their land, according to the Sicilian writer, Cristiana Cassar Scalia. In this excerpt from her second book, Le stanze dello Scirocco, there is already what the protagonist of her third work feels: Sabbia nera, the editorial case by Einaudi Publisher, which will be soon a TV drama.

Another stage of the Sicilian crime stories triggered by Camilleri, which, in fact, dates back to older time. However, here the protagonist is a woman. Vanina is short for the protagonist’s name, Giovanna Guarrasi, the Palermitan deputy Police Chief. Daughter of an inspector killed by the mafia in the terrible years ’90s, she moved from Palermo to Milan. Back in Catania, she resumes her work and discovers another world.

“Palermo – the author explains – fascinates me unconditionally and irrationally. Unlike Catania, it almost preserves the stratifications of its dominations and the Cathedral is a perfect example. Catania, where I live and work as a physician, is increasingly apt to change and progress. Sicily, despite its critical issues, is always in my heart and, like Vanina, I do not think I could stay away from it for long.”

To those who often compare her to Camilleri, Cristina Cassar Scalia replies: “Since Camilleri is the Master of the masters, I am very proud, but Vanina and Montalbano are deeply different characters.” Beginning with the fact that Vanina is a woman.

November 2018

Nelle stanze della storia

Casa Ravidà a Menfi, uno dei primi esempi di Neoclassico siciliano, conserva intatti i ricordi di due secoli di storia. Racconta un paese, le vicende di un mondo ormai scomparso e le trasformazioni rivoluzionarie che hanno cambiato per sempre il modo di fare agricoltura

di Maria Matranga
Fotografie di Tullio Puglia

È una casa padronale che racconta la storia del vino e dell’olio di Menfi, una casa che intreccia vicende di nobili e di agricoltori, podestà e beati, di matrimoni e di figli. Una dimora costruita nel 1787 che è uno dei primi esempi di architettura neoclassica siciliana, con il pronao, le colonne, un patio incantevole e un’incredibile serie di stanze affrescate ed elegantemente délabré che si affacciano sulla campagna.

Insospettabile, un colpo d’occhio che si svela aprendo un vecchio cancello nel centro della cittadina, casette basse e trattori che borbottano per strada, a raccontare l’antica vocazione agricola di questo borgo, diventato soltanto trent’anni fa destinazione di mare: prima méta di pochi radical chic, adesso più conosciuta, ma sempre appartata, per chi ama la spiaggia selvaggia e il piacere serale dei buoni indirizzi dove bere e mangiare. Niente mondanità, qui. Perché Menfi è ed è sempre stata innanzitutto campagna.

Testimoni di questa storia sono gli occhi chiari – ereditati dalla trisnonna inglese – delle sorelle Lucia e Maria Ravidà, settantasei anni l’una e ottantanove l’altra, una tribù di figli e di nipoti legati a questa dimora come al tronco di un antico albero di ulivo. Sono rimaste loro due di quattro fratelli (c’erano anche Nicolò e Luisa, morti negli anni scorsi), figlie di Luigi, il “patriarca”, che con la moglie Natalia Stagno ha dato vita a questo ricco ramo familiare che ha ripreso in mano i vitigni e gli uliveti di famiglia.

“Mio padre – racconta Lucia – era avvocato e badava alle campagne del principe Fabrizio Pignatelli, il proprietario di gran parte di queste terre, forse sperava in un matrimonio tra mia sorella Maria e il figlio del principe. Ma il ragazzo, Nicolò Pignatelli, sposò una nobile romana ed ebbe poi una seconda moglie americana. Lavorava con Gianni Agnelli. Mi ricordo una passeggiata tutti insieme, sulla spiaggia di Porto Palo, erano gli anni Sessanta del secolo scorso. Mio padre gli diceva: conservalo un pezzettino di terreno per i tuoi figli, qui sono le tue radici, qui c’è la tua storia. Ma lui volle vendere tutto, la moglie americana gli diceva che qui c’era la mafia, che bisognava tagliare”.
Chi rimase, invece, impresse un’altra storia.

Una storia che ha tre nomi: quello, appunto di Luigi Ravidà, quello del notaio Palermo e quello del barone Vito Planeta, il padre di Gigi e di Diego, i protagonisti del Rinascimento vinicolo siciliano. Ma qui siamo ancora agli albori, ai tempi del vino sfuso con gradazioni alcoliche da capogiro. Insieme costituirono una cantina sociale, l’antesignana della cooperativa Settesoli, mettendo insieme produttori grossi, piccoli e piccolissimi. Un accordo tra notabili del posto, in un paese piegato dalla crisi del Dopoguerra e desertificato dall’emigrazione. La storia della nascita della viticoltura e dell’olivicoltura moderna in Sicilia, dopo l’epoca delle coltivazioni di grano a perdita d’occhio.

Vista dal di dentro, una grande avventura in una terra ancora arcaica. “Raccoglievamo le olive a mano – racconta Lucia – e le portavamo sui trattori nei frantoi qui vicino. In campagna, visto che non c’era l’acqua, avevamo le canalette in cemento che raccoglievano l’acqua piovana, io e mia sorella Luisa giocavamo con le rane, l’uva si pestava in piazza, era una grande festa. Il principe Fabrizio – anche lui avvocato – aveva la casa a Menfi, c’era un’amicizia familiare, quando veniva qui a casa in onor suo preparavamo la pastiera napoletana, si mangiava in una stanza che in un tempo ancora precedente era la cappella. Si beava di vedere i campi gialli, il principe, e io non capivo, dicevo che li preferivo verdi”.

Un’infanzia felice, prima della guerra, con ragazze alla pari tedesche e poi, più tardi, francesi. “Eravamo liberi, giravamo in bicicletta, non c’era una sola macchina, in spiaggia poche capanne di legno”.

Ricordi di un tempo perduto. “Noi piccoline andavamo nella stanza dell’alcova dove dormiva mia nonna, Maria Zalapì, e facevamo lavoretti di ricamo, alle sei del pomeriggio si diceva il rosario con una vicina di casa, Antonietta, una contadina sposata a un signore molto corpulento che era tornato dagli Stati Uniti e ci portava sempre dei cioccolatini buonissimi. Durante il Rosario si addormentava. ‘Antonietta!’, gridava mia nonna e lei riprendeva: Santa Maria…”. La nonna morì a più di cento anni, sempre religiosissima, “d’altronde qui in famiglia abbiamo anche avuto un beato, Luigi Rabbatà, sacerdote carmelitano vissuto tra il 1420 e il 1490 e proclamato da Papa Gregorio XVI che ne riconobbe i miracoli nel 1841. I suoi resti si trovano oggi nella Basilica di Maria, a Trapani”.

Proprio in questa casa c’era la prima cantina del paese, fatta di quindici botti. Ma c’era soprattutto un via vai di gente del posto. “Tutta Menfi veniva da nostro padre – raccontano le due donne – sia perché faceva il podestà sia per chiedergli consiglio sulle coltivazioni, Voscenza benedica”. Morirà nel 1977, cinque anni dopo lo seguirà la moglie, anche lei a suo modo imprenditrice. “Mia madre si lamentava sempre dei soldi che non bastavano mai – racconta Lucia – della campagna governata da Madre Natura, basta una stagione sbagliata e sono guai. Guardava intorno a sé tanta gente che non lavorava, soprattutto donne, le spinse a mettere a frutto la loro capacità nel ricamo, fondò una società con il suo nome, Natalia Ravidà, creando dei disegni particolari”.

Un nome, Natalia Ravidà, ereditato da una delle nipoti (la figlia del fratello di Lucia, Nicolò) che oggi è presidente della società che ha valorizzato la storia dell’olio di famiglia. Un olio, targato appunto Ravidà, che nel 1991 fu il primo siciliano a essere venduto all’estero, rompendo il monopolio dell’aristocrazia ligure e toscana. Dallo sbarco a Londra, un successo internazionale di vendite e riconoscimenti. Il vino prodotto nel feudo storico, invece, si conferisce ancora alla cantina, nell’attesa di un progetto di rilancio e di valorizzazione che faccia il salto all’imbottigliamento e all’etichetta.

La memoria resta in questa casa che le due donne hanno avuto in eredità insieme ai discendenti dei fratelli, la casa dove i cassetti custodiscono ancora i tovaglioli in stoffa ricamata che la nonna Natalia numerava (il numero 1 era per il marito, il 2 due per se stessa, la moglie, il numero 3 per il primogenito Nicolò, e così via dicendo). Una casa dove vigevano regole severe. “Ai pasti suonava la campana – raccontano Lucia a e Maria – e se non si arrivava puntuali si mangiava in cucina”.

Una casa che è un tesoro ma anche una responsabilità pesante, con continue esigenze di manutenzione e di tutela. Recentemente un finanziamento statale ha consentito di recuperare i tetti e alcune parti monumentali, ma c’è tanto da fare. Gli affreschi, gli intonaci, il primo piano dove dormivano cameriere e bambinaie. Secoli di storia.

Novembre 2018

In the rooms of history

Ravidà House at Menfi, one of the earliest exemplars of Sicilian neoclassicism, preserves the memory of two centuries and tells of the revolution that changed agriculture

by Maria Matranga
photos Tullio Puglia

A manor house tells the story of Menfi’s wine and oil, the vicissitudes of nobles and farmers, podestà and blessed, marriages and children. This 1787 house is one of the first examples of Sicilian neoclassical architecture, with its pronaos, columns, a charming patio and an astonishing series of frescoed and elegantly délabré rooms overlooking the countryside. It is revealed behind an old gate among low houses and tractors on the road, in the centre of a town of ancient agricultural vocation which became a sea destination only 30 years ago, well known by those who love wild beaches and good food and wine. No sophistication in Menfi, just country life. The sisters Lucia and Maria Ravidà, 76 and 89, are witnesses to this story, with their children and nephews.

The sons of Luigi, the “patriarch”, and Natalia Stagno, who gave life to the family branch that restarted the family vines and olive groves, were four (Nicolò and Luisa died). Lucia reports: “My father, a lawyer, looked after Prince Fabrizio Pignatelli’s farmland, a landowner who owned most of these lands. His son Nicolò Pignatelli first married a Roman noblewoman, then an American lady. He worked with Gianni Agnelli. In the 60s he sold everything, though my father told him to keep a piece of land for his children: his American wife would tell him that the Mafia was here”.

Luigi Ravidà, with Notary Palermo and Baron Vito Planeta – Gigi and Diego’s father, the protagonists of the Sicilian wine Renaissance – established a social winery (a forerunner of Settesoli cooperative), on farmland bent by the post-war crisis and emigration. Modern viticulture and olive growing were born in Sicily, after ages of wheat: a challenge in a still archaic land. “We picked olives by hand – Lucia says – and we took them on the tractors to the oil mills nearby.

In the countryside, Luisa and I played with frogs in the concrete channels that collected rainwater. Grapes were crushed in the square, it was a big feast. When Prince Fabrizio came home, we prepared the Neapolitan pastiera. He liked yellow fields, I preferred them green”.

A happy childhood, before the war, with German and French au pair girls. “We used to ride bikes, as there were no cars; on the beach there were a few wooden huts. We little ones used to embroider in my grandmother Maria Zalapì’s room; at 6 o’clock we said the rosary with a neighbour, Antonietta, who used to fall asleep. ‘Antonietta!’ My grandmother yelled, and she took up again: ‘Holy Mary…’”. Their grandmother, very religious, died at over 100 years old. “In our family there is also a blessed, Luigi Rabbatà (1420-1490) who was proclaimed in 1841 by Pope Gregory XVI. His remains can be found in Trapani”. In this very house there was the first winery in the village, with 15 barrels. “All Menfi came to our father who was podestà, and asked for advice on crops”, the two ladies tell. He died in 1977.

“My mother complained that money was never enough. In the country, one bad season is a big trouble” Lucia adds. “She led local women to capitalise on their embroidery skills and founded an embroidery company with her name, Natalìa Ravidà”. Her name was inherited by their brother Nicolò’s daughter, who is today the president of the company that has enhanced the family oil. In 1991 Ravidà oil was the first Sicilian one to be sold abroad, breaking the Ligurian and Tuscan monopoly. An internationally awarded success.

Wine, on the other hand, is still given to the social winery, waiting for an enhancement project. In this house which the 2 ladies inherited together with their brothers’ children, the drawers still hold the embroidered napkins numbered by Grandma Natalia (1 was for her husband, 2 for herself, 3 for the first-born and so on).
“At mealtime a bell rang – Lucia and Maria tell – whoever did not arrive on time ate in the kitchen”. This manor is a treasure but it needs continuous maintenance and protection.

Recently a national funding has allowed the recovery of the roofs and some monumental parts, but there is much to do for the frescoes, the plasters, the first floor.
Centuries of history.

November 2018

C’era una volta una roccaforte

Quella che doveva essere un’invincibile fortezza nel Mediterraneo fu rasa al suolo per esigenze cinematografiche: tonnellate di bombe per girarci un Combat film. Ecco quel che resta di una battaglia mai combattuta

di Simonetta Trovato

Foto di Igor Petyx

Di una cosa erano tutti certi, che dal mare non arrivava più nulla. Non gli Stukas o i Messerschmit tedeschi, né gli enormi B17. E allora, cosa mai si aspettava a Pantelleria, visto che lo sbarco, ormai, era avvenuto tre giorni prima e l’ammiraglio Pavesi, comandante in capo della “piazza” si era già arreso, così, in un soffio? I panteschi dalle colline circostanti, guardavano il paese: e lo videro saltare in aria, casa per casa, tutto ciò che era rimasto illeso dopo gli attacchi americani che avevano raso al suolo il porto e la zona circostante l’aeroporto.

Si sbriciolavano le case e non ce n’era alcun motivo: oppure sì, ma si sarebbe saputo soltanto dopo quel 17 giugno 1943, tre giorni, appunto, dopo lo sbarco.

Squadra di soldati alleati

Il motivo stava nelle carte: e nelle ricostruzioni “cinematografiche” e hollywoodiane dei cosiddetti “Combat film”. Pantelleria era il set ideale per questa serie che poco aveva del documentario e molto del propagandistico: pellicole smaccatamente costruite ad arte per indurre alla resa altri presidi meno inclini a deporre le armi. Quindi gli artificieri angloamericani minarono tutte le case affacciate sul porto e i B17 iniziarono ad arrivare dal mare, insieme agli Stukas, piccoli e snelli: lanciavano… sacchi di sabbia, che sulla pellicola parevano bombe; e appena questi toccavano terra, lavoravano gli artificieri.

Tutto ricostruito ad arte, con un solo piccolissimo errore: le riprese venivano fatte dalle colline verso il paese. E dunque, ai posteri come avrebbero mai spiegato che “prima” dello sbarco, improbabili cineasti si erano già sistemati comodamente per riprenderlo?
Ma, si sa, il mondo del cinema è impalpabile, virtuale, di celluloide e nel ’43 non si trovava molta gente pronta a improvvisarsi critico cinematografico contro gli americani.

Certo, andò peggio a un povero artificiere che aveva posizionato la carica esplosiva sotto il castello medievale (che si nota subito appena si sbarca nell’isola): ma gli scoppiò tra le mani, e il maniero venne così risparmiato. E usato poi come prigione per i – pochissimi – soldati che si erano opposti alla resa. L’artificiere – si dice – fu la seconda vittima in casa alleata, visto che la prima sarebbe stata un soldato ucciso dal calcio di un (leggendario) asino pantesco.

Vito Spadafora con la moglie Pina

Ma questa è un’altra storia e non ci sono documenti a corredo, come invece esistono dello sbarco e di tutto quello che sarebbe venuto poi: Vito Spadafora raccoglie immagini e documenti da anni, e ha allestito una piccola e interessantissima mostra nel paese, in piazza Messina: “Pantelleria ieri e oggi” e non poteva intitolarsi altrimenti. Vito di fatto raccoglie da sempre, guardato a vista dall’inossidabile moglie Pina che lo cura come se fosse un bimbo. Vito raccoglie, cataloga, certifica, crea collegamenti: non sa che fine farà mai questo suo lavoro infinito, ma per il momento va avanti, con un amore immenso. È lui a indicare la rete, ancora perfettamente visibile, di casematte, hangar e torrette di avvistamento, che l’isola vanta.

Laghetto delle Ondine

Basta inforcare una bicicletta e cominciare a pedalare: incontrerete agglomerati pietra che non sono dammusi, ma mini fortini fortificati con tanto di feritoie: qui i soldati facevano turni infiniti scrutando il mare. Ci sono fortificazioni lungo tutta la costa, nascoste e visibili, conservate o dirute; un complesso molto leggibile è verso il “lago delle ondine”, altri si intuiscono sulla montagna..
Esistevano comunque solo batterie a cielo aperto, visto che l’interramento costava troppo e non era stato mai portato a termine: un mega progetto fascista, sette anni prima, aveva dotato sulla carta Pantelleria di un impianto di difesa antiaereo all’avanguardia, ma non venne mai realizzato e il surrogato, disegnato da Pier Luigi Nervi, si rivelò poi non sufficiente.

Pantelleria fortificata

Nel maggio del 1943 Pantelleria possedeva 14 batterie antiaeree con 75 cannoni (antiquati) da 76 mm, 18 mitragliere da 20 mm e 500 (quasi inutili) mitragliatrici da 8 mm. In tutto, su Pantelleria, erano di stanza 11.420 militari. Insomma, era una roccaforte né più né meno di Malta; o almeno, così pensavano dall’esterno, perché se è vero che l’isola era autosufficiente per quanto riguardava viveri, acqua potabile e carburante – nascosti negli hangar e nei depositi sottoterra, invisibili agli aerei ma soprattutto, al riparo dai bombardamenti che già dalla notte tra l’8 e il 9 maggio avevano preso di mira Pantelleria – è anche vero che la dotazione, tanto strombazzata, non esisteva: ed era fatta di strumenti vecchi o inutilizzabili, militari stanchissimi, un comandante “impalpabile” che si arrese subito.

La cosa non piacque per nulla ai suoi superiori: Pavesi venne poi condannato a morte in contumacia a Parma il 22 maggio 1944. Fino al 6 giugno erano cadute dal cielo sull’isola 1.300 tonnellate di bombe, poi, solo il 7 giugno, ne caddero invece seicento, l’8 giugno settecento, il 9 giugno ottocento e il 10 giugno, terzo anniversario dell’entrata in guerra italiana, addirittura 1.500. In altre parole nei soli primi dieci giorni di giugno l’isola aveva incassato 4.394 tonnellate di bombe e ciò aveva ridotto ai minimi termini il morale dei diecimila abitanti.

Soldati italiani prigionieri degli alleati

L’operazione per far cadere Pantelleria fu chiamata Corkscrew (cavatappi) e fu la prima alleata sul suolo italiano, prima dello sbarco. Tra i punti di forza dell’isola (e preda ambita degli alleati) era l’enorme hangar: 300 metri di lunghezza, 28 di larghezza e 16 di altezza. Di fatto, enorme. Poi le casematte di Scauri, perfettamente mimetizzate nella vegetazione, e tutte le altre che a breve distanza segnano l’intera costa.
Ma tutto questo non servì a nulla: senza aspettare la conferma da Roma, Pavesi annunziò la resa.

La notizia della caduta di Pantelleria mandò su tutte le furie Hitler, meno Mussolini che però, in altre note, spesso sottolineò la sua vista “lunga” da stratega nel dotare Pantelleria di “grandi opere militari, alcune all’avanguardia”. Di fatto, Pantelleria saltò come un tappo: Gli Alleati occuparono il 12 Lampedusa, il 13 Linosa e il 14 Lampione, senza colpo ferire.

Novembre 2018

The Fortress of Pantelleria

From some vintage photos collected in an exhibition, the memory of the capture of Pantelleria by the allied forces reappears. The supposed invincible fortress of the Mediterranean fell immediately and the town was razed to the ground

By Simonetta Trovato

Photo by Igor Petyx

One thing they were certain of, from the sea nothing would arrive any longer. Not the Stukas or the German Messerschmit, or the huge B17. And so, what was expected in Pantelleria, as the landing had taken place three days before and admiral Pavesi, commander-in-chief of the place, had already surrendered in a flash? The inhabitants of Pantelleria were watching the village from the surrounding hills and saw it exploding: house after house, everything that was undamaged after the American attacks that razed to the ground the port and the area around the airport.

Squadra di soldati alleati

Houses were disintegrating and there was no reason; or maybe there was, but it would be known only after that 17th June 1943, three days after the landing. The reason was in the papers and in Hollywood reconstructions of the so called Combat films: Pantelleria was the ideal set for this series that had little of a documentary and a lot of propaganda: films artfully shot to force the opponent less prone to lay down their arms.

Vito Spadafora con la moglie Pina

Anglo-American artificers mined all the houses overlooking the port and B17 and Stukas started to arrive from the sea throwing sandbags that looked like bombs. Everything was reconstructed on purpose, with just one very small mistake: the shooting was made from the hills towards the village. And so how could they explain to posterity that before the landing improbable filmakers had already settled to shoot?

But it’s well known that the world of cinema is a virtual one, and in 1943 not many people were ready to play the cinema critic against the Americans. The artificer who had put an explosive charge below the medieval castle was unlucky: it blew up in his hands and the castle was spared and used as a prison for the (very few) soldiers who had opposed the surrender.

Pantelleria fortificata

The artificer – it is said – was the second victim on the allied side, as the first one was supposed to be a soldier, killed by a (legendary) Pantesco donkey. But this is another story, and there are no accompanying documents as there are of the landing and of everything came later. Vito Spadafora has been collecting images and documents for years, mounting a small and interesting exhibition Pantelleria ieri e oggi (Pantelleria yesterday and today).

He doesn’t know what will happen of his endless work, but goes on with immense love. He shows the set, still fully visible, of pillboxes, hangars and sighting turrets of the island, with mini forts with loopholes where soldiers took endless turns looking at the sea. And fortifications along the coast, both hidden and visible, well preserved or in ruins.

There were just batteries in the open, as the landfill was too expensive and had never been carried out. Seven years before, a great fascist project had equipped Pantelleria – on paper – with an avant-garde aircraft defense system that was never carried out, and the substitute designed by Pier Luigi Nervi, turned out not to be adequate.

Soldati italiani prigionieri degli alleati

In May 1943 Pantelleria owned 14 anticraft batteries with 75 (obsolete) cannons, 18 machine-gunners and 500 (almost useless) machine-guns. 11.420 soldiers were stationed in Pantelleria that it was a stronghold neither more nor less than Malta, or at least, this is what it was thought from the outside.

If it’s true that the island was self-sufficient as far as food, drinking water and fuel were concerned, the equipment, so trumpeted, didn’t exist and was in fact made of old and useless instruments, very tired troops and an insubstantial commander who surrendered immediately.

 

November 2018

Questa terra è solo per pochi

Piccola, estrema, bellissima, Linosa conserva intatte tutte le meraviglie del mar Mediterraneo. Da scoprire

Testo e foto di Antonio Schembri

Una scheggia di lava sperduta a sud, tra cielo e mare. Non è Lampedusa. Ma l’altra: quella quattro volte più piccola, che appare 57 chilometri prima se si sceglie di raggiungere l’arcipelago delle Pelagie con il traghetto da Porto Empedocle. Schiva, selvaggia, torrida anche col maestrale, Linosa sembra una quinta dimenticata nella scena blu zaffiro del Mediterraneo, a 160 chilometri dalla Sicilia e a una distanza di poco inferiore rispetto alla costa tunisina. Sta lì, senza nemmeno un porto vero, a suscitare sogni, non certo rapidità. Per questo una sia pur esigua pista per aerei tra le sue rocce sembra inconcepibile.

Tra le piccole isole abitate del Mare Nostrum nessuna è distante dalla terraferma come Linosa. Anche quando la si comincia a scorgere all’orizzonte a miglia di distanza, l’antica Aethusa per i Greci e Algusa per i Romani, attira fuori sul ponte o fa schiacciare il naso sull’oblò per lanciare magnetici segnali d’avviso dal suo profilo dolce e misterioso. Una volta sbarcati sull’approdo di Cala Pozzolana di Ponente, è l’urto stordente di un gancio imparabile. Decisivo, quell’attimo: o ti fa desiderare di ripartire alla svelta oppure sei già innamorato in pochi secondi.

Potenza dei contrasti di Linosa. Quelli cromatici della sua lava, anzitutto.

A crearli è stata la diversa natura del vulcanismo che ha dato origine all’isola: una combinazione di esplosioni e effusioni di magma solidificatosi in una sorprendente varietà di colori. È ciò che si osserva soprattutto in questa insenatura, la più ampia dell’isola. L’ampio intarsio giallo-arancio sulla parete arsa dal sole fa assumere alla Cala Pozzolana di Ponente tonalità fiammeggianti durante i tramonti estivi. E riassume le malìe di questa isoletta che – secondo i geologi – è la parte sommitale spenta da millenni di un grosso sistema vulcanico che poggia sul bordo meridionale della placca europea a oltre mille metri di profondità e di cui l’altra parte emersa è l’isola di Pantelleria. A parte le dimensioni e il fatto che la “sorella maggiore” sia un vulcano attivo, sono molte le similitudini tra le due isole.

Ci sono poi i riflessi delle scogliere, digradanti o a strapiombo in un mare cristallino che offre tutte le tonalità del verde e dell’azzurro prima di diventare abissale. E, ancora, il verde della macchia mediterranea, con mirto e lentisco, capperi e timo che incrociano i loro profumi e si mescolano a ciuffi di asparagi e ginepri marini, ginestre di scogliera e gigli di mare. Fiori spettacolari, questi, che per tutta l’estate punteggiano le pendici dei cinque rilievi di Linosa, sormontati da crateri: Monte Vulcano, sommità dell’isola con i suoi 195 metri, Monte Nero, Monte Rosso e i più piccoli Monte Bandiera e Monte Calcarella. A completare l’orografia, poco sopra il livello del mare, il cratere più grande: è la Fossa del Cappellano, splendida area solcata anche da vigneti di zibibbo.

Ma Linosa offre una tavolozza di colori nel suo abitato, un grumo di case che dalla collina si allunga fino allo Scalo vecchio. Quasi tutte hanno la facciata dipinta con allegri abbinamenti color pastello: giallo con bordo rosso, azzurro e bianco, bianco e rosso.
Immagini, queste, che si possono cogliere anche con un’escursione di una sola giornata a Linosa, grazie all’aliscafo che la collega a Lampedusa in un’ora. Ma non basterebbero a rendere l’idea di viaggio nell’incanto, sopra e sotto il mare, che questa frontiera geografica riserva a chi aspira a capirla un po’ di più.

Con ogni probabilità a scoprire Linosa furono i Fenici, sebbene non ci sia nessun segno della loro presenza. Forse fu abitata dai Greci e molto più in seguito dai Saraceni, ma quasi certamente costituì un avamposto strategico per i Romani durante le guerre puniche. Lo dimostrerebbe l’architettura delle numerose cisterne per la raccolta dell’acqua piovana. Ma la storia della comunità di Linosa, nome derivante da Lenusa, come l’isola veniva indicata nelle carte nautiche a partire dal 16° secolo, comincia solo nel 1845, anno della sua colonizzazione. L’operazione riguardò un gruppo di trentatré persone, reclutate con bando pubblico e guidate dal capitano della marina borbonica Bernardo di Sanvisente, incaricato dal Re delle due Sicilie, Ferdinando II di gestire la distribuzione e la coltivazione delle terre.

Ogni isola ha i suoi personaggi-guida. Quelli di Linosa sono diari viventi che raccontano l’immensa pazienza e l’attaccamento viscerale alla propria terra dei suoi 450 abitanti. Popolazione che in inverno si dimezza, perché i giovani vanno a scuola a Lampedusa o nelle città siciliane dove hanno parenti o possono trovare un appoggio e quasi sempre le madri li accompagnano. Di questi personaggi, Gerlando Errera è il più “vulcanico”. A sessant’anni scatta ancora come un ragazzino e porta con orgoglio un soprannome acrobatico, “Barone Rosso”. A affibbiarglielo furono alcuni turisti, esterrefatti dall’abilità con cui riesce a zigzagare tra gli scogli con la sua pilotina di legno, a bordo della quale mostra ai turisti le bellezze di Linosa. “Qui – tiene a dire – tutti siamo contadini perché l’agricoltura rimane l’attività principale, ma siamo anche barcaioli e pescatori stagionali (Linosa non ha una marineria, ndr) nonché muratori, imbianchini e ottimi cuochi”. L’isola nera è difatti anche un piccolo paradiso gastronomico che ruota sulla produzione locale – “tutta ‘bio’, altro che fertilizzanti chimici”, puntualizza sempre il “Barone”. Ceci e fagioli, ma soprattutto lenticchie e capperi, che invadono la carreggiata con le loro cortine di fiori profumati. Questi due ortaggi sono le principali prelibatezze locali.

Che sia un’isola per pochi, Linosa lo comunica senza mezzi termini. Vi arrivano a circolare al massimo 1.200 persone al centro dell’estate e chi la sceglie immaginando di trovarvi feste alla moda ha commesso un clamoroso errore di rotta. Sull’isola non sbarcano autoveicoli, fatta eccezione di quelli dei residenti che li utilizzano malvolentieri. Cosicché le strade rimangono piuttosto solitarie. E siccome sono ben asfaltate si prestano a essere percorse, oltre che con uno scooter, affittabile tra i diversi moto-noleggi del paesino, in bicicletta o a piedi. La principale è una “semi-perimetrale”: non consente cioè l’intero periplo, in quanto la costa sud-orientale dell’isola, da Punta Calcarella alla Cala Pozzolana di Levante è impervia.

I saliscendi sono continui, ma anche sui pedali le salite più ripide non scoraggiano. Quando la ruota anteriore comincia a divagare per i primi effetti dello sforzo, arriva la discesa: momento rigenerante grazie a visuali nelle quali entrano il mare, i muretti a secco e filari di fichi d’India a perdita d’occhio, piantati dagli isolani come barriere frangivento a protezione delle colture.

Se per compiere il giro dell’isola, undici chilometri, in bicicletta occorre circa un’ ora, a piedi si può agevolmente completare in poco più di due ore. Ma meglio dilatare i tempi, sostare, indugiare su scogliere e un entroterra agricolo affascinante, fatto di piccole vallate alternate a pianori coltivati, dove cespugli di vegetazione spontanea, inclusi more e capperi invadono strade e trazzere.
Linosa è meta ideale per gli amanti del trekking a intensità moderata. I sentieri, tutti ben segnalati, sono otto. Imperdibile quello che conduce sul Monte Vulcano. Vi si accede appena fuori dal paese, poco prima che la strada principale si incunei in un piccolo canyon, chiamato u passu. In circa mezzora di cammino il sentiero conduce alla vedetta della Finanza, punto panoramico sull’intera parte occidentale dell’isola con il suo abitato, per poi svoltare sul versante opposto dal quale la vista della Cala Pozzolana di Levante è mozzafiato.

Dopo un centinaio di metri si incontra il pendio che porta dritto al cratere, percorribile sull’orlo con un po’ d’attenzione oppure scendendovi dentro, dove si trovano un vigneto e l’immancabile distesa di fichi d’India. In discesa, la sottostante stradina sterrata si apre su uno scenario che non si dimentica: quello dei Faraglioni visti dall’alto. Difficile, una volta a valle, eleggere il punto più bello della costiera linosana.

“Oltre allo spettacolo dello specchio d’acqua delle due cale di Pozzolana, proprio quello dei Faraglioni è una tappa obbligata”, considera il ‘Barone Rosso’. Gli scogli sparpagliati creano un insieme di calette e piccole piscine con fondali poco profondi, interessanti da sorvolare con maschera e pinne fino alla Grotta del Greco. Percorrendo l’isola in senso antiorario, non sono poi da meno gli altri siti della costiera di Levante. Come Punta Calcarella, formazione rocciosa multicolore, la Baia del Conte e la Piscina Naturale, ubicata sotto il Faro di Beppe Tuccio (nome del primo farista di Linosa) e collegata al mare aperto da un tunnel subacqueo a 5 metri di profondità. Sul versante nord, invece, c’è la banchina di Cala Mannarazza, un punto comodo su cui stendersi al sole e, di notte, ammirare il brillìo del plancton sotto il pelo dell’acqua.

Sulla frastagliata costa sud-orientale di Linosa, la sciara del Monte Vulcano e i Fili, rocce che fanno pensare a libri sovrapposti, “sono il top della natura di Linosa – rimarca Errera. Un anfratto nascosto in questa cala strettissima è conosciuto come ‘cella frigorifera’ perché – racconta – l’acqua, mantenuta fredda dalla roccia, consentiva ai pescatori di conservare il pesce per giorni grazie a una rete, come fosse una vasca”.

Ma l’autentica magia di Linosa sta nella vita del suo mondo animale. La comunità di Berte Maggiori che stanzia sull’isola da febbraio a ottobre, con le sue circa diecimila coppie, è la più popolosa d’Europa. L’emozione di incontrarle in barca mentre si assiepano per riposare galleggiando in raft, proprio come grandi zattere, di ritorno dalla loro caccia giornaliera sul mare e poi ascoltare il loro canto notturno simile a una litania, è uno dei regali più preziosi di Linosa: “Abbiamo accertato che questi uccelli acquatici compiono lunghissime migrazioni fino all’Oceano Atlantico, dove rimangono per metà dell’anno, poi tornano qui per riprodursi – spiega Giacomo dell’Omo, presidente di Ornis Italica, l’associazione naturalistica che porta avanti in collaborazione con l’Università di Palermo un programma di monitoraggio e tutela di questi affascinanti uccelli acquatici, che rimangono in coppia per l’intera vita. Leggiadre in volo, le berte. Ma goffe e vulnerabili tra i loro nidi, ricavati tra le rocce dove tornano solo dopo il crepuscolo. “Le loro uova (ne depositano solo una a gestazione, a cominciare dai primi 6 anni di età) sono preda facile di animali e anche dell’uomo. Per questo vanno protette”.

Linosa è anche l’isola delle tartarughe. Per via del calore trattenuto dalla sua sabbia nera e per il fatto che è ancora poco antropizzata e molto buia la notte, la spiaggia della Cala Pozzolana di Ponente negli anni è diventata un luogo piuttosto gradito dalle caretta caretta per scavare il nido delle proprie uova. Inoltre a poca distanza funziona anche un centro di recupero delle tartarughe che sta dando risultati anche sul fronte dell’educazione ecologica dei pescatori che battono questa zona del Mediterraneo e degli stessi turisti. La liberazione in mare di esemplari guariti dagli effetti di inquinamento, traffico marittimo e pesca costituisce ogni volta un avvenimento, che si conclude con lo snorkeling di quanti vogliono salutare i simpatici rettili mentre riprendono il largo. “Con i nostri campi di volontariato attiriamo appassionati della natura da tutto il mondo e ogni estate riusciamo a curare e rimettere in acqua una media di 40 esemplari”, dice Stefano Nannarelli, responsabile dell’associazione Hydrosphera.

Ma la vera festa è nel mondo sottomarino di Linosa. Limpidi e luminosi, i suoi fondali riservano emozioni travolgenti in tutti e tredici i punti d’immersione censiti e frequentati sia dai due diving locali sia da quelli di Lampedusa. Tra questi, il sito della Secchitella, promontorio subacqueo a circa mezzo miglio dalla costa, raggiungibile in barca, rappresenta l’antologia della bellezza sommersa. Le pareti, che digradano da cinque a settanta metri di profondità, sono il rigoglioso habitat di cernie, dentici e ricciole di grossa taglia e lucenti barracuda: “Soggetti fotografici superlativi, così come tantissime altre specie mediterranee, nonché il pesce pappagallo, colorato pinnuto che, dopo articolate peregrinazioni dai mari tropicali, è praticamente diventato autoctono di queste acque e il raro pesce coniglio”, illustra Giovanni Ombrello, fotografo subacqueo habituè di Linosa.
Altro ‘spot’ gettonato dagli scuba-divers, Balata Piatta: un itinerario molto panoramico fino a trenta metri, caratterizzato da una scogliera sommersa di colonne di basalto, curiosamente squadrate. Osservata in risalita, la sua prospettiva simile a quella di una piramide Maya sembra uno scherzo dell’azoto.

Agosto 2018

This island is only for a few

Small, extreme, beautiful, the island of Linosa preserves all the wonders of the Mediterranean Sea, among craters and crystalline bays. A little paradise to discover

By Antonio Schembri

The sliver of lava lost between sky and sea is not Lampedusa but the other, smaller one. Shy, wild, torrid, closer to Tunisia than to Sicily, it attracts by its contrasts, like the yellow-orange lava in West Cala Pozzolana. According to geologists, Linosa is the summit of a volcanic system including Pantelleria, with which it has some similarities: cliffs sloping on the sea, Mediterranean maquis. Linosa has 5 reliefs surmounted by craters. The village is a cluster of painted houses: yellow, red, blue, white.

Maybe Linosa was an outpost of the Romans during the Punic Wars; in the 16th century it was Lenusa; in 1845 it was colonised on behalf of King Ferdinand II. The 450 inhabitants are halved in winter when young people go to school elsewhere. The “Red Baron” Gerlando Errera, 60, organises boat tours: “We are all farmers, but also boatmen, fishermen, masons, painters and cooks”. The island offers organic lentils, capers, chickpeas and beans. Linosa welcomes up to 1,200 people. No cars except residents’: you can rent a scooter or go by bike or on foot.

The main road does not allow a whole tour. Continual ups and downs among sea views, stone walls, prickly pears. Linosa is ideal for trekking: the Mount Vulcano trail leads to a westward viewpoint, then turns onto the opposite side of East Cala Pozzolana, then a slope leads to a crater with vineyards and prickly pears. Downhill you see the Faraglioni from above. On the east coast you see the multicoloured Punta Calcarella, the Baia del Conte and the Natural Pool under the lighthouse. In the north, on Cala Mannarazza quay at night you can see the plankton twinkling. To the southeast are Monte Vulcano sciara and the Fili, rocks like aligned books. About 20,000 Cory’s shearwaters are in Linosa from February to October.

It is also the turtle island. In its centre for ecological recovery and education, volunteer camps attract enthusiasts and every year about 40 turtles are rehabilitated, says Stefano Nannarelli. Under the sea, the Secchitella site hosts groupers, breams, amberjacks, barracudas, the tropical parrotfish and the rare rabbitfish, reports Giovanni Ombrello, underwater photographer. Scuba-divers also love Balata Piatta, a submerged cliff of square basalt columns resembling a Mayan pyramid.

August 2018

Ingrid è tornata a Stromboli

Non la Bergman, ma la figlia, nata dalla passione tra l’attrice e il regista Roberto Rossellini. È tornata in Sicilia nei luoghi dove i genitori girarono il famoso film e iniziarono la loro storia d’amore. Un viaggio alla ricerca di se stessa

di Guido Fiorito

Nei giardini dello Spasimo al tramonto, l’ora è dolce e tra le mura della chiesa dagli archi acuti sovrapposti e l’orizzonte che si perde tra gli alberi non sembra di stare in città. Lei indossa una lunga tunica, poco trucco, le scarpe di stoffa chiuse senza tacchi simili a quelle con le quali sua madre affrontava le salite di cenere del vulcano. Si sottopone alle fotografie con disciplina mista a imbarazzo. Porta lo stesso nome della madre, una delle attrici più intense e affascinanti del Novecento.

Ingrid Rossellini è una donna semplice, che vive a New York con nostalgia dell’Italia. Che si interroga sulle sue radici, la rigida Svezia di Ingrid Bergman, la dolce Italia del padre Roberto Rossellini che pure aveva i suoi rigori (o meglio coerenze) intellettuali.  È venuta a Palermo nel ruolo di membro del “Sole Luna doc film festival” e indossa il distintivo della tredicesima edizione, il gelsomino migrante. L’attrice e il regista innamorati. Da quell’unione sono nati tre figli: Robertino e le gemelle Isabella e Isotta-Ingrid.

“Quando siamo nate – racconta Ingrid Rossellini – esisteva ancora una legge del tempo fascista che vietava di dare nomi stranieri ai bambini. La regola, in famiglia, era che i nomi delle femmine iniziavano per I come Ingrid e quelli maschili in R come Roberto. Quindi mi fu dato il nome di Isotta, che deriva dalla marca di automobili, e alla mia gemella Isabella. Ma io sono stata chiamata sempre Ingrid. Quando ho fatto il passaporto americano ho sostituito Ingrid a Isotta. È stata una liberazione”.
Un mito fondante della sua famiglia è a Stromboli, dove suo padre girò nel 1949 il suo primo film con Ingrid Bergman. La storia di una migrazione e di una integrazione difficile…
“Ci sono diversi aneddoti – risponde – su Stromboli che mi hanno raccontato in seguito. Io sono andata per la prima volta nell’isola circa quindici anni fa. Ho trovato l’isola completamente cambiata da quella che avevo conosciuto nel film. In giro non c’erano più bambini, né mattanze di tonni, né pescatori. Non c’era più quella terribile povertà. Mio padre aveva portato macchine e luci per girare il film, sull’isola non c’era niente.  Fu perfino costruita una strada per salire sul vulcano e girare le scene della fuga di mia madre. Un lavoro tremendo”.

Una grande attrice come sua madre e attori non professionisti, abitanti dell’isola…
“Mia madre veniva da Hollywood, era abituata a mostrare il profilo perfetto. Mio padre arrivava sul set e improvvisava. Più o meno devi dire questo, era la consegna agli attori. Gli abitanti di Stromboli al ciak non dicevano mai le battute al momento giusto. Allora mio padre legava un filo al ditone del piede di ciascuno e lo tirava nel momento in cui doveva dire la battuta. Ecco il cinema verità”.
A Stromboli c’è la casa dove hanno abitato i suoi genitori da poco innamorati,  il bar Ingrid…
“Ho conosciuto un vecchino, lui sapeva chi ero. Mi ha detto se avevo piacere di incontrare alcune persone che avevano lavorato da attori nel film. Certo, ho risposto. Mi ha portato al cimitero. E mi ha presentato le persone, con nome e cognome, tomba per tomba. Erano tutti morti. Stromboli è un’isola bellissima ma andarci dopo aver perso i genitori portava un po’ di malinconia. Sono scomparsi abbastanza giovani e mi è mancato non aver vissuto con loro da adulta”.

Sua madre Ingrid Bergman, precisa e organizzata, attirata da Roberto Rossellini, italiano che sa improvvisare…
“I nostri genitori non parlavano mai di lavoro e di cinema in casa. Non volevano darci la sensazione di essere figli di persone famose. Non avevano nulla in comune. Il contrasto assoluto. Nei film di Rossellini, anche in Stromboli, mia madre impersonava la donna sradicata. Penso lo fosse veramente. Dopo essersi lasciati sono rimasti amici ma sempre senza capirsi granché”.
La separazione fu per voi un momento difficile…
“Era un’altra epoca. Prima di tutto i genitori pensavano al lavoro. Mia madre andò in Francia e fummo sistemati in una casa con una governante. Papà lo vedevamo la domenica, la mamma in vacanza. Ma non c’erano conflitti, era tanta la gioia di vederci”.
Fu sua madre a chiedere a Rossellini di lavorare con lui…
“Mia madre rimase colpita dai film di guerra girati da papà. Roma città aperta, Paisà, Germania Anno zero…Si vedeva la tragedia che era successa. In confronto Casablanca era finto e inamidato. Ma la lettera di mia madre non era una dichiarazione d’amore come molti pensano. Quando scrisse che in italiano sapeva solo dire ti amo era solo un fatto.  Mia madre spedì la lettera alla Minerva dove accadde un incendio.  Un operaio trovò la lettera con la busta un po’ bruciacchiata  e la portò a mio padre. Se fosse bruciata interamente, mia madre non avrebbe più scritto, non sarebbe venuta in Italia e  io non ci sarei”.

Rossellini aveva lasciato Anna Magnani per accogliere nel suo cuore Ingrid. La passionale Anna l’aveva presa malissimo, tanto da girare il film Vulcano in modo da uscire nelle sale prima di Stromboli.
“Sì, era molto arrabbiata e a ragione.  Con mio padre non si sono visti per anni. Ma quando era in ospedale malata, mio padre andò a trovarla e passò tanto tempo con lei. Dopo la morte, per un problema di sepoltura, la bara fu ospitata dapprima nella nostra cappella di famiglia a Roma”.

Lei vive in America. Ha insegnato Letteratura e cinema italiano in varie università, da Princeton a Harward. Come sono l’Italia e la Sicilia viste da laggiù?
“Vivo a New York dal 1982, una vita. Ma a un certo punto mi è venuta grande nostalgia dell’Italia. Quando sono tornata, mi ha colpito l’odore dei pini mediterranei, il suono delle cicale, la luce, la mentuccia. L’ho girata in lungo e in largo, anche la Sicilia ma con poco tempo a disposizione. Adesso vorrei stare per un mese intero a Palermo per conoscerla bene, c’è talmente tanto da vedere. Ho incontrato persone deliziose. Il cibo è buono da morire. Per vedere la Zisa ho preso un taxi. Al momento di pagare, il tassista non aveva il resto di cinquanta euro. Mi ha detto: non si preoccupi, mi pagherà dopo. A New York come minimo mi avrebbe chiesto il passaporto in garanzia. Lui è andato via e poi l’ho richiamato per pagarlo”.

Al centro del festival Sole Luna  il tema dei migranti…
“Palermo è sempre stata una città aperta nella sua storia e anche nel presente. Il mondo sarà salvato dalla Sicilia. Sono stata all’Orto Botanico, ci sono piante che vengono da tutto il mondo. Qui cresce tutto felice, tutti posso mettere radici”.
Lei è molto diversa dalla sua gemella Isabella…
“Mia sorella  è sempre stata bellissima per cui la gente l’ha spinta in quella direzione: modella, attrice…Ma adesso anche lei è cambiata: vive in una fattoria a Long Island e sta facendo un master sul comportamento animale. Io sono diversa. Odio stare davanti. Mi piace la parola scritta”.
Mi racconti di sua madre.
“Era nata per recitare, non era per niente intellettuale. Usava l’intuizione. Se interpretava un personaggio era perché le piaceva, nella scelta non pensava mai al risvolto commerciale. E non ha fatto mai pubblicità. Per lei era una cosa oscena”.
E suo padre?
“Non sopportava il circo del cinema. Odiava gli attori perché si danno delle arie, si sentono importanti. Quando nel 1959 ha vinto il Leone d’oro per il Generale dalla Rovere lo diede ai figli e fu usato nella nostra casa per tenere ferma una porta che non voleva chiudersi. Poi si è rotta la coda. Noi bambini non abbiamo mai capito cosa fosse”.
Lei ha scritto un libro uscito un mese fa: Know Thyself, Conosci te stesso…
“È un racconto interdisciplinare sull’identità dalla Grecia classica fino al Rinascimento. In America non si studia storia che non sia moderna. C’è una profonda crisi anche negli Stati Uniti. Dobbiamo chiederci chi siamo come individui per poi imparare a vivere insieme e rispettarci”.

Agosto 2018

Now Ingrid is back in Stromboli

Not Ingrid Bergman, but her daughter, who is back to Sicily in the places where her parents fell in love. A journey in search of herself

by Guido Fiorito

She is wearing a tunic, little make-up, closed cloth shoes without heels similar to those her mother wore to face the ash slopes of the volcano. She submits herself to the photos with mixed discipline and embarrassment. She has come to Palermo as a member of the Sole Luna doc film festival.

Named after her mother, who was one of the fascinating actresses of the twentieth century, Ingrid Rossellini is a simple woman who lives in NY, feels nostalgic for Italy and wonders about her roots, the strict Sweden of Ingrid Bergman and the dolce Italy of her father Roberto Rossellini. Three children were born from that union: Robertino and the twins Isabella and Isotta-Ingrid.

“When we were born – Ingrid says – there was still the fascist law that forbade to give foreign names to children. The rule in our family was that the names of the females began with I like Ingrid, and the masculine ones with R like Roberto. So I was named Isotta, after the car brand, and my twin sister Isabella; but I have always been called Ingrid.

I replaced Isotta with Ingrid when I had my American passport, it was a liberation”. A founding myth of your family is in Stromboli, where your father shot his first film with Ingrid Bergman. The story of a migration and difficult integration. “There are several anedoctes about Stromboli they told me later and I found the island completely changed from the one I had seen in the film: there weren’t children around any longer, neither the tunny killing nor the fishermen. That terrible poverty was not there anymore. My father brought cameras and lights to shoot the film, there was nothing on the island. It was even built a road to climb the volcano and shoot the scenes of my mother’s flight. A tremendous job. And yet, our parents never talked about cinema at home”.

August 2018

Quanta Sicilia nell’Isola dei cavalieri

A Malta dalla metà del Cinquecento in avanti, con la fondazione della nuova città La Valletta, inizia un incessante flusso di tecnici e artisti in arrivo dalle coste siciliane. Così si unirono per sempre architetture e saperi di uomini divisi dal mare

di Armando Antista

Il piccolo arcipelago posizionato al centro del Mediterraneo custodisce una storia straordinaria avviata con la consegna delle isole, per mano di Carlo V, nel 1530, all’Ordine dei Cavalieri Gerosolimitani di San Giovanni, cacciati otto anni prima da Rodi dalle truppe di Solimano il Magnifico. Da quel momento gli orizzonti culturali e artistici di Malta, distante appena 45 miglia dalle coste sud-orientali della Sicilia e da sempre feudo del Viceregno, sarebbero stati stravolti, proiettati repentinamente verso nuovi confini.

In un continente lacerato da guerre, l’Ordine rappresentava una forza di coesione contro il principale nemico comune di tutti gli stati dell’Europa cristiana di età moderna: il Turco, ossia l’impero Ottomano. Fu così che Malta divenne la sede di una vera e propria corte militare costituita da esponenti delle maggiori aristocrazie europee, trasformandosi nel fulcro di una fittissima rete di scambi che non intaccò mai, però, il legame privilegiato con la vicina Sicilia.

Le città del Regno erano, d’altronde, lo scalo più vicino, le riserve di grano una preziosa fonte di sostentamento che sopperiva alla cronica insufficienza della produzione garantita dai brulli terreni maltesi.
Fino all’approdo dell’Ordine le arti e l’architettura furono espressione diretta dell’ambiente siciliano, come testimoniano alcune opere conservate all’interno del Mdina Metropolitan Museum, tra cui il magnifico coro ligneo rinascimentale commissionato nel 1482 agli ebanisti catanesi Parisio e Pietrantonio Calacura.

Lo scenario cambiò grazie ai contributi di uno stuolo di artisti e tecnici provenienti da Italia, Francia, Spagna, convocati per dare vita agli ambiziosi programmi costruttivi dei Cavalieri. Il più urgente era il completamento di un formidabile sistema difensivo, specie dopo il terribile assedio organizzato dalla flotta ottomana nel 1565, cui l’Ordine riuscì a resistere ma che avrebbe costituito per sempre uno spauracchio. Per almeno tre secoli si costruirono incessantemente bastioni, fortezze, torri costiere che resero inespugnabile l’arcipelago e i documenti d’archivio riportano, anche a secoli di distanza, il costante riferimento al timore per un nuovo attacco.

La prima impresa fu la fondazione di una città nuova fortificata, una sede adeguata alle esigenze cortigiane e di autorappresentazione dei Cavalieri. La Valletta prese il nome dal Gran Maestro (la massima carica dell’Ordine) Jean Parisot de la Valette, il suo principale promotore. Il progettista del piano urbano fu il toscano Francesco Laparelli da Cortona, sostituito poi dal maltese Girolamo Cassar, grande protagonista dell’architettura rinascimentale nell’arcipelago. Eppure il faraonico cantiere della città, avviato nel 1566, attirò una quantità esorbitante di operai dalla vicina Sicilia, risorsa indispensabile per la costruzione di una miriade di edifici che andavano completati in brevissimo tempo.

Le ricadute degli scambi culturali e delle migrazioni dei maestri tra le due isole sull’architettura tra XVI e XVII secolo non sono facilmente apprezzabili, anche per via della perdita ingente del patrimonio siciliano causata dal sisma del 1693. Eppure in alcuni dettagli si annidano evidenti indizi del trasferimento di immagini, idee, modelli progettuali. Si veda il caso della bugna a punta di diamante, elemento decorativo che caratterizzò il Rinascimento dell’Italia centro-meridionale, utilizzato anche in Sicilia nella seconda metà del Quattrocento (Palazzo Steripinto a Sciacca, Palazzo Ciambra a Trapani Castello di Pietraperzia), introdotta a Malta nei cantieri de La Valletta e ben presto divenuta elemento irrinunciabile dell’architettura locale tra XVI e XVII secolo.

Si tratta di uno di quei motivi che, nella ristretta comunità costruttiva maltese furono oggetto, tra Cinque e Seicento, di una sorta di gara all’emulazione. Le ritroviamo sulle cornici di finestre e portali, sui fusti di paraste e trabeazioni, ma è sulle coperture in pietra delle chiese parrocchiali di centri come Attard, Birkirkara, Zebbug e Naxxar che si disvela la più sorprendente invenzione del rinascimento maltese: un fittissimo reticolo di piccoli cassettoni con bugne piramidali ricopre uniformemente le superfici voltate.

Nulla del genere sembra sia mai stato realizzato in Italia, per trovare un riscontro bisogna spingersi fino alla penisola iberica, negli anni ’80 del Cinquecento. Eppure dalle carte d’archivio emergono tracce di opere siciliane oggi perdute, che forse costituirono dei precedenti: la chiesa di San Giovanni a Ragusa, descritta dal Padre Zaccaria Gurrieri, di cui oggi rimane in piedi soltanto una porzione delle arcate, era “tutto involtato di piccoli quadri sceltissimi”, forse cassettoni lavorati come quelli maltesi.

Per ovvie ragioni geografiche la Sicilia sud-orientale era l’area più strettamente legata a Malta, ma anche nella lontana Castelbuono, nel 1570, il mercante Saluzzo di Vincilao commissionava una cappella nella chiesa di San Francesco, da coprire con una volta a crociera costolonata con cassettoni “ad punti di diamanti”: un’opera in cui il linguaggio tardo-gotico e quello rinascimentale si mischiano liberamente, raggiungendo un esito forse simile alle coperture dello scalone della Sacra Infermeria de La Valletta, opera di Girolamo Cassar. Esisteva, dunque, nella Sicilia del Cinquecento, una sequenza di fabbriche dimenticate di cui possiamo forse scorgere un tenue riflesso nell’architettura maltese.

Le due isole condivisero, poi, la predominanza della pietra da taglio come elemento costruttivo. La totale assenza di boschi negli aridi terreni dell’arcipelago rendeva l’acquisto di legname costosissimo, così non solo le murature ma anche le coperture erano realizzate con blocchi di calcarenite tagliati in modo da essere assemblati per dare vita a superfici voltate anche complesse. Si tratta di una tecnologia che comporta difficoltose implicazioni geometriche nel disegno delle facce dei conci che devono essere intagliati e poi posti in opera in modo da aderire perfettamente l’uno all’altro e accomuna luoghi anche distanti del bacino del Mediterraneo, da alcune regioni europee al Maghreb, al Medio Oriente.

Anche l’Italia centro-meridionale e la Sicilia offrono opere in cui l’architettura in pietra da taglio raggiunse vette straordinarie e proprio il Val di Noto, stando a quanto è possibile ricostruire dalle opere sopravvissute al terremoto e dalle descrizioni dei cronisti, rappresentava un’area in cui i maestri avevano raggiunto un altissimo grado di specializzazione. Malta, dunque, costituì un fertile campo di sperimentazione, anche grazie al contributo degli ingegneri militari dell’Ordine provenienti dalle principali civiltà costruttive della pietra, come Spagna e Francia.

La scala elicoidale ovale del Palazzo Verdala, opera cinquecentesca attribuita a Girolamo Cassar, rappresenta uno dei più audaci traguardi dell’architettura in pietra da taglio in tutto il Mediterraneo. Proprio l’abilità dei maestri siciliani e maltesi nell’intaglio lapideo contribuì a favorire i frequenti viaggi dei tecnici tra le due isole, che offrivano innumerevoli opportunità. Nel 1621 Antonino Cassar, forse parente di Girolamo, era l’architetto della città di Scicli, titolo che ne sanciva il successo professionale, ed era coinvolto nella realizzazione di volte in pietra nella chiesa Madre.

Qualche decennio dopo, invece, fu il celebre architetto toscano Francesco Buonamici da Lucca, giunto a Malta per mettere mano all’ammodernamento del sistema difensivo, a inseguire insistentemente una carriera siciliana. E ci riuscì, grazie anche al supporto dei Gesuiti. Intervenne, infatti, in un gran numero di cantieri da un lato all’altro dell’isola, lavorando a Piazza Armerina, Siracusa, Palermo, Trapani, Mazzarino, Noto. Per la chiesa di Casa Professa a Palermo progettò una cupola che risolse definitivamente gli annosi problemi statici che avevano portato più volte al collasso della struttura.

Nella progettazione della Cappella Torres nel Duomo di Siracusa mise in campo un repertorio decorativo che attingeva al mondo di immagini veicolate delle incisioni internazionali e che ritroviamo anche nei due oratori degli Onorati e dell’Immacolata Concezione annessi al complesso gesuitico de La Valletta.

Buonamici, in definitiva, condusse una carriera itinerante, che gli permise di allontanarsi periodicamente dal circoscritto contesto maltese, che doveva stargli stretto stando alle sue stesse parole: “Sono ormai vent’un anni che sto in questo purgatorio”. Eppure l’isola viveva un notevole fermento architettonico e artistico. Le operazioni di decorazione e doratura delle cappelle laterali della cattedrale di San Giovanni a La Valletta, ad esempio, coinvolsero intorno alla metà del Seicento gran parte della comunità artistica, che diede vita a un’opera in cui confluirono modelli progettuali e repertori decorativi eterogenei, espressione della cultura siciliana e italiana come di quella francese. Un ambiente stimolante, di cui certamente lo stesso Buonamici si nutrì.

Oltre un secolo dopo, la parabola professionale di Stefano Ittar, conclusasi a pochi anni dall’invasione napoleonica dell’arcipelago, costituisce l’ultimo capitolo della secolare committenza architettonica dell’Ordine e ripropone nuovamente il rapporto privilegiato con la Sicilia orientale, dove il polacco Ittar si trovava prima di essere chiamato a progettare la nuova Biblioteca dell’Ordine voluta dal Gran Maestro Emanuel de Rohan nel 1776. Il linguaggio adottato si allontana notevolmente dal tardobarocco delle opere catanesi, come la chiesa della Collegiata con le sue pareti ondulate.

A Malta Ittar introdusse repertori decorativi che si avvicinano al linguaggio neoclassico. Eppure nella chiesa di San Domenico ripropose fedelmente il modello che aveva sperimentato nella chiesa di San Placido a Catania, indizio della versatilità dell’architetto di fronte alla committenza. Ancora una volta le vicende architettoniche dipingono Sicilia e Malta, “percosse dall’istesso mare”, quali comunità attraversate da flussi incessanti di tecnici e saperi, in grado di influenzare e modificare reciprocamente le storie di uomini, linguaggi, tecnologie.

Novembre 2018

How much Sicily is in the isle of the Knights

From Sicily to Malta to construct Valletta. The two island’s architectures and knowledge united forever. Despite the sea

By Armando Antista

The small archipelago in the middle of the Mediterranean treasures an extraordinary history started in 1530 when Charles V assigned the islands to the Order of the Gerosolimitans Knights of St. John, expelled eight years before from Rhodes by the troops of Suleiman the Magnificent.

From that moment on, the cultural horizons of Malta, just 45 miles from the south-eastern coasts of Sicily and the feud of the Viceroyalty, would have been unsettled as suddenly projected towards new borders. In a continent torn by wars, the Order represented a force of cohesion against the main common enemy of all of Christian Europe’s States of the modern age: the Turk, namely the Ottoman Empire.

Therefore, Malta became the seat of a real military court with exponents from the major European aristocracies. It was the fulcrum of a network of exchanges that never affected the link with the neighbouring Sicily.

After all, the cities of the Kingdom were the nearest landing, and their supplies of wheat were a livelihood source that replaced the scarcity of the barren Maltese soils. Before the arrival of the Order, the arts and architecture were the direct expression of the Sicilian environment. Some works preserved at the Metropolitan Museum Mdina are an example, like the magnificent Renaissance wooden choir commissioned in 1482.

The scenario changed when a host of artists and technicians from Italy, France, Spain, gave life to the ambitious programs of the Knights. The most urgent was the completion of a powerful defensive system, especially after the terrible siege by the Ottoman fleet in 1565, which the Order withstood but by which they would have felt threatened forever. A new fortified city was their first undertaking. Valletta, named after Grand Master Jean Parisot de La Valette, met the needs of the courtesans and Knights’ self-representation.

The urban designer was Francesco Laparelli, then replaced by Girolamo Cassar, a great protagonist of Renaissance architecture in the archipelago. The pharaonic city’s construction site, started in 1566, attracted many workers from the neighbouring Sicily, as a resource indispensable to complete a myriad of buildings in a very short time.

The effects of the cultural exchanges between the two islands occurred between in the 16th and 17th centuries on architecture are not easily appreciable, also due to the earthquake of 1693 that caused a huge loss of the Sicilian heritage. However, in some details, there are obvious clues of the transfer of images, ideas and design patterns. A decorative element that characterised the central and southern Italy of the Renaissance, the dog-tooth moulding, adopted in Sicily in the second half of the 15th century, soon became an indispensable element of the architecture of that time.

We find it on the window frames, portals, pilasters and entablatures. However, the most surprising invention of the Maltese Renaissance is displayed on the stone roofs of the parish churches of Attard, Birkirkara, Zebbug and Naxxar: a very dense grid of small dog-toothed coffers evenly covers the vaulted surfaces.

Plausibly, it was the first time in Italy. And yet, archival papers reveal clues of Sicilian works, today lost, which might have been considered as precedents: the Church of San Giovanni in Ragusa was “covered with small, refined squares”, maybe a coffered ceiling like the Maltese ones.

And also in the far Castelbuono, in 1570, a merchant commissioned a chapel in the church of San Francesco, to be covered with a dog-toothed coffered cross vault.

The architectural events depict Sicily and Malta as communities crossed by continuous streams of technicians and knowledge, able to influence the stories of men, languages, and technologies.

November 2018

Qualcosa di nuovo anzi di antico

Unire la tradizione artigianale con le moderne tecnologie e affrontare, da un piccolo laboratorio di Acireale, il confronto con i grandi marchi mondiali della pelletteria. È questa la sfida di “Le panier bags”, azienda fondata da un gruppo di giovani siciliani. Una scommessa vinta

di Antonio Schembri

Nemo propheta in patria: locuzione confermata mille volte dalla Storia. Non una regola certa, però, se ottimismo della volontà e saper fare si associano per rivitalizzare un artigianato di lunga tradizione messo all’angolo, anzi destinato a scomparire, dall’avanzare della “modernità” e dall’insufficienza di nuove leve. Scommessa coraggiosa quella di salvare attività ad alto tasso di manualità a lungo figurate dall’anziano homo faber capace di inventare plasmando pochi materiali a disposizione, ma spesso costretto a interrompere il lavoro se questi scarseggiavano o venivano a mancare. Scommessa che si può vincere salvaguardando la tradizione senza rinunciare ad aggiornarla, con materiali e tecniche di lavorazione al passo con i tempi.

Una sfida che cinque anni fa ha convinto sei giovani imprenditori siciliani del settore pelletteria a invertire la rotta che li aveva condotti al Nord per trovare impiego in aziende del settore conciario di lusso. E a puntarla definitivamente verso Acireale, loro città d’origine. È nel centro principale della Riviera dei Ciclopi, polo del barocco al cospetto dell’Etna, che hanno fondato Le Panier Bags, piccola srl specializzata nella produzione di borse e di una variegata gamma di contenitori che spazia dalle minaudiere ai trolley, dai portafogli ai marsupi e ai porta computer.
Un’azienda sui generis già a partire dalla sede: non dentro un capannone industriale che evoca spersonalizzanti ritmi di lavoro ma in pieno centro storico, in due spaziosi locali affacciati sul cortile dell’ottocentesco Palazzo Pennisi di Floristella.

Un laboratorio oggi composto da diciotto artigiani d’età media di trent’anni che la sua scommessa la sta vincendo mettendo insieme un’ultradecennale esperienza collettiva capace di coniugare il lavoro artigianale con quanto l’attuale tecnologia mette a disposizione in termini di macchinari e controllo dei processi. Una piattaforma che oggi collega Le Panier a diversi tra i brand apicali della pelletteria di lusso a livello mondiale: tra gli italiani Bottega Veneta e Brunello Cucinelli, il “re del cashmere”, la cui produzione include anche borse da viaggio e pochette in pelli pregiate. E poi altri grandi marchi, come i britannici Burberry’s, famoso per il motivo a tartan dei suoi prodotti d’abbigliamento e simbolo imitato anche nel comparto della produzione pellettiera, e Asprey, icona londinese dell’oreficeria da oltre due secoli.

Il territorio siciliano era ricco di concerie: un bacino artigianale che poggia sulla millenaria diversità del patrimonio isolano alimentato soprattutto da Greci e Arabi – racconta Tina Mazza, laureata in Archeologia e oggi alla guida del reparto sviluppo del prodotto Le Panier -. Se il settore del lusso in Italia ruota essenzialmente attorno a Milano per la moda e tra Toscana e Veneto per la pelletteria, la Sicilia ha dal canto suo potenzialità espressive del tutto peculiari ispirate dalle forme della sua natura e dall’architettura dei suoi monumenti”.

Un patrimonio che quindi vale davvero la pena recuperare e valorizzare nei mercati: “Molti di noi hanno accumulato esperienza nelle aziende del Veneto, soprattutto nell’area vicentina vocata alla pelletteria di alta qualità – dice Rosario Michele, laurea in Lettere classiche a Catania e diventato esperto in modelleria e progettazione CAD -. Confrontandoci con designers e uomini-prodotto in un contesto internazionale abbiamo acquisito una mentalità aperta insieme con una certa conoscenza di mercati, clienti e materiali. È la passione ad alimentare il nostro lavoro e la scelta di suddividerlo in team per migliorarne l’efficienza. I nostri pilastri sono la flessibilità – tutti siamo chiamati a conoscere e gestire ogni fase di sviluppo e costruzione del prodotto – e la sperimentazione. Con questa metodologia di lavoro riusciamo a procedere non seguendo regole vincolanti per i nostri clienti ma definendole in base alle richieste dei designer con cui lavoriamo a stretto contatto”.

Non sono poche le difficoltà da superare ogni giorno. Quelli d’ordine logistico anzitutto. “Specie all’inizio non è stato facile – spiega il trentenne Andrea Privitera, studi in Economia, oggi responsabile Pianificazione e controllo dello sviluppo in azienda -, il primo ostacolo con i committenti è culturale. Non tutti comprendono che le distanze geografiche possono essere superate. Certo, i nostri competitor in Veneto, Toscana o Lombardia riescono a presentare un prototipo al committente in due ore, basta che prendano un treno veloce. Da Roma un modello arriva a New York in 24 ore. Per noi invece ci vogliono due giorni soltanto per farlo arrivare nella Capitale”.

Si deve faticare di più, insomma: “A qualcuno di noi è capitato di prendere un volo per Londra pur di consegnare un lavoro. Anche se questo significa rimetterci economicamente sul momento, è comunque un investimento utile a dimostrare al cliente che sei affidabile”.
Il fatto di lavorare in Sicilia – secondo Michele Lopez, socio più “anziano” (49 anni) e responsabile commerciale del gruppo, “risulta in definitiva positivo. L’essere insulari ci consente di concentrarci meglio sulla cultura e i colori del mare che abbiamo davanti e il barocco dei nostri monumenti che ispira il nostro lavoro attraverso la grande varietà delle forme ma anche il loro equilibrio. Siamo un gruppo di amici affiatato, che si frequenta anche fuori dal lavoro, viaggiamo insieme due volte all’anno a Parigi, Londra, Amsterdam e New York per visitare grandi negozi e bottegheer cogliere le tendenze cui allinearsi e che puntiamo anche a anticipare. E lavorare insieme in questo ambiente è un valore aggiunto che ci sforziamo di concretizzare nei nostri oggetti in pelle”.

Ricerca continua, quindi. E investimenti, soprattutto in macchinari all’avanguardia. Come le due stampanti 3D e le macchine di ultima generazione per il taglio e la cucitura acquistate recentemente da Le Panier. Una di queste capace di tagliare la ceramica e la pietra lavica per la costruzione di oggetti da applicare a contenitori in pelle.
“Tutto questo significa che nel nostro entourage non mancano profili professionali dedicati a ricerca e implementazione dei processi produttivi”, aggiunge Michele Lopez. Per far funzionare in questa maniera il laboratorio, indispensabile è la formazione: “Chiamiamo periodicamente professionisti e consulenti tecnici esterni a affiancarci a rotazione per migliorare la nostra operatività in ogni fase di sviluppo e produzione e le nostre conoscenze di nuovi materiali, dettagli, lavorazioni, intrecci, tecniche lavorative e tecnologie mutuate da altri settori” .

Grazie all’esperienza del team maturata in aziende dell’alto lusso, Le Panier è oggi tra le poche realtà che lavorano con materie pregiate. Anzitutto i pellami provenienti da capi d’allevamento che sono scarti dell’industria alimentare nonché pelli esotiche quali quelle di coccodrillo, pitone, struzzo, anche se in quantità ridotte, precisano.
Un sistema formativo, quello di Le Panier Bags, non solo a uso di soci e dipendenti: “Il sogno – dice Mazza – è quello di creare un network siciliano della pelletteria di qualità, coinvolgendo enclave storiche del settore ancora presenti anche se minuscole a Siracusa, a Messina e a Licata. Nel frattempo, nell’atelier di Acireale, l’azienda lavora per trasferire la capacità di lavorare con le mani ai più giovani. Negli ultimi anni alcuni di questi da semplici stagisti hanno avuto i primi contratti precari e infine sono stati definitivamente strutturati nel gruppo. Ed entro fine anno assorbiremo tre nuovi dipendenti” .

“Occupati delle cose prima ancora che esistano”, recita un antico adagio cinese scelto dai creativi artigiani pellettieri acesi. Ciò che di certo esiste e in cui l’aziendina etnea potrà esprimere la propria connotazione “glocal” – internazionale ma fortemente identitaria – è un mercato in buono stato di salute che piace sempre di più ai clienti stranieri. Nel primo trimestre di quest’anno infatti l’export della pelletteria Made in Italy è salito del 7,2 per cento in valore, superando i due miliardi di euro e facendo registrare un aumento del prezzo medio dell’11,2 per cento.

Novembre 2018

Something new… that is ancient

Combining handcrafted tradition and modern technologies and facing, from a small workshop of Acireale, the comparison with the great world brand of leather goods. It’s the challenge of “Le Panier Bags”, founded by a group of young Sicilians

by Antonio Schembri

Nemo propheta in patria: an expression proven a thousand time by history. Not a reliable rule though, if will, optimism and know-how associate to revitalize a long tradition craftmanship cornered and doomed to disappear for the advance of modernity and the inadequacy of the new recruits. It’s a brave bet the one to save the activities with a high rate of manual skills, that can be won safeguarding the tradition and updating materials and processing techniques.

A challenge that five years ago persuaded six young Sicilian entrepreneurs of the leather trade to reverse the route that had led them to the North to find a job in some companies of the luxury leather tanning industry and to head for Acireale, their city of origin. It’s in the main centre of Riviera dei Ciclopi, pole of baroque before Etna, that Le Panier Bags, specialized in the production of bags, trolley, wallets and laptop holders, has been founded.

A singular company, starting from its headquarters: not inside an industrial warehouse that evokes depersonalizing work rhytms, but in the old town, in two spacious rooms overlooking the courtyard of the nineteenth-century Palazzo Pennisi di Floristella. A workshop now made up of eighteen artisans of an average age of thirty that is winning its bet by putting together a more than ten-year-old collective experience able to combine artisan work with what present technology can offer in terms of machinery and process control.

A platform that today connects Le Panier to different top brands in luxury leather goods worldwide: Bottega Veneta and Brunello Cucinelli among the Italian ones. And then other big brands, like the British Burberry’s and Asprey, the London icon of jewelery for over two centuries. If in Italy luxury is essentially based in Milan for fashion and between Tuscany and Veneto for leather goods, Sicily for its part has quite peculiar expressive potentials inspired by the forms of its nature and the its architecture.

An heritage that is therefore really worth recovering and enhancing. Working in Sicily – according to Michele Lopez, the ‘older’ (49 years old) partner and sales manager of the group, “is ultimately positive. Being insular allows us to focus on our culture, on the colours of the sea we have in front and on the baroque of the monuments that inspire our work. We make a good team of friends who see each other out of work too. Twice per year we travel to Paris, London, Amsterdam and New York to seize or even to anticipate the new trends. Our dream is to set up a Sicilian network of quality leather goods”. The Etnean company will be able to express its glocal character – both international and locally rooted – in a market that is more and more appreciated by foreign customers.

November 2018

A caccia di reti per fare vestiti

A Lipari ne è stata recuperata una enorme da acquacoltura abbandonata sul fondale, pericolosa per i pesci e inquinante. Obbiettivo: ripulire il mare e utilizzare la materia plastica per creare un filato. Perfetto per nuovi abiti

di Guido Fiorito

Le chiamano ghost fishing, sono reti fantasma, zombie del mare che continuano, dopo la loro fine, a imprigionare pesci, molluschi e mammiferi. In questa storia una rete di dimensioni record, una sorta di pachiderma abbandonato nel mare delle Eolie, è stata ripescata e trasformata in econyl, un filato di nylon brevettato di prima qualità, riciclabile in modo infinito, usato da aziende di tutto il mondo per realizzare costumi da bagno, vestiti, biancheria intima e pure tappeti.

Già. A Lipari, su barche e gommoni, si aggira una strana specie di pescatori: quelli che non prendono i pesci con le reti ma invece le reti le pescano. Proprio così: la preda è l’arnese per predare. Sembra un mondo rovesciato, un paradosso come l’immenso mare assediato dalla plastica e i pesci che non ci sono più. “Avevamo ricevuto – dice Ambra Messina, coordinatrice dell’Aeolian Islands Preservation Fund – tante segnalazioni di reti disperse. Allora abbiamo contattato Healty Seas per un intervento”.

L’obiettivo, appunto, era la gigantesca rete di acquacoltura del peso superiore a due tonnellate, dispersa da una tempesta che è stata recuperata con molta fatica. In parte insabbiata, in parte fluttuante nel mare. “The biggest net”, la rete più grande mai recuperata dall’associazione.

Healty Seas opera in tutto il mondo per il recupero delle reti in modo da riciclarle in fibre tessili. Si avvale degli esperti subacquei della Ghost Fishing Foundation, veri e propri acchiappa-reti fantasma. Ha tolto dal mare 375 tonnellate di reti in cinque anni. Con il coordinamento sul territorio dell’Eolian Islands Preservation Fund, sono stati coinvolti anche i sub Stefani Casale e Mirko Mola del Lipari Diving, e il Gorgonia diving center. E poi la barca della famiglia Puglisi, storici pescatori liparoti, e la Guardia costiera.

“La rete dell’acquacoltura – spiega Ambra Messina – si trovava da oltre dieci anni nel mare di fronte le cave di pomice, zona interessante per i subacquei che l’avevano più volte avvistata”.
La rete è stata liberata è sollevata in superficie con galleggianti che auto-gonfiabili. “Ma sollevarla sulla barca non è stato facile”, dice Giulia Bernardi, biologa e subacquea romana, che si è trasferita a Lipari per i progetti di protezione del mare e di pesca sostenibile della Blue Marine Foundation, un’altra associazione che ha partecipato all’iniziativa.

La rete è stata agganciata all’argano del peschereccio ma per sollevarla è stato necessario anche lo sforzo fisico di tutti i sub che la spingevano in alto dal mare. Poi è stata recuperata e riconsegnata una rete di un pescatore di Salina, che aveva imprigionato pesci, granchi e stelle marine. Alcuni esemplari ancora vivi sono stati liberati. “In molti anni – dice Ambra Messina – si sono accumulate tantissime reti in mare. Una piccola parte è stata recuperata e siamo in contatto con Healthy Seas perché possano tornare a continuare l’opera di pulizia”.

Ambra Messina è palermitana. Ha passato le estati nella casa di famiglia a Lipari, dove i genitori conducevano un diving. “Dopo aver lavorato a Roma nella comunicazione, sono riuscita tornare nel posto che ho amato fin da piccola”.

Le reti recuperate (in totale quattro tonnellate) sono state inviate in uno stabilimento in Lituania, dove sono state pulite con trattamenti speciali, che restituiscono purezza al nylon che è tornato in Italia all’Aquafil di Arco (Trento), una delle aziende che ha creato Healthy Seas. Questa società realizza con le reti recuperate e altri scarti l’econyl, il filato di nylon di prima qualità che è riciclabile in modo infinito.
Un rapporto dell’Unap e della Fao, organi delle Nazioni Unite per l’ambiente e l’alimentazione, ha calcolato che nei mari del mondo vi sono 640.000 tonnellate di reti abbandonate, il dieci per cento della plastica presente negli oceani, che intrappolano fino alla morte nel Mar Tirreno delfini, tartarughe marine, capodogli.

La maggior fonte di inquinamento da plastica ha il nome di Fad, sigla che sta per Fishing aggregated devices: “È un attrezzo da pesca – spiega Bernardi – costituito da una serie di bidoni di plastica che servono da galleggiante e un filo di polipropilene lungo anche due chilometri. Si chiama anche caponara perché è usato per catturare i caponi. Questi pesci sono viaggiatori, arrivano nei nostri mari in settembre per ripartire a dicembre. Nei Fad vengono messe delle foglie di palma a uno-due metri di profondità. I caponi amano riposare all’ombra e stanno sotto finché il pescatore non viene a prenderli con una rete”.

A metà ottobre, la nave “Sam Simon” di Sea Shepherd, associazione californiana che lotta contro l’illegalità in alto mare, sostenuta dall’Aeolian Islands Preservation Fund, è stata in missione nel Sud Tirreno con una nave più piccola dedicata alle Eolie. Sono stati sequestrati 52 Fad illegali e cento chilometri di spago di proliprolene, letali per le tartarughe Caretta Caretta durante le loro migrazioni. I Fad illegali, detti cannizzo, sono in mare centinaia e centinaia. Nelle Eolie se ne possono istallare legalmente al massimo venti e in aree stabilite.

Tra gli obiettivi del progetto di Blue Marine e dell’Eolian Fund, c’è quello di responsabilizzare i pescatori eoliani. “Non è facile – dice Giulia Bernardi – i controlli sono pochi e manca alle Eolie un’area marina protetta dove i pesci possano riprodursi.

Una volta la flotta lipariota era una delle più grandi d’Italia, oggi ci sono poco più di un centinaio di barche di piccoli pescatori. Il pesce scarseggia. Bisogna rispettare le regole, non lasciare reti in mare e quando non è possibile recuperarle segnalarle; rispettare le pause di pesca, la taglia minima delle prede. Una bella sfida ma è inutile fare articoli scientifici se non si riesce poi a trasmettere alla gente quello che si può fare per salvare il mare”.

Sulla stessa linea opera l’Eolian Fund: “I migliori ambientalisti – conclude Ambra Messina – sono i ragazzi delle scuole. In tre mesi hanno recuperato cinquantamila bottiglie in un compattatore di plastica che abbiamo istallato alla media di Lipari. In questo modo si produce una plastica più facile da riciclare e a minor costo”. I pescatori di Salina e Stromboli hanno sviluppato un codice di buona condotta e hanno ricevuto delle casse frigo isolanti per migliorare la qualità del pescato e ridurre l’uso del polistirene.

E il mese scorso si sono confrontati con una delegazione dei pescatori di Lyme Bay, in Inghilterra, dove la Blue Marine Foundation ha messo insieme pescatori e ambientalisti. Risultato: il prodotto ittico è aumentato in quantità e valore.

Novembre 2018

Chasing nets to make clothes

A huge abandoned fish farming net has been recovered in Lipari. Goal: to clean the sea and use the plastic material to create yarn. Perfect for new outfits

by Guido Fiorito

They are called ‘ghost fishing’. They are zombies of the sea that continue to imprison fish, molluscs and mammals. In this story, a record-sized net, a sort of pachyderm abandoned in the sea of the Aeolian Islands, has been fished and turned into econyl, a patented first-quality nylon yarn, recyclable to infinity, used by international companies to make swimsuits, clothes, underwear and even rugs. In Lipari, there is a strange kind of fishermen on boats and rubber dinghies: those who do not take fish with nets but who fish the nets. Yes, their prey is the mean used to predate. It seems a reversed world, a paradox like the immense sea invaded by plastic and where fish are disappearing. “We had received – says the Aeolian Islands Preservation Fund’s coordinator, Ambra Messina – many reports about dispersed nets. So, we contacted Healthy Seas for an intervention.”

The goal was the gigantic fish farming net, weighing more than two tonnes, dispersed by a storm, which was recovered with a great effort. Partly under the sand, partly floating in the sea. The biggest net ever recovered by the association. Healthy Seas operates worldwide for the recovery of nets in order to recycle them into textile fibres. It resorts to the professional divers of the Ghost Fishing Foundation.

Under the coordination of the Eolian Islands Preservation Fund, and the Gorgonia Diving Centre, the scuba divers Stefano Casale and Mirko Mola of the Lipari Diving were also involved as well as the boat of the Puglisi family, historical fishermen from Lipari, and the Coast Guard. “The fish farming net has been in the sea for over ten years in front of the quarries of pumice.” The net was freed and pulled out the surface by self-inflatable buoys. “Over the years, many nets have accumulated in the sea.”

Ambra Messina is from Palermo. She used to spend her summer in the family house in Lipari, where her parents run a diving centre. “After working in Rome, I was able to return to the place I have loved since I was a child.” The nets recovered (in total four tonnes) have been sent to a plant in Lithuania to be cleaned with special treatments, which give purity back to the nylon. Then, it is returned to Italy at Aquafil in Arco (Trento), one of the companies that Healthy Seas has created.

This company produces the econyl, a first-quality nylon yarn, recyclable to infinity, out of the fishnets and other waste recovered. A report by UNEP and FAO, the United Nations environment and food authorities, have estimated that in the world’s seas there are 640,000 tonnes of nets abandoned at sea – ten per cent of the plastic in the oceans – trapping dolphins, sea turtles, sperm whales to death.

The main source of pollution from plastics is called FAD Fishing Aggregating Device: “A fishing tool made up of a series of plastic bins used as a float, tied to a polypropylene thread, sometimes even 2-kilometre long. It is also called Caponara, because used to capture the dolphinfish [capone]. These fish are itinerant, entering our seas in September and again in December.

Under the Fads, some palm leaves are placed at a depth of two-three metres. They love to rest in the shade and stay there until the fisherman comes.” One of the objectives of the Blue Marine project and the Eolian Fund is to awaken the Aeolian fishermen.

November 2018

Gattopardo