Buone nuove a Palazzo

A Palermo, dopo un lungo restauro, è stato inaugurato il rinnovato percorso museale di Palazzo Reale, con l’apertura dello storico portone di piazza del Parlamento, chiuso da decenni. Un modo per ammirare al meglio le bellezze dell’arte arabo-normanna

Testi di Alessandra Turrisi

Foto Tullio Puglia

Camminare nel ventre del palazzo, respirando la frescura degli antichi conci di tufo, per raggiungere luoghi mai visti e immergersi nel monumento simbolo di Palermo da un’altra prospettiva. Palazzo Reale svela nuovi segreti ai suoi stessi “abitanti” e si prepara a lasciare bocca aperta i visitatori che dal 4 settembre varcheranno la sede di questo gioiello, patrimonio dell’umanità. E non lo faranno più dal consueto, e un po’ defilato, ingresso turistico di piazza Indipendenza, bensì dal maestoso portone rinascimentale in piazza del Parlamento chiuso da tempo immemorabile.

È questo il primo risultato dei lavori di restauro da 900 mila euro finanziati dall’Ars, che hanno permesso di recuperare il corpo cinquecentesco, trasformato per decenni in deposito e archivio, vestibolo di un inedito percorso medievale, che dal nuovo ingresso turistico condurrà direttamente alla chiesa inferiore della Cappella Palatina e alla Sala Duca di Montalto. Un itinerario completamente privo di barriere architettoniche, grazie a un innovativo sistema di pedane a scomparsa sul pavimento che ha appianato gradini e tortuosità nell’intero edificio monumentale.

La prima sorpresa a chi varcherà il portone la riserva l’ampio stanzone d’ingresso, dove sono installati i metal detector per i controlli, ma anche le toilette, il bookshop e un piccolo spazio per presentazioni di libri e momenti di confronto. Sulla parete sinistra, per la prima volta, sarà visibile un affresco medievale sconosciuto e fino a questo momento anonimo: una Madonna del Rosario con San Domenico e San Francesco, ritrovato in condizioni pessime e restaurato in laboratorio dai fratelli Calvagna di Aci Sant’Antonio.

“Quando siamo entrati qui dentro – racconta ancora con un pizzico di emozione l’architetto Pai Riggio, che ha seguito i restauri come responsabile del procedimento assieme al direttore dei lavori Stefano Biondo – abbiamo notato proprio sulla parete di fronte al portone questo grande affresco molto deteriorato. È stato possibile asportarlo dal muro e portarlo in laboratorio ed è venuto fuori qualcosa di meraviglioso”. Ma solo nella nuova collocazione sarà visibile interamente, perché nella posizione originaria, antecedente alla costruzione del corpo cinquecentesco, uno spicchio fondamentale, la punta sommitale con la raffigurazione del Padreterno, era stato occultato dal muro costruito sopra.

Una sorpresa dopo l’altra, il visitatore percorrerà lo stretto corridoio tra le mura medievali e potrà sbirciare anche nelle segrete dell’ex torre Gioarìa, più o meno al di sotto del cortile della Fontana, un tempo prigioni con tanto di graffiti e che in un restauro futuro diventeranno parte del sito museale. Fino ad arrivare all’ingresso della chiesa inferiore della Cappella Palatina, sconosciuta ai più così come il suo accesso dal cortile Maqueda, murato negli anni Trenta. Santa Maria delle Grazie, più che una cripta, è proprio una chiesa inferiore a tre navatine che vive al di sotto della maestosa Cappella rivestita da mosaici. Il sacello antistante fu la camera sepolcrale di re Guglielmo I, oggi sepolto a Monreale, ma la chiesa fu anche utilizzata come luogo di sepoltura per personaggi di rilievo legati alla corona, come il viceré Emanuele Filiberto di Savoia, morto di peste nel 1624. Unico resto dell’originario apparato decorativo affrescato è un’icona bizantina della Vergine Odigitria.

Per la prima volta, dopo quasi un secolo, sarà possibile raggiungere la chiesetta dal cortile Maqueda, attraverso l’antico ingresso, ridotto a finestra con grata nel 1934 dall’architetto Valenti, allora soprintendente ai Beni architettonici, e oggi pienamente ripristinato dalla Zab costruzioni di Favara, che ha eseguito l’intero appalto.
Quasi una metafora del nuovo modo di concepire la fruizione dei beni culturali e di questo palazzo in particolare, dando visibilità ai luoghi più nascosti, ribaltando “il metodo di un’Italia che per troppo tempo non ha creduto alle bellezze che possiede”, afferma con decisione Patrizia Monterosso, direttore generale della Fondazione Federico II, che cura la valorizzazione della tradizione politica e culturale della Sicilia e in particolare di Palazzo dei Normanni.

“Con questa operazione recuperiamo la visione di piazza del Parlamento, che si affaccia nel cuore di Palermo – spiega la Monterosso – Chi entra o esce da questo nuovo ingresso si ritrova nel pieno del percorso arabo-normanno dell’Unesco. Significa recuperare la verità storica di questo Palazzo all’interno della città”.
Novità che rientrano pienamente in un percorso di valorizzazione dell’intero complesso monumentale, a partire dai suoi esterni. Dal primo giugno, infatti, sono stati restituiti alla fruizione pubblica permanente i giardini reali sulle mura del bastione San Pietro, un ambiente sospeso tra terra e cielo di cui si hanno le prime tracce nelle cronache dell’arabo Ibn Jubair nel 1184. Nonostante il loro enorme potenziale (da quei vialetti pare di poter toccare le maioliche di Porta Nuova), negli ultimi cinquant’anni i giardini avevano smarrito l’identità che ora hanno ritrovato.

Troviamo scorci romantici come la collinetta delle felci e delle succulente, il giardino mediterraneo che richiama al ‘600 e al ‘700. E infine la porzione in stile gardenesque con le aiuole di forma irregolare tipiche del post illuminismo, ricoperte di prato, da cui emergono le piante come fossero statue. E se i mosaici bizantini e il Cristo Pantocratore sono tra le maggiori attrazioni della Cappella Palatina, il Ficus Macrophylla che abbraccia un pino domestico è l’anima di questa piccola oasi in città.

Agosto 2018

Good news at the Palace

After a long and complex restoration, the renovated museum path of the Royal Palace is about to be inaugurated. A way to admire the Arab-Norman art at its best

By Alessandra Turrisi
Photo by Tullio Puglia

Walking into the belly of the building and reaching places never seen before, while enjoying the cool of the ancient tuff ashlars: a plunge into the symbol of Palermo from a different perspective. The Royal Palace reveals new secrets to its “inhabitants” and is getting ready to take visitors’ breath away. On 4th September such a jewel, a world heritage site, will be opened to the public who will no longer enter the usual tourist door on Piazza Indipendenza, but rather they will go through the majestic Renaissance entrance on Piazza del Parlamento, which has been closed since time immemorial. It is the first result of the restoration work financed by the Sicilian Regional Assembly, which made it possible to recover the sixteenth-century body, transformed in storage and archive for decades.

From the new tourist main entrance, this vestibule of an original medieval path will lead directly to the lower church of the Palatine Chapel and the Sala Duca di Montalto. Thanks to an innovative retractable floor platform system that has levelled any step and unevenness of the entire monumental building, it will be a completely barrier-free route. On their entering, visitors will be firstly amazed by the huge hall that houses the metal detector scanning, a bookshop, a small space for book presentations and discussion, and the toilets. On the left wall, for the first time, it will be on display a medieval fresco, unknown and anonymous so far: Our Lady of the Rosary with St. Dominic and St. Francis. “When we entered here”, tells still moved the architect Pal Riggio, who was in charge of the restoration procedures together with the project manager, Stefano Biondo, “right on the wall opposite the entrance, we noticed this large fresco in terrible conditions. After removing it from the wall and taking it to the restoration laboratory of Calvagna brothers from Aci Sant’Antonio, something wonderful has appeared.”

But only in the new location, it will be visible in its entirety, because, after the construction of the 16th-century body, the upper part depicting the God Almighty had been hidden. Through the narrow corridor between the medieval walls, visitors will be able to peek in the dungeons of the former Gioarìa Tower, more or less below the Fountain Court, formerly prisons, all with graffiti. They will reach the entrance of the lower church of the Palatine Chapel, unknown to most people as well as its access from the courtyard Maqueda, bricked up in the 1930s. Santa Maria delle Grazie, rather than a crypt, is a lower church with two small isles and a nave below the majestic Chapel covered with mosaics. The sepulchral chapel opposite was the burial chamber of King William I, now buried in Monreale.

But the Church was also used as a burial place for prominent figures tied to the Crown, as the viceroy Emanuele Filiberto of Savoy, died of the plague in 1624. The only remnant of the original fresco decorations is a Byzantine icon of the Virgin Hodegetria. For the first time in nearly a century, it will be possible to reach the small church from the courtyard Maqueda through the ancient entrance, reduced to a window with a grating in 1934, and today fully restored by the Zab Costruzioni of Favara. Patrizia Monterosso, the general director of the Fondazione Federico II: “We have retrieved the view of the Piazza del Parlamento, overlooking the heart of Palermo. Whoever enters or leaves this door travels in the past in the midst of the Arab-Norman route of Unesco. It means to recover the historical truth of this building within the city”.

These novelties are part of a process of enhancing the entire monumental complex, starting from its outdoors. Since 1st June, the Royal gardens on the walls of the bastion San Pietro have been permanently reopened. The first traces of this area, between the earth and the sky, date back to Chronicles of 1184 by the Arabic Ibn Jubair. Despite their enormous potential (from those alleys it seems to touch the tiles of Porta Nuova), in the last fifty years, the gardens had mislaid their identity. We can find romantic spots that recall the Mediterranean garden of the ‘600 and ‘700, like the fern and succulents hill. Finally, the gardenesque style portion with the grassy flowerbeds irregularly shaped, typical of the post Enlightenment, from which the plants emerge as if they were statues. If the Byzantine mosaics and the Christ Pantokrator are among the major attractions of the Palatine Chapel, the Ficus Macrophylla hugging a pine is the soul of this small oasis in the city indeed.

August 2018

Nelle stanze della storia

Casa Ravidà a Menfi, uno dei primi esempi di Neoclassico siciliano, conserva intatti i ricordi di due secoli di storia. Racconta un paese, le vicende di un mondo ormai scomparso e le trasformazioni rivoluzionarie che hanno cambiato per sempre il modo di fare agricoltura

di Maria Matranga
Fotografie di Tullio Puglia

È una casa padronale che racconta la storia del vino e dell’olio di Menfi, una casa che intreccia vicende di nobili e di agricoltori, podestà e beati, di matrimoni e di figli. Una dimora costruita nel 1787 che è uno dei primi esempi di architettura neoclassica siciliana, con il pronao, le colonne, un patio incantevole e un’incredibile serie di stanze affrescate ed elegantemente délabré che si affacciano sulla campagna.

Insospettabile, un colpo d’occhio che si svela aprendo un vecchio cancello nel centro della cittadina, casette basse e trattori che borbottano per strada, a raccontare l’antica vocazione agricola di questo borgo, diventato soltanto trent’anni fa destinazione di mare: prima méta di pochi radical chic, adesso più conosciuta, ma sempre appartata, per chi ama la spiaggia selvaggia e il piacere serale dei buoni indirizzi dove bere e mangiare. Niente mondanità, qui. Perché Menfi è ed è sempre stata innanzitutto campagna.

Testimoni di questa storia sono gli occhi chiari – ereditati dalla trisnonna inglese – delle sorelle Lucia e Maria Ravidà, settantasei anni l’una e ottantanove l’altra, una tribù di figli e di nipoti legati a questa dimora come al tronco di un antico albero di ulivo. Sono rimaste loro due di quattro fratelli (c’erano anche Nicolò e Luisa, morti negli anni scorsi), figlie di Luigi, il “patriarca”, che con la moglie Natalia Stagno ha dato vita a questo ricco ramo familiare che ha ripreso in mano i vitigni e gli uliveti di famiglia.

“Mio padre – racconta Lucia – era avvocato e badava alle campagne del principe Fabrizio Pignatelli, il proprietario di gran parte di queste terre, forse sperava in un matrimonio tra mia sorella Maria e il figlio del principe. Ma il ragazzo, Nicolò Pignatelli, sposò una nobile romana ed ebbe poi una seconda moglie americana. Lavorava con Gianni Agnelli. Mi ricordo una passeggiata tutti insieme, sulla spiaggia di Porto Palo, erano gli anni Sessanta del secolo scorso. Mio padre gli diceva: conservalo un pezzettino di terreno per i tuoi figli, qui sono le tue radici, qui c’è la tua storia. Ma lui volle vendere tutto, la moglie americana gli diceva che qui c’era la mafia, che bisognava tagliare”.
Chi rimase, invece, impresse un’altra storia.

Una storia che ha tre nomi: quello, appunto di Luigi Ravidà, quello del notaio Palermo e quello del barone Vito Planeta, il padre di Gigi e di Diego, i protagonisti del Rinascimento vinicolo siciliano. Ma qui siamo ancora agli albori, ai tempi del vino sfuso con gradazioni alcoliche da capogiro. Insieme costituirono una cantina sociale, l’antesignana della cooperativa Settesoli, mettendo insieme produttori grossi, piccoli e piccolissimi. Un accordo tra notabili del posto, in un paese piegato dalla crisi del Dopoguerra e desertificato dall’emigrazione. La storia della nascita della viticoltura e dell’olivicoltura moderna in Sicilia, dopo l’epoca delle coltivazioni di grano a perdita d’occhio.

Vista dal di dentro, una grande avventura in una terra ancora arcaica. “Raccoglievamo le olive a mano – racconta Lucia – e le portavamo sui trattori nei frantoi qui vicino. In campagna, visto che non c’era l’acqua, avevamo le canalette in cemento che raccoglievano l’acqua piovana, io e mia sorella Luisa giocavamo con le rane, l’uva si pestava in piazza, era una grande festa. Il principe Fabrizio – anche lui avvocato – aveva la casa a Menfi, c’era un’amicizia familiare, quando veniva qui a casa in onor suo preparavamo la pastiera napoletana, si mangiava in una stanza che in un tempo ancora precedente era la cappella. Si beava di vedere i campi gialli, il principe, e io non capivo, dicevo che li preferivo verdi”.

Un’infanzia felice, prima della guerra, con ragazze alla pari tedesche e poi, più tardi, francesi. “Eravamo liberi, giravamo in bicicletta, non c’era una sola macchina, in spiaggia poche capanne di legno”.

Ricordi di un tempo perduto. “Noi piccoline andavamo nella stanza dell’alcova dove dormiva mia nonna, Maria Zalapì, e facevamo lavoretti di ricamo, alle sei del pomeriggio si diceva il rosario con una vicina di casa, Antonietta, una contadina sposata a un signore molto corpulento che era tornato dagli Stati Uniti e ci portava sempre dei cioccolatini buonissimi. Durante il Rosario si addormentava. ‘Antonietta!’, gridava mia nonna e lei riprendeva: Santa Maria…”. La nonna morì a più di cento anni, sempre religiosissima, “d’altronde qui in famiglia abbiamo anche avuto un beato, Luigi Rabbatà, sacerdote carmelitano vissuto tra il 1420 e il 1490 e proclamato da Papa Gregorio XVI che ne riconobbe i miracoli nel 1841. I suoi resti si trovano oggi nella Basilica di Maria, a Trapani”.

Proprio in questa casa c’era la prima cantina del paese, fatta di quindici botti. Ma c’era soprattutto un via vai di gente del posto. “Tutta Menfi veniva da nostro padre – raccontano le due donne – sia perché faceva il podestà sia per chiedergli consiglio sulle coltivazioni, Voscenza benedica”. Morirà nel 1977, cinque anni dopo lo seguirà la moglie, anche lei a suo modo imprenditrice. “Mia madre si lamentava sempre dei soldi che non bastavano mai – racconta Lucia – della campagna governata da Madre Natura, basta una stagione sbagliata e sono guai. Guardava intorno a sé tanta gente che non lavorava, soprattutto donne, le spinse a mettere a frutto la loro capacità nel ricamo, fondò una società con il suo nome, Natalia Ravidà, creando dei disegni particolari”.

Un nome, Natalia Ravidà, ereditato da una delle nipoti (la figlia del fratello di Lucia, Nicolò) che oggi è presidente della società che ha valorizzato la storia dell’olio di famiglia. Un olio, targato appunto Ravidà, che nel 1991 fu il primo siciliano a essere venduto all’estero, rompendo il monopolio dell’aristocrazia ligure e toscana. Dallo sbarco a Londra, un successo internazionale di vendite e riconoscimenti. Il vino prodotto nel feudo storico, invece, si conferisce ancora alla cantina, nell’attesa di un progetto di rilancio e di valorizzazione che faccia il salto all’imbottigliamento e all’etichetta.

La memoria resta in questa casa che le due donne hanno avuto in eredità insieme ai discendenti dei fratelli, la casa dove i cassetti custodiscono ancora i tovaglioli in stoffa ricamata che la nonna Natalia numerava (il numero 1 era per il marito, il 2 due per se stessa, la moglie, il numero 3 per il primogenito Nicolò, e così via dicendo). Una casa dove vigevano regole severe. “Ai pasti suonava la campana – raccontano Lucia a e Maria – e se non si arrivava puntuali si mangiava in cucina”.

Una casa che è un tesoro ma anche una responsabilità pesante, con continue esigenze di manutenzione e di tutela. Recentemente un finanziamento statale ha consentito di recuperare i tetti e alcune parti monumentali, ma c’è tanto da fare. Gli affreschi, gli intonaci, il primo piano dove dormivano cameriere e bambinaie. Secoli di storia.

Novembre 2018

In the rooms of history

Ravidà House at Menfi, one of the earliest exemplars of Sicilian neoclassicism, preserves the memory of two centuries and tells of the revolution that changed agriculture

by Maria Matranga
photos Tullio Puglia

A manor house tells the story of Menfi’s wine and oil, the vicissitudes of nobles and farmers, podestà and blessed, marriages and children. This 1787 house is one of the first examples of Sicilian neoclassical architecture, with its pronaos, columns, a charming patio and an astonishing series of frescoed and elegantly délabré rooms overlooking the countryside. It is revealed behind an old gate among low houses and tractors on the road, in the centre of a town of ancient agricultural vocation which became a sea destination only 30 years ago, well known by those who love wild beaches and good food and wine. No sophistication in Menfi, just country life. The sisters Lucia and Maria Ravidà, 76 and 89, are witnesses to this story, with their children and nephews.

The sons of Luigi, the “patriarch”, and Natalia Stagno, who gave life to the family branch that restarted the family vines and olive groves, were four (Nicolò and Luisa died). Lucia reports: “My father, a lawyer, looked after Prince Fabrizio Pignatelli’s farmland, a landowner who owned most of these lands. His son Nicolò Pignatelli first married a Roman noblewoman, then an American lady. He worked with Gianni Agnelli. In the 60s he sold everything, though my father told him to keep a piece of land for his children: his American wife would tell him that the Mafia was here”.

Luigi Ravidà, with Notary Palermo and Baron Vito Planeta – Gigi and Diego’s father, the protagonists of the Sicilian wine Renaissance – established a social winery (a forerunner of Settesoli cooperative), on farmland bent by the post-war crisis and emigration. Modern viticulture and olive growing were born in Sicily, after ages of wheat: a challenge in a still archaic land. “We picked olives by hand – Lucia says – and we took them on the tractors to the oil mills nearby.

In the countryside, Luisa and I played with frogs in the concrete channels that collected rainwater. Grapes were crushed in the square, it was a big feast. When Prince Fabrizio came home, we prepared the Neapolitan pastiera. He liked yellow fields, I preferred them green”.

A happy childhood, before the war, with German and French au pair girls. “We used to ride bikes, as there were no cars; on the beach there were a few wooden huts. We little ones used to embroider in my grandmother Maria Zalapì’s room; at 6 o’clock we said the rosary with a neighbour, Antonietta, who used to fall asleep. ‘Antonietta!’ My grandmother yelled, and she took up again: ‘Holy Mary…’”. Their grandmother, very religious, died at over 100 years old. “In our family there is also a blessed, Luigi Rabbatà (1420-1490) who was proclaimed in 1841 by Pope Gregory XVI. His remains can be found in Trapani”. In this very house there was the first winery in the village, with 15 barrels. “All Menfi came to our father who was podestà, and asked for advice on crops”, the two ladies tell. He died in 1977.

“My mother complained that money was never enough. In the country, one bad season is a big trouble” Lucia adds. “She led local women to capitalise on their embroidery skills and founded an embroidery company with her name, Natalìa Ravidà”. Her name was inherited by their brother Nicolò’s daughter, who is today the president of the company that has enhanced the family oil. In 1991 Ravidà oil was the first Sicilian one to be sold abroad, breaking the Ligurian and Tuscan monopoly. An internationally awarded success.

Wine, on the other hand, is still given to the social winery, waiting for an enhancement project. In this house which the 2 ladies inherited together with their brothers’ children, the drawers still hold the embroidered napkins numbered by Grandma Natalia (1 was for her husband, 2 for herself, 3 for the first-born and so on).
“At mealtime a bell rang – Lucia and Maria tell – whoever did not arrive on time ate in the kitchen”. This manor is a treasure but it needs continuous maintenance and protection.

Recently a national funding has allowed the recovery of the roofs and some monumental parts, but there is much to do for the frescoes, the plasters, the first floor.
Centuries of history.

November 2018

Nei segreti della nobile Ibla

La bellezza sinuosa dei palazzi nobiliari, lo splendore del Circolo di conversazione, i profumi dei giardini nascosti. Ragusa mostra con noncuranza la sua eleganza irresistibile

di Antonella Lombardi
Fotografie di Tullio Puglia

“Ibla la nobile” esibisce il suo fascino con la stessa noncuranza di chi sa di essere eterna e irresistibile, forte di un’eleganza cristallizzata e disarmante allo stesso tempo. Il cuore del barocco abita qui, nel centro di quella Ragusa ricostruita interamente dopo il terremoto del 1693 da quei nobili che, a distanza di cinque generazioni, ancora oggi la abitano. L’espressione sorniona dei mascheroni che sorreggono i balconi dei palazzi gentilizi è solo un indizio: tutto qui è maestoso e insieme leggiadro, dietro le ringhiere panciute e le facciate arzigogolate. Lo anticipa il duomo di San Giorgio che si staglia su una prospettiva divergente rispetto all’asse della piazza, in un gioco di quinte teatrali che sorprende il visitatore quando riesce a scorgere la cupola dalla parte opposta del piazzale.

Lo suggerisce la bellezza sinuosa dei palazzi nobiliari che cingono e connotano il centro di Ibla, quasi tutti perfettamente conservati, alcuni con i loro arredi originari che permettono un viaggio a ritroso nel tempo, quando il gusto del collezionismo era orientato allo stupore e all’eleganza, nel senso proprio del termine, quell’ “eligere”, quello scegliere le migliori sete damascate, i dipinti dei più grandi maestri o il gioco da praticare all’esclusivo circolo di conversazione. Perché a Ibla l’aristocrazia siciliana ha sempre avuto il pallino del mecenatismo e così, ancora oggi, i discendenti di quei 18 storici fondatori dell’esclusivo “caffè dei cavalieri”, noto come circolo di conversazione, si prendono cura della sua manutenzione, in un diritto che si perpetua di padre in figlio.

Nato sulla scorta degli ottocenteschi club britannici, sorti con la scoperta del lusso dell’esercizio del tempo libero, il circolo custodisce ancora i documenti originali con le quote in onze versate dai baroni Francesco Arezzo di Donnafugata e Carmelo Arezzo di Trefiletti, dai nobili Pasquale Di Quattro e dal cavaliere Giuseppe Arezzi. Oltrepassata la facciata neoclassica, dentro è tutto un susseguirsi di velluti e broccati rossi, di specchiere dorate e sconfinati saloni delle feste dai soffitti riccamente affrescati. Tutto dentro incita al gioco e all’eleganza, opulenta e leggiadra, teatrale e scherzosa. Come i palazzi nobiliari che dietro il rigore e l’austerità della pietra pece o dell’arenaria riservano sorprese inaspettate.

È il caso di Palazzo Arezzo di Trifiletti che, superata la sobrietà dell’androne, svela la sua vera anima al piano nobile: affacciandosi ai balconi il duomo di San Giorgio appare come incastonato e insolitamente vicino, come limitrofi sono il circolo di conversazione e il palazzo di Donnafugata, poco distante. Tra la cappella di famiglia, il salottino giallo di conversazione riservato ai ricami e alle chiacchiere femminili e le maioliche a tema floreale e dipinte a mano che abbelliscono il pavimento, è un susseguirsi di arredi preziosi oculatamente conservati e stemmi di famiglia. “Arezzo” è il cognome che ricorre nelle dimore storiche ragusane, a testimonianza di un ramo che nei secoli è rimasto il dominus, seppur tra successive intersezioni che hanno impreziosito la storia dell’aristocrazia locale. Le atmosfere perdute del “Gattopardo” volteggiano tra queste mura e nel giardino segreto di Palazzo Arezzo Bertini, che si trova a pochi passi.

È lo stesso Tomasi di Lampedusa a descriverlo con lo sguardo voluttuoso di don Fabrizio: “Da oltre il muro l’agrumeto faceva straripare il sentore di alcova delle prime zagare”. Costruito sull’archetipo della cultura araba, ricorda il giardino persiano arrivato a noi grazie al passaggio degli arabi in Sicilia, una presenza poi diventata costante nei palazzi ottocenteschi siciliani. Le aiuole geometriche e l’impianto razionale del percorso spiegano quell’attribuzione di “giardino per ciechi” assegnata dalle pagine del Gattopardo. La funzionalità qui ha il sopravvento sull’estetica, a partire dalla struttura dei viali, stretti, intimi, votati solo al passaggio dei proprietari e alla raccolta dei frutti, e attraversa perfino la scelta delle essenze: siepi di bosso, ma soprattutto agrumi, spezie, gelsomini e le immancabili rose, protagoniste di ogni giardino che si rispetti. Rose “corrotte”, dall’aroma denso e dalla bellezza quasi oscena, se si torna alla descrizione dei gesti del principe di Salina: “Eccitate prima e rinfrollite poi dai succhi vigorosi e indolenti della terra siciliana… Il principe se ne pose una sotto il naso e gli sembrò di odorare la coscia di una ballerina dell’Opera”.
Piaceri e sorprese di una Belle Époque che ha animato la Sicilia ragusana e che proseguono se si attraversa la strada e si procede verso Palazzo Arezzo di Donnafugata, dimora di città dei nobili Arezzo De Spuches, baroni di Donnafugata. proprietari dell’omonimo castello. Quella era la tenuta originariamente pensata come la residenza di campagna, masseria poi impreziosita dal gusto stravagante del barone Corrado Arezzo De Spuches, con la facciata in stile neogotico, centinaia di stanze con uno stile personalizzato che comprende un appartamento dedicato a un alto prelato della famiglia (la cosiddetta stanza del vescovo), e persino un labirinto nel parco lussureggiante con un ficus le cui foglie potevano essere affrancate e spedite come cartoline postali.

Nel “Gattopardo” la tenuta di Donnafugata era “meta di cocchi scarlatti, verdini, dorati, carichi a quanto sembrava di femmine, bottiglie e violini”. Ma il gusto del collezionismo e il senso di meraviglia che fa lo sguardo incantato ha abitato anche il palazzo di città, opera prima del barone Francesco, poi messo a punto dal figlio Corrado, aristocratico atipico: deputato nel 1848 al parlamento siciliano, poi senatore del regno e regio commissario all’Esposizione di Dublino, è stato un rivoluzionario antiborbonico. Latifondista con l’anima del mecenate, amante della musica, del teatro e delle arti, fa della sua villa uno dei salotti culturali più in voga, senza dimenticare la comunità e l’economia locale, dove la sua attività da filantropo è ancora ricordata.

La facciata del palazzo Arezzo Donnafugata è imponente e dal corso arriva fino a piazza Duomo: fuori lo stile è neoclassico, interrotto dal capriccio lezioso di una “gelosia” in legno, un balconcino coperto che ricorda l’architettura di quelli di Malta e che consentiva alle dame di gettare un’occhiata a chi passeggiava nel corso, senza essere scoperte. Dentro, il gusto per il collezionismo e lo scherzo del barone Corrado, appassionato d’arte, è palpabile in ogni dettaglio. A partire dal teatro realizzato all’interno del palazzo, tra i 14 più piccoli d’Italia, una perla dall’acustica perfetta e tuttora funzionante. Al piano nobile si accede da una maestosa scalinata in marmo cinta da finestroni in vetro colorato. I pavimenti in pietra pece, risorsa tipica iblea, si alternano a quelli in marmo e in calcare, mentre la carta da parati è in seta damascata di maestranze casertane.

Alla terrazza, dove campeggia una splendida voliera per uccelli con la base in pietra pece, si arriva dopo aver superato una teoria di salotti dove trionfano ceramiche di Caltagirone e maioliche giapponesi, ampi tappeti con una parte spugnosa e un’altra a tessitura piatta per consentire il ballo, fino alla collezione della pinacoteca, vanto del barone Corrado e a tema prevalentemente sacro: dalla “Madonna con Bambino” attribuita ad Antonello da Messina o ad allievi della sua scuola, al “San Paolo eremita” di Josè de Ribera detto lo Spagnoletto, dalla “Madonna in trono” del fiammingo Hans Memling all’ “Estasi di San Francesco” attribuita a Bartolomeo Esteban Murillo fino al “Prometeo incatenato” di scuola caravaggesca.

E se il salone delle feste non sarà stato “meta di femmine, bottiglie e violini” come si legge nel Gattopardo, di certo la stampa del tempo riportava il gusto lungimirante e stravagante del barone Corrado: a lui si deve, infatti, un impianto elettrico all’avanguardia, padre degli odierni led, che già nei primi del ‘900 consentiva di animare le serate donando ogni volta ai vestiti un colore diverso durante il ballo. Un’invenzione che scosse i giornali dell’epoca – tuttora preservati dalla cura amorevole degli eredi – al punto da far scrivere di “luci psichedeliche e diavolerie a palazzo”.

Ottobre 2018

The understated charm of the aristocratic Ibla

The sinuous beauty of the noble palaces, the splendour of the conversation club, the fragrance of secret gardens. Ragusa shows its irresistible elegance with nonchalance

by Antonella Lombardi
photos Tullio Puglia

“Ibla the noble” exhibits its charm with the same nonchalance of those who know they are eternal and fascinating. The Baroque style is in the centre of Ragusa, which was rebuilt after an earthquake in 1693 by the nobles who still live here after five generations. The sly expression of the grotesque masks supporting the balconies of the aristocratic palaces is just a hint. Behind the bellied railings and the elaborated façades, everything is both majestic and graceful. Like the Duomo of San Giorgio whose perspective is divergent respect to the axis of the square and surprises visitors when they sight the dome from the opposite side of the square.

Or the sinuous beauty of the palaces surrounding the centre of Ibla, almost all perfectly preserved. They allow a journey through time in that past when the taste of collecting was oriented to the wonder and elegance: the best damask silks, the great masters’ paintings or the exclusive Circolo di Conversazione [Conversation Club]. In Ibla, after all, the Sicilian aristocracy has always had the passion for patronage. Even today, the descendants of the 18 founders of the Caffè dei Cavalieri, known as Circolo di Conservazione, pass the right to its maintenance from father to son. It was founded in the style of the 19th-century British clubs, which had stemmed with the luxury of enjoying the free time. On crossing the threshold of the neoclassical façade, you are welcomed by red velvets and brocades, golden mirrors and an endless succession of ballrooms with richly frescoed ceilings. Everything inside encourages the game and praises elegance, which is opulent and graceful, theatrical and jocular.

Similarly, the aristocratic palaces reserve surprises behind the rigour and austerity of the pitchstone or sandstone. It is the case of Palazzo Arezzo di Trifiletti that, despite the sobriety of hallway, reveals its true soul on the main floor: when you lean out of the balconies, the Duomo of San Giorgio looks like embedded and very close. Then, the family’s chapel, the yellow parlour dedicated to the embroidery and female chattering, and the floral hand-painted majolica tiles embellishing the floor.

It is a series of precious furnishings and coats of arms carefully preserved. “Arezzo” is the surname that has always been the dominus of Ragusa over the centuries, albeit among successive intersections that have made precious the history of the local aristocracy. The lost aura of The Leopard is still within these walls and in the secret garden of Palazzo Arezzo Bertini, just a few steps from it. Tomasi di Lampedusa himself describes it through the luxurious look of don Fabrizio, “from a grove beyond the wall came an erotic waft of early orange-blossom”. Built on the archetype of Arab culture, it is reminiscent of the Persian garden that became a constant presence in the 19th-century palaces.

The geometric flowerbeds and the rational plant of the path explain why it is a “garden for the blind” as labelled in the novel. Here, the functionality is more important than aesthetics, starting from the structure of the narrow, close walks, only devoted to the passage of the owners and the harvesting of fruits. They were even based on the choice of scents: boxwood hedges, but mainly citrus, spices, Jasmine and the roses, always starring in any self-respecting garden. “Corrupt” roses, with dense aroma and almost obscene beauty, as defined by the Prince of Salina: “first stimulated and then enfeebled by the strong if languid pull of Sicilian earth […]. The Prince put one under his nose and seemed to be sniffing the thigh of a dancer.”

Such pleasures and surprises of the Belle Époque, which animated Ragusa, continue towards Palazzo Arezzo di Donnafugata. Originally conceived as the country house estate, it was embellished with the whimsical taste of Baron Corrado Arezzo De Spuches: the neo-Gothic façade, hundreds of rooms, each with its style, a Bishop’s room, and even a labyrinth in the lush park with a huge ficus tree. However, the taste of collecting also inhabited this building in town. The façade of the Palace Arezzo Donnafugata is impressive and stretches up to Piazza Duomo. 

The style is neoclassical, interrupted by a jalousie window, reminiscent of the architecture of Malta. The interiors are imbued with the taste for collecting of Baron Corrado. Starting from the still functioning Theatre built inside the Palace, between the 14 smallest in Italy, the majestic marble staircase surrounded by stained glass windows, the pitchstone, marble and limestone floors, up to the silk damask wallpaper.

You reach the terrace with a gorgeous aviary, after crossing a procession of living rooms full of ceramics from Caltagirone, Japanese majolica, and large carpets. And the art gallery, the pride of the Baron, with paintings, mostly on sacred themes, by Antonello da Messina, José de Ribera, B. Esteban Murillo and Caravaggio’s school.

The press of the time reported on the Baron’s farsighted and extravagant taste: he invented a cutting-edge electrical system to enliven the evenings: “Psychedelic lights and oddities at the Palace”.

October 2018

Una dimora ricca di storia

Villa Florio ai Quattro Pizzi, affacciata sul mare dell’Addaura a Palermo, conserva ancora i fasti di una famiglia e di un’epoca. Tra camere della memoria e saloni fantasmagorici

di Anna Maria Ruta
Fotografie di Tullio Puglia

«Le case hanno un’anima» ha scritto una mia sensibile amica, e in poche, come ai Quattro Pizzi, a Palermo, l’anima batte e alimenta di sé ogni angolo, ogni oggetto, ogni immagine che parla di una grande storia. 
Progettata ex novo da Carlo Giachery nel 1844 in stile neo-gotico inglesizzante (la prima committenza dei Florio), accanto all’antica tonnara risalente al 1323, già ristrutturata dopo l’acquisto del 1829, la casa è sovrastata dall’alta struttura rossa, a forma di torre, dell’ex Mulino a vento del sommacco. Ampia e affascinante la vista sul bel mare dell’Arenella, vicino a Villa Igea e sotto la protezione del «più bel promontorio del mondo».

Nell’ala nuova della casa, ornata in alto da quattro torrette poligonali cuspidate, di cui una danneggiata dal terremoto del 1968, la grande sala rotonda di rappresentanza è decorata in modo fantasmagorico, un unicum nella Sicilia del tempo, come lo giudica Lanza Tomasi, per un eclettismo trasbordante, tipico della cultura siciliana tra fine ‘800 e primi ‘900, in cui si mescolano, senza tuttavia scadere nel confuso o nel volgare, fantasie carolingie, evocazioni arabeggianti e gotiche con inserti di storie della tradizione popolare. Ma per la sostanziale efficacia e armonia dell’insieme si potrebbe ipotizzare anche l’intervento nella decorazione di un artista colto, come Salvatore Gregorietti, per la straordinaria somiglianza di questa iconografia con quella del soffitto della Stazione di Giardini-Naxos dello stesso.

Tutti i Florio vi andavano in gita, per relax, in alcuni particolari giorni dell’anno; Lucie e Vincenzo vi vivranno prima saltuariamente, poi stabilmente dagli anni Trenta fino agli ultimi giorni con i loro eredi Vincenzo Paladino, detto Cecè, la moglie Silvana e i loro figli, Chico e Alex.
Lucie Henry, bella e sofisticata seconda moglie di Vincenzo Florio fu ed è personaggio assai meno noto nella storia della famiglia, ma «la curiosità è la madre delle favole» scrive in uno dei suoi racconti Giuseppe Tomasi di Lampedusa e la curiosità spinge ad entrare nella favola breve, talvolta anche dai toni drammatici di casa Florio. 

Custodisce la casa, in una sorta di wunderkammer, vari cimeli della Targa: tra essi un dinamico calamaio in bronzo a forma di macchina da corsa, quasi certamente di Duilio Cambellotti, donato a Vincenzo Florio nel 1908 per la Prima coppa automobilistica Monte Pellegrino, le tavole dello stesso Cambellotti e di altri artisti per «Rapiditas», l’elegante e moderna rivista, che raccontava i fasti della corsa e che era giudicata una delle più belle e lussuose nell’Italia degli inizi del Novecento. Ma vi si ammirano anche i quadri di Aleardo Terzi, di Marcello Dudovich, di Margaret Bradley, figlia del giornalista inglese al seguito della Targa e di altri artisti, che immortalarono con segno raffinato e leggero angoli e momenti della gara, sottolineando l’eleganza e la bellezza delle signore del bel mondo che la seguivano.

E vi si può pure sfogliare un prezioso album di caricature della famiglia e della Targa stessa, Macchiette e profili di Casa Florio (1902), del francese Georges Goursat, detto Sam, famoso durante la Belle Époque, che visse a Parigi a partire dal 1900.
Ma vi sono anche gli arazzi e i paliotti tessuti con fili d’oro e d’argento nei laboratori della Tessoria del Pegno, antica filanda di cotone, oggi Istituto dei Ciechi Florio, voluto da Ignazio. Nell’anti-cucina invece svettano sulle pareti i molti quadretti di Vincenzo Florio, che, amico di molti artisti, si dilettava di pittura proprio quando viveva in questa sua bella dimora,1 come faceva, per altro, anche Lucie.

La casa della vita, che custodisce anche le reliquie dell’antica attività dei Florio, l’insegna della prima Drogheria di via Materassai con un leone in bassorilievo ligneo disteso sulle quattro zampe, opera di Francesco Quattrocchi, l’armadio con i cassettini dove venivano conservate droghe di ogni genere, due grandi vasi a motivi floreali della fine dell’’800, esemplari unici della fabbrica della ceramica Florio, il servizio di porcellana con decorazioni liberty realizzato dalla Fabbrica Ginori per Vincenzo con le sue lettere iniziali (VF) e ancora i libri dei conti, vari preziosi documenti, la scrivania di Vincenzo senior e tanti tantissimi altri quadri, compresi i ritratti di Vincenzo jr. e della moglie Lucie di Giacomo Grosso (1917).

Ma vi si possono anche ammirare numerosi oggetti etnici provenienti da tutte le parti del mondo, statue orientali e reperti del mare del Madagascar, pescati in gioventù da Cecè Paladino, noto e abile subacqueo, una grossa e vecchia tartaruga marina nella vasca del giardino e pappagalli ormai sbiaditi per l’età in cucina: un luogo delle meraviglie per chi volesse addentrarsi in un’intrigante esplorazione di un irripetibile passato. Paladino fece parte della squadra nazionale italiana dei subacquei, per cui conquistò la medaglia d’oro, fu campione del mondo, ma anche stimato collaboratore di Jacques Cousteau e operatore di importanti filmati naturalistici.

I due Florio si erano trasferiti da Parigi a Palermo dopo la prima guerra mondiale ed erano andati a convivere in via Catania, in una delle tante case della famiglia, presto venduta nel crollo economico, ma allora salotto ambito dell’intellettualità anche avanguardista palermitana. In una delle sue più interessanti serate, nell’ottobre del 1921, le eleganti signore e i raffinati signori amici della coppia si cimentarono nella recita di una sorpresa teatrale, L’ora precisa, del futurista napoletano Francesco Cangiullo, provata in via Catania prima del lancio nei teatri italiani con uno spiritosissimo finale a sorpresa, che ebbe come protagonisti due ospiti dei padroni di casa. Cangiullo e Marinetti erano amici di Florio, a sua volta legato anche d’amicizia con i futuristi Giacomo Balla, Gino Severini, conosciuto a Parigi, Pippo Rizzo, poi suo maestro di pittura.  A Palermo per due serate del Teatro della Sorpresa della Compagnia De Angelis, serate che suscitarono, come sempre, le eclatanti reazioni del pubblico in sala, furono graditi ospiti di casa Florio.

Solo dal 1934 i Florio vivranno all’Arenella con la figlia che Lucie aveva avuto giovanissima dal visconte francese De Guy, morto nella prima guerra mondiale. Frequentissimi, tuttavia, sono i loro viaggi a Roma, Venezia, Parigi soprattutto, dove per un certo periodo vivono sei mesi all’anno in una bella casa di Place Vêndome, poi venduta.

Luglio 2017

A home packed with history

Quattro Pizzi: the Florio family home overlooking the sea in Palermo, which still preserves the splendours of the past

by Anna Maria Ruta
photos Tullio Puglia

“Houses have a soul” and some, such as Quattro Pizzi in Palermo, have a soul that fills ever corner of them. 
Designed in an English neo-Gothic style by Carlo Giachery in 1844, the home is overlooked by the tower-shaped red structure of a former windmill.
It enjoys an extensive view over the beautiful sea at Arenella, sheltered by the “most beautiful promontory in the world.” In the new wing of the home, crowned with four cuspidate polygonal towers, the large round parlour is decorated in a phantasmagorical style.

Given the overall effect one could theorise that the decoration was carried out by Salvatore Gregorietti, due to its extraordinary similarity to the painted ceiling at Giardini-Naxos station by the same artist. The entire Florio family visited the building on certain days of the year. Lucie and Vincenzo initially lived there on an occasional basis, before taking up permanent residence in the 1930s.

To cite Giuseppe Tomasi di Lampedusa, “curiosity is the mother of fairy tales”, and this is what drives us to learn more about the short-lived and sometimes dramatic tale of the Florio family. The home, which resembles a cabinet of curiosities, includes various mementoes of the Targa. It also houses paintings by Aleardo Terzi, Marcello Dudovich, Margaret Bradley and other artists, who immortalized the race.

There is also a wonderful album of caricatures of the family and the Targa itself, sketches and profiles of Casa Florio (1902) by the French artist George Goursat, known as Sam, who was famous during the Belle Époque and lived in Paris from 1900 onwards.
In addition to this, there tapestries and altar cloths sewn with gold and silver thread by the Tessoria del Pegno, an ancient cotton spinning mill and now the Istituto dei Ciechi Florio, established by Ignazio. The scullery walls feature numerous paintings by Vincenzo Florio, who was friends with lots of artists and enjoyed painting himself when living in this beautiful house, as did Lucie. 

Visitors can also admire numerous ethnic objects from all over the world, including Oriental statues and finds from the sea in Madagascar, collected by Cecè Paladino – a famous diver – during his youth, a huge old sea turtle in the pool in the garden and elderly faded parrots in the kitchen. It is a place packed with wonders for those who want to explore the past. Paladino was part of the Italian national diving team, winning the gold medal for them. He also worked with Jacques Cousteau and made some important nature documentaries.

The Florios moved from Paris to Palermo following the First World War, setting up home together in Via Catania, in one of the many family houses.
It was only in 1934 that they moved to Arenella with Lucie’s daughter, whom she had at a very young age with Viscount De Guy, who died in the Second World War. However, they frequently visited Rome, Venice and Paris, where they often spent six months of the year in a beautiful house on Place Vêndome.

July 2017

L’Ucciardone che non ti aspetti

La falegnameria, l’orto, la sartoria e i corsi di teatro: i detenuti del carcere di Palermo, con l’aiuto di un gruppo di imprenditori, stanno cercando nuove vie di riscatto e cambiamento. Presto anche un ristorante aperto alla città

di Laura Anello
Fotografie di Tullio Puglia

C’è un mondo – fatto di speranza, di bellezza, di produttività – dietro il portone di questo colosso borbonico che rappresenta un pezzo di storia della Sicilia. Il tempo di varcarlo, di lasciare il documento al primo controllo di sicurezza, di entrare nel cortile dove dal 1934 veglia una madonnina portata qui dal vecchio carcere della Vicaria, di superare il secondo varco lasciando il cellulare e la connessione con quel che c’è fuori, e questo mondo appare. Sorprendente, inatteso, capace di ribaltare paradigmi mentali, pregiudizi, certezze consolidate.
Sì, perché questo penitenziario che è stato luogo dell’epopea mafiosa, dal caffè avvelenato di Gaspare Pisciotta allo champagne con cui i boss brindavano ai delitti eccellenti, oggi è un istituto che brulica di attività imprenditoriali, artistiche, sociali. Lontani i tempi delle vestaglie di seta del “Grand Hotel Ucciardone”, quando i vecchi boss (e ne sono passati tanti, qui, da Michele Greco a Tommaso Buscetta, da Pippo Calò a Francesco Madonia) venivano serviti e riveriti dagli agenti penitenziari che facevano a gara per soddisfare ogni loro desiderio, anche le aragoste portate ancora vive dal porticciolo dell’Arenella.
Adesso, al contrario, per singolare contrappasso, è in queste celle che si producono pasta, ortaggi biologici, e presto prelibatezze da offrire nei catering delle feste all’esterno. È qui che i detenuti diventano attori con Lollo Franco, fanno prove di coro con un progetto del Teatro Massimo che si chiama “Il mio canto libero”, realizzano sgabelli che sembrano usciti da un atelier di Dolce e Gabbana, con un più di verità e di vissuto. È qui che a breve aprirà un pub-ristorante aperto alla città, esito di un progetto chiamato “Cella 26”, citazione da umorismo noir del luogo dell’omicidio di Pisciotta, il luogotenente di Salvatore Giuliano messo a tacere con i suoi segreti il 9 aprile del 1954. Un locale all’interno della cinta muraria al quale si accederà autonomamente attraverso il portone che conduce agli appartamenti del direttore, da tempo inutilizzati. E non lontani proprio dalla cella 26 del celebre avvelenamento e di una canzoncina di Pino Caruso: “Venga a prendere un caffè da noi”. Una delle attività che, nate per rieducare e per inserire al lavoro, stanno assumendo i contorni di attività imprenditoriali strutturate e innovative. Già, gli imprenditori investono sull’Ucciardone, complici gli sgravi contributivi e fiscali concessi a chi assume detenuti.

Siamo andati a scoprirle e a documentarle, queste attività, superando cancelli e garitte, grazie a un’autorizzazione speciale del Dap (il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia) e alla disponibilità del direttore Rita Barbera, il motore che sta dietro alla “rivoluzione Ucciardone” e che da sette anni, dopo avere cambiato volto all’altro carcere della città – il Pagliarelli – governa questa complessa macchina fatta di dolore e di speranza che ormai accoglie soltanto i “definitivi”, non più quelli in attesa di giudizio. È lei, insieme con il capo dell’area educativa Nunzio Brugognone, a condurre tra cortili e alberi secolari nel cuore del cambiamento, in quella quinta sezione che un tempo si credeva abitata da fantasmi e che adesso – ristrutturata sotto l’egida della soprintendenza ai beni culturali con mattoni a vista e travi originali – non ospita più detenuti ma è stata trasformata nel polo didattico che alterna, su tre piani, aule, biblioteche, laboratori, il pastificio.

È al traguardo anche una sartoria artigianale – dice il direttore – dove i detenuti metteranno a frutto il loro percorso di formazione su tecniche tradizionali, fatto con la sartoria Miracula di San Marco d’Alunzio”. Un’impresa che, partita dal paesino sui Nebrodi, ha costruito una costellazione di laboratori in tutto il comprensorio e oggi ha 280 dipendenti diretti, ottocento nell’indotto, un fatturato di sedici milioni di euro, tra i clienti le maggiori case di moda italiana per cui produce 250 mila capi all’annoIntanto al primo piano è partito il pastificio, esito di un altro progetto di formazione dal nome ironico, che si chiama “Mani in pasta”. Un gruppo di detenuti in divisa azzurra producono rigatoni, penne, casarecce – farina di grano antico perciasacchi – che portano il marchio Ucciardone e l’idea imprenditoriale di Mimmo Giglio e del figlio Giuseppe, che ha catalizzato l’interesse di Slow Food e si è impegnato a commercializzare il prodotto anche all’estero. Al piano superiore i detenuti-artigiani sono al lavoro per decorare sgabelli e armadi con le tecniche da vecchi pingitori di carretti siciliani e i repertori tradizionali di paladini e belle angeliche, liberamente interpretati.

“Sono gli sgabelli in dotazione ai carcerati che abbiamo recuperato in questo carcere – spiega Vincenzo Merlo, professore ed esperto di decorazioni tradizionali, che li segue in quella che è un’attività inserita nelle normali ore scolastiche – ogni pezzo porta con sé il vissuto di chi ci si è seduto, potrebbe essere stato Totò Riina o un detenuto comune, e questo dà un grande valore aggiunto”. Mostra i colori, solo quelli primari, che i detenuti hanno imparato a mescolare con esiti a volte di grande valore. Ci sono le panche, ci sono gli stipi, gli armadi: è tutto di recupero, anche se si stenta a crederlo mettendo a confronto gli anonimi arredi del “prima” e le opere d’arte del “dopo”. Uno sgabello è stato donato al Papa. Gli autori sono ancora studenti, ma l’idea è di realizzare un progetto imprenditoriale anche da questa esperienza. Lui, Merlo, è al lavoro per realizzare un grande plastico del penitenziario, che ha studiato recuperando vecchi documenti e materiale d’archivio: “I primi detenuti arrivarono nel 1842 dal vecchio carcere della Vicaria quando l’Ucciardone era ancora in costruzione – spiega – ma già dieci anni prima, nel 1830, c’era stato il cedimento che cambiò drasticamente il progetto”.

Mostra il corpo centrale, circolare, di parecchi metri più basso da un lato. “Da qui dovevano dipartirsi a raggiera tutte le sezioni, con una concezione cosiddetta panottica che avrebbe consentito un controllo centralizzato – aggiunge – ma lo smottamento rivelò la presenza del fiume Passo di Rigano nel sottosuolo e, dopo la costruzione delle prime tre, costrinse a spostare più in là le altre sezioni, che sono infatti separate dal corpo centrale”. Del progetto originario sono rimaste soltanto la prima (ora trasformata in caserma per la polizia penitenziaria, guidata da Michelangelo Aiello), la seconda (per i detenuti a regime aperto) e la terza (dove si trova il teatro e dove le celle sono in ristrutturazione). Più in là c’è la quarta, dove sono reclusi i detenuti che lavorano, all’interno o all’esterno. Ma bisogna superare un arco e un altro robusto muraglione per raggiungere il cortile dove prospettano la quinta (quella oggi didattica), la sesta (in ristrutturazione), la storica settima (un tempo regno dei boss e adesso dei “comuni”), l’ottava (la più tradizionale e “calda”, con la vecchia struttura a ballatoio), la nona, un tempo di alta sicurezza, ora dei cosiddetti protetti, cioè detenuti che non possono mescolarsi agli altri: provengono dalle forze dell’ordine o sono accusati di reati sessuali o contro i minorenni. “Intoccabili” nelle logiche carcerarie.

Un mondo fatto complessivamente da 458 detenuti, ottanta dei quali extracomunitari – “uomini che vivono nel terrore dell’estradizione”, racconta il direttore – e sessanta tossicodipendenti seguiti da un servizio del Sert presente in pianta stabile.
Sono proprio i “protetti” a raccogliere, sotto un cielo color carta da zucchero, i cavolfiori e le prime fragole dai sei ettari di orto. Un altro progetto imprenditoriale nato dietro le sbarre e anche questo con un nome ironico: si chiama “Coltivati al fresco” e vede all’opera la cooperativa In & Out. “Dal 2008 al 2016 – dice il presidente, Costantino Bivona – abbiamo condotto corsi di formazione professionale di orticultura e di cucina, i prodotti non potevano essere venduti perché realizzati con fondi pubblici e allora venivano regalati ai detenuti, ogni settimana si sorteggiavano due sezioni. Con i tagli alla formazione professionale, abbiamo voluto cogliere la sfida imprenditoriale e avviato la cooperativa”. Nel baracchino allestito all’aperto, ricolmo di frutta e verdura, c’è una coda di educatori e poliziotti.


“In questo momento i nostri clienti sono la popolazione del carcere, ma presto contiamo di vendere anche all’esterno – spiega il presidente – e, superata la fase di start up, ci siamo impegnati ad assumere due detenuti, che per ora sono volontari. Coltiviamo ortaggi a rotazione, a seconda delle stagioni. Per ora fave, melanzane, zucchine, pomodori, peperoni”. Nella serra ci sono le fragole e alcune magnifiche piante di papaya, alle spalle di un’altra sezione un piccolo agrumeto da un ettaro, qualche nespolo e qualche albicocco. I detenuti al lavoro si chiamano Valerio, Giuseppe, Salvatore, Leonardo, Patrizio, Gaetano, Vincenzo. Sono impegnati per quattro ore al giorno, dal lunedì al venerdì. Spalano, seminano, portano carriole, badano al pozzo, raccolgono.
“I ‘protetti’ sono i più motivati – dice Nunzio Brugognone – hanno una grande voglia di rivalsa e di riscatto”. Da qui ne passano di storie. C’è un detenuto accusato dall’ex fidanzata di violenze, lo hanno arrestato che si era appena sposato e aspettava un figlio, una vita normale da ragioniere in un’azienda, lui giura di essere innocente, vittima di una vendetta sentimentale. Ha chiesto la revisione del processo. Un altro, denunciato dalla figlia, adesso riceve lettere in cui lei gli scrive di avere mentito sobillata da altri parenti. “Anche lui spera”, raccontano. Non lontano c’è l’area verde, il giardino dove i detenuti possono incontrare i loro figli: “Non dimenticherò mai – racconta Brugognone – quella volta che un detenuto chiese il permesso di presentarsi al colloquio vestito da cuoco, aveva detto al figlio che lavorava qui alle cucine. Quando il bambino l’ha visto è rimasto senza parole, con lo sguardo pieno di orgoglio. Ci siamo commossi tutti”.

Storie, queste come mille altre, che sono materia viva per Lollo Franco, il regista teatrale veterano del teatro nelle carceri, qui al lavoro senza alcun finanziamento pubblico. “Diamo un’occasione di riscatto autentico – dice – diffondendo cultura che è speranza, valore, coscienza di se stessi. La cultura può fare capire che la violenza non serve, può fare capire che una donna va trattata bene anzi di più. Non lavoro con gente che ha uno-due anni da scontare, non ha senso, ma con ragazzi che devono fare un bel pezzo di strada dietro le sbarre, perché fare teatro richiede fatica, lavoro, tempo. E qui il teatro riassume il senso autentico, quello degli antichi Greci, il senso della catarsi”.
Nel suo percorso ha trovato talenti veri, “come Silvestre Lo Re, detto micione, perché quando aveva quattro anni, mentre giocava con altri bambini in strada nel quartiere di Borgo Vecchio, rimase chiuso per ore in un cassonetto della spazzatura e quando lo ritrovarono schizzò via come un gatto. O come Alessio Gigante, catanese, che nella Via Crucis che mettiamo in scena a Pasqua ha fatto un Giovanni di bellezza michelangiolesca, o come Giovannone, che canta le canzoni di Capossela e ha il ritmo nel sangue”. Vederli in scena a provare è emozione pura.
Rita Barbera li guarda con soddisfazione mista a realismo. “Il cambiamento è quello che cerchiamo pervicacemente con tutte queste attività – dice – ma non illudiamoci, il cambiamento è un parolone, e non è cosa facile da raggiungere, soprattutto in un contesto in cui la libertà è condizionata. Io punto sui giovani, bisogna coltivare la speranza per loro. Anche qui”.

Aprile 2018

All another Ucciardone

Farming, carpentry, tailoring, theatre: the inmates of Palermo prison are looking for new ways of redemption and change

by Laura Anello
photos Tullio Puglia

There is a world of hope, beauty and productivity behind the door of this Bourbon building. You pass the first and the second security check and this unexpected world appears. In the place where Pisciotta had his poisoned coffee and the bosses Greco, Buscetta, Calò, Madonia, had champagne and lobsters, now convicts produce pasta and vegetables, act, sing, decorate furniture. Soon a pub-restaurant will be opened. Many activities designed to re-educate are becoming good investments thanks also to tax reductions. We meet director Rita Barbera, promoter of the “Ucciardone revolution”, and the head of the educational area Nunzio Brugognone. A section has been turned into an educational centre with classrooms, libraries, labs, a pasta factory. “Soon there will also be an artisan tailoring thanks to Miracula’s tailor courses” she says. In the Mani in pasta factory inmates produce pasta with the Ucciardone brand: an idea by Mimmo Giglio approved by Slow Food. Upstairs, inmates-craftsmen decorate stools and cupboards with paladins and ladies as in Sicilian carts. “Shabby furniture in use here is turned into works of art” says professor Vincenzo Merlo, decoration expert. A stool was donated to the Pope. Another business is to be realised.

Merlo is also working on a model of the prison: “The first convicts arrived in 1842. In 1830 the project had changed drastically after a landslide due to an underground river. The central circular building is lower on one side”. In the first section are now the barracks, the second houses the inmates, the third houses a theatre, in the fourth the inmates-workers live. Through an arch and a wall you reach the fifth, the lab, the sixth under repair, the seventh once the reign of the bosses, the eighth and then the ninth, which hosts of the so-called “protected” or untouchable, inmates from the armed forces or convicted for sexual crimes or against children. There are 458 inmates, 80 come from outside the EU. 60 drug addicts are followed by a permanent service. The “protected” work in the vegetable garden, another project ironically called Coltivati ​​al fresco (“grown in the can”), with the In&Out cooperative. President Bivona says: “Since 2008 we have held horticulture and cooking classes; then the cooperative was born. Soon we will be able to sell products outside and hire 2 inmates”. There are strawberries and papayas in the greenhouse, a small citrus orchard, medlar and apricot trees. The inmates work 4 hours a day 5 days a week. “The ‘protected’ show a will of redemption” says Brugognone.

Many stories are told from here: an inmate accused of violence by his former girlfriend, arrested when he had just got married, swearing he is innocent; another denounced by his daughter who now writes that she had been instigated. “Once an inmate asked to meet his family in his cook workwear. His child was so proud. We were all moved”.

These stories are inspiring for Lollo Franco, theatrical director, who has been working here for years: “We give them a chance of genuine redemption. Culture is hope, value, conscience, it makes them aware that violence does not work. Here theatre evokes the catharsis of the ancient Greeks”. In his path he also found real talents. Seeing them on stage is touching. Barbera is satisfied, but realistic: “Change is not easy, for people who are not free. But we nurture hope in the young. Even here”.

April 2018

Il cacio è più buono a cavallo

Viaggio a Ragusa alla scoperta del più grande centro di stagionatura di formaggi del Sud Italia. Qui si producono quarantamila forme di ragusano, un’eccellenza che ci invidiano anche i francesi

di Antonella Lombardi
Fotografie di Tullio Puglia

Entrando nella cella di stagionatura, sembra di essere nella caverna di Ali Babà. Una miniera da cui pendono migliaia di parallelepipedi dorati. Chi ci lavora li chiama i “mattoni della natura”, ma a prima vista sembrano lingotti: lingotti da dodici chili e passa di formaggio ragusano, eccellenza a denominazione d’origine protetta di una campagna siciliana che alterna carrubi e olivi secolari a pascoli naturali. Una ricchezza antichissima, al centro di un commercio fiorente oltre i confini del Regno di Sicilia già nel XIV secolo e oggi prodotto di punta dell’economia casearia dell’Isola.
È a Ragusa, infatti, che ha sede “Progetto natura”, la cooperativa che riunisce oltre 250 aziende del settore lattiero-caseario e che ha il più grande e tecnologico centro di stagionatura del Sud Italia.

“Qui vengono stagionate più di quarantamila forme all’anno di formaggio, diecimila quelle di Ragusano Dop – spiega Salvatore Cascone, direttore di Progetto Natura, diciotto milioni di euro di fatturato di cui sedici derivanti dal latte in cisterna e due dalla commercializzazione dei formaggi –. L’idea della cooperativa è nata per sfuggire allo strapotere dell’industria di trasformazione e per valorizzare il prodotto di ogni singolo socio: l’unione fa la forza, e solo unendo le attività di ciascuno si poteva aumentare il potere contrattuale di questo settore, che è sempre stato debole nei confronti di un’industria aggressiva e oligopolista”.

Una sfida sempre attuale. “Oggi il mercato è globale, e il braccio di ferro sul prezzo del latte è sempre critico: per fare un chilo di formaggio ci vogliono circa dodici litri di latte; se il prezzo del latte diminuisce, si abbassa anche il prezzo del formaggio”. Alimento dalle qualità uniche, frutto di un ecosistema fragile e da tutelare, dato che viene prodotto esclusivamente con latte di vacca ragusana proveniente dall’intero territorio della provincia di Ragusa e dai comuni di Noto, Palazzolo Acreide e Rosolini in provincia di Siracusa. E nel rispetto di un rigido disciplinare che prevede che l’alimentazione bovina si basi sulle essenze spontanee dell’altopiano ibleo. La produzione è legata infatti ai mesi del pascolo, che vanno da novembre a maggio, una tipicità che conferisce quel gusto così peculiare da conquistare anche i mercati esteri. “Abbiamo un paio di clienti che esportano negli Stati Uniti, dove abbiamo portato quasi trecento forme di formaggio, e in Perù. Ma ci sono arrivate richieste anche dal resto d’Europa, come Inghilterra o Francia, Paese leader nella produzione di formaggi che ci ha chiesto quindici tonnellate di Ragusano”.

A guardare i “mattoni d’oro” appesi al soffitto sembra di essere nel caveau di una banca, dove questi parallelepipedi di pasta filata sono legati a coppie da funi e corde di iuta a cavallo di una trave, come attesta l’antico nome “cosacavaddu”, cioè “cacio a cavallo”, un’eccellenza che nel lontano 1955 ha conquistato il riconoscimento di prodotto tipico, nel 1995 la denominazione di origine e, l’anno successivo, quella comunitaria della Dop.
“I caciocavalli semistagionati stazionano qui dai 90 ai 180 giorni, mentre quelli stagionati dai 180 ai 365 giorni – spiega Giovanni Rollo, che sovrintende alla produzione – più aumenta il tempo di stagionatura e più il formaggio diventa piccante. Il più richiesto e venduto è lo stagionato perché viene utilizzato maggiormente nelle nostre pietanze tipiche o come formaggio grattugiato”. Quando le forme arrivano nella zona di carico e scarico del centro di stagionatura vengono subito tracciate con un marchio a fuoco che segna la giornata di ingresso”, una sorta di calendario “vivente” che contempla anche 366 giorni nel caso di anno bisestile.

I “lingotti”, prima di essere marchiati a fuoco dal Corfilac, l’ente di certificazione, vengono esaminati due volte: un controllo chimico misura la percentuale di sale presente, successivamente il controllo visivo verifica se ci sono dei difetti che non consentano l’etichettatura come Ragusano Dop. “In questo caso viene venduto come formaggio tipico ma per la vendita siamo obbligati a eliminare la dicitura Dop precedentemente impressa”, sottolinea Rollo indicando le forme allineate all’ingresso, vicino alle vasche piene di salamoia profonde sette metri dove vengono messe a bagno, un giorno per ogni chilo. Passaggio fondamentale per fare penetrare il sale in modo omogeneo fino al cuore del formaggio.
Fin qui i passaggi obbligati, ma quando questi lingotti dal peso variabile tra dodici e sedici chili ciascuno escono dalla salamoia, solo con l’esperienza e con la bravura dello stagionatore rivelano eventuali imperfezioni.

Mi accorgo se è pronto dal suono”, dice Giovanni Occhipinti, stagionatore del Progetto natura che ha affinato questo talento sin da quando, bambino, a sette anni si alzava all’alba per accompagnare il padre che faceva lo stesso lavoro nei magazzini allora presenti in città. Oggi Giovanni ha tre figlie, una insegna matematica a Cambridge e da lui ha preso lo stesso talento per i calcoli: “Non uso macchinette e calcolatrici, faccio tutto a mente, poi le utilizzo per controllare, gli altri mica lo pensano che a volte quelle macchine sbagliano”, un’attitudine che gli è valsa il soprannome da parte dei soci di Giovanni scienza”.
Negli occhi l’orgoglio per un prodotto del territorio al quale tanti lavorano: “Non avrei potuto fare un altro lavoro – dice – Questa è una produzione di qualità dove è fondamentale il rapporto di fiducia con i fornitori. Se un produttore ha una percentuale superiore al trenta per cento di sue forme che non superano il riconoscimento della Dop non ha alcuna convenienza a farlo, perché sarebbero più i costi dei benefici. Bisogna curare l’allevamento, verificare il mangime, controllare i capi”, osserva.

Certo che di scienza questo signore ragusano ne ha da vendere, in una terra in cui pochi, pochissimi giovani oggi desiderano affiancarlo e imparare quest’arte. “Questo formaggio suona poco bene, la pasta si sarà aperta al centro – spiega, mentre tamburella con le dita su decine di forme intorno annotando suoni diversi – questo forse ha avuto poco sale e ha fermentato di più, questo ha una bolla dentro, questo invece è perfetto”. Un moderno rabdomante? Lui si schermisce. Ma è tra i pochi rimasti a conoscere il linguaggio segreto di questo formaggio.

Aprile 2018

The caciocavallo is better astride

In Ragusa, Nature Project produces over 40,000 Ragusano forms, the classic Sicilian cheese that even the French envy us

by Antonella Lombardi
photos Tullio Puglia

In a maturing cell that looks like Ali Baba’s cave, thousands of golden parallelepipeds hang: 12-16 kg ingots of Ragusano cheese, whose trade flourished as early as the 14th century and now is a Sicilian flagship product. In Ragusa the Nature Project cooperative, joining over 250 farms, with the most advanced maturing centre in Southern Italy, produces more than 40,000 forms per year, 10,000 of which are Ragusano PDO. Salvatore Cascone, director of Nature Project – which has €18 million in turnover, €16 from milk and €2 from cheese – says: “The cooperative was created to escape the excessive power of the dairy industry and to enhance each member’s product: this has strengthened our bargaining power towards an oligopolistic industry.

Milk price is critical: if it decreases, the price of cheese also does”. The Ragusano is produced exclusively with milk from Ragusana cow from Ragusa and surroundings (Noto, Palazzolo Acreide, Rosolini), nourished only with wild herbs. Production runs from November to May. Its peculiar taste also conquers foreign markets: “Our customers export to the USA, Peru, England and even France”.

These “golden bricks” hanging from the ceiling as in a bank vault, bound in pairs by jute ropes on a beam (a cavallo, “astride”), in 1955 were recognised as a Typical Product, in 1995 got the Designation of Origin and then the PDO. “The semi-mature CacioCavallo stays here 90 to 180 days, the mature one 180 to 365” explains Giovanni Rollo, production supervisor “the latter, more spicy, typical of our cuisine, is the most in demand”. The blocks are dated by the certification authority, after a chemical and then a visual inspection. Ingots are soaked in a brine so as to make the salt penetrate to their core.

“I know it is mature from its sound”, says Giovanni Occhipinti, Nature Project curator, who refined his talent as a child with his father. Giovanni Science, as he is nicknamed (one of his 3 daughters, who teaches maths in Cambridge, got his talent for calculations) says proudly: “The relationship of trust with suppliers is crucial. For the producer it is worthwhile to pass the selection for PDO, even if this requires special care in cattle breeding”. Few young people want to learn this art. “This cheese sounds bad, that sounds perfect,” he says as he taps his fingers on the blocks, like a dowser, one of the few who still know the language of cheese.

April 2018

Tutti i colori della Sicilia

A Ragusa Ibla due giovani artisti tramandano l’antica arte della decorazione dei carretti siciliani appresa nelle botteghe degli ultimi maestri. Risultato: un successo internazionale

di Antonella Lombardi
Fotografie di Tullio Puglia

Se persino un fotoreporter come Steve McCurry è rimasto stregato dalla bottega dei pittori di carretti siciliani Biagio Castilletti e Damiano Rotella, al punto da condividere su Instagram la tappa fatta a Ragusa nel febbraio scorso, un motivo c’è. Appena si entra in via dell’Orfanotrofio, nel cuore del centro di Ibla, in questo antro-bottega un tempo magazzino del grano del palazzo Donnafugata con ancora gli anelli appesi al muro per legare cavalli e carretti, poi diventato ebanisteria, si viene trasportati in una dimensione da fiaba, come nel laboratorio di mastro Geppetto, dove ogni arnese, immagine e oggetto pare avere un’anima, tanto è intriso di fatica e amore. Lungo le pareti si stagliano, tra le tracce della polvere residua del legno lavorato in ebanisteria, “pupi” siciliani antichi e recenti, anfore e attrezzi ormai dimenticati, pannelli di carretti, scalpelli, pigmenti puri e foto d’epoca.
Accanto campeggia una Fiat 500 decorata su un fondo rosso acceso con lo stile tipico dei carretti, attestando così la consacrazione del folclore a genere glamour, un varco che si apre ora a nuovi collezionisti d’arte.

“Sarà esposta in un museo dell’arte siciliana nel Messinese insieme ad alcuni carretti, ce l’ha chiesta un cliente”, spiegano i due artigiani, che hanno anche dipinto una bici che è stata fino allo scorso febbraio allo Iamla (Italian American Museum of Los Angeles) in occasione della mostra “The Sicilian cart, History in movement” in partnership con gli stilisti Dolce e Gabbana. Le due firme dell’alta moda hanno anche ideato una collezione di frigoriferi e piccoli elettrodomestici realizzata da Smeg,“Sicily is my love”, dove l’inconfondibile estetica isolana, fatta di colori accesi e ornamenti barocchi, è stata riprodotta dipingendola a mano proprio da Biagio e Damiano, facendo furore allo scorso Salone del mobile.

Eppure la coppia di artigiani pittori, con all’attivo un laboratorio di pittura allestito al resort Verdura di Sciacca per il convegno di Google, non immaginava che un’arte così antica potesse incontrare il favore della moda, un successo che li ha aiutati a impedirne l’estinzione. “Questo era un lavoro che si imparava esclusivamente a bottega, con una trasmissione orale da mastro a garzone, strappando pochi segreti a un’arte custodita con estrema gelosia”, spiega Biagio, classe 1974, un amore che risale all’infanzia a Niscemi, quando il nonno, che il carretto lo guidava, gli faceva fare un giro. Una passione spiata nella bottega di uno degli ultimi mastri carradori, Vincenzo Blanco, che abitava vicino casa sua: “Quando sentivo il rumore degli zoccoli sulla strada, mi attaccavo subito dietro perché vedere quei cavalli bardati di mille colori era per me un vero spettacolo”.
A undici anni realizza il suo giocattolo preferito, una miniatura di carretto, e con l’adolescenza questo interesse non scema, anzi: di fronte alla promessa di ricevere in regalo dal nonno un motorino, Biagio ribatte con la richiesta di un cavallo con carretto, di fronte all’incredulità dei familiari. Alla fine la spunta, ma è l’inizio di una costanza che lo fa notare agli occhi dei carrettieri del paese che iniziano a commissionargli dei lavori di restauro.

Tra i maestri che incrocia c’è Antonio Zappalà a Catania, fino a quando non approda alla bottega di Domenico Di Mauro ad Aci Sant’Antonio, dove conosce Damiano, classe 1984, che si avvicina da garzone a quest’arte in anni diversi. “È stato un incontro casuale – spiega Biagio – con Damiano ci siamo ritrovati dopo tre anni, quando, ricevuta una commissione molto importante, quella di ridipingere un carretto scolpito da uno dei migliori artigiani dell’epoca, mi rendo conto che da solo non ce l’avrei mai fatta”.
Da qui la scelta di coinvolgere Damiano, in un lavoro che dura oltre un anno, e che regala la soddisfazione di un risultato insperato. Nasce allora la scelta di mettersi in società: è il 2011, gli artigiani carradori in Sicilia si contano sulle dita di una mano e la moda di lusso non li ha ancora scoperti, eppure i due non hanno dubbi. “Era un lavoro che non dava alcuna sicurezza economica, ho dovuto lottare per convincere i miei”, spiega Biagio. Damiano, originario di Catania, un papà impiegato in banca, riesce a spuntarla più facilmente, convincendo i genitori che il suo non è un fuoco di paglia. Ad accomunare i due artigiani è la volontà di salvare la tradizione uscendo dagli steccati di un sapere esclusivo, una scelta che li porta a tenere oggi dei corsi: “Il nostro lavoro è preservare – dice il giovane mentre muove rapidamente un macinino all’antica che ricorda i vecchi tamponi a barca per l’inchiostro – oggi esistono molti pittori che artisticamente emulano colori e soggetti che si ispirano a quest’arte, ma noi siamo tra i pochi che hanno avuto la fortuna di andare a bottega. Bisogna avere un occhio professionale per dosare i pigmenti e le terre fiorentine, altrimenti si scade subito nel kitsch”. 

I due di “pezzi” storici ne hanno restaurati a decine, mentre in bottega campeggia un enorme e antichissimo carretto intagliato a mano e sverniciato con soggetti religiosi che vanno dall’Ultima cena al Cristo risorto. “È del 1830, uno dei più antichi della Sicilia, in legno di frassino e noce – spiega Biagio – lo stiamo restaurando per un cliente di Lentini”.
“Il carrettiere era un uomo di mondo coraggioso – dice con convinzione Damiano – doveva affrontare un percorso lungo e accidentato, sfidando spesso la pioggia o i banditi. Anche il suo stare a cavallo doveva distinguerlo, insieme alle decorazioni”. “Perché ci vuole stile anche a sapere stare su un carretto”, rinforza Biagio, che sin da piccolo da questo stile è rimasto stregato, prova ne è anche l’abbigliamento sfoggiato dai due artigiani, uno stile tardo vittoriano con un gilet e un fazzoletto al collo sapientemente annodato che si scorge anche tra le foto d’epoca appese ai muri della bottega. “Il pittore di carretti era il più borghese degli artigiani, doveva distinguersi anche con la propria divisa – raccontano i due – spesso affrontando non pochi sacrifici per potersela permettere”.

Una fedeltà di stile che, oltre all’interesse di Dolce e Gabbana, per i quali hanno riprodotto alcuni loro disegni sull’ultima sfilata di abiti messa in scena in una Palermo barocca, ha destato quello della Treccani che, nel 2014, ha chiesto la cessione di alcuni loro disegni da inserire tra le immagini di un volume enciclopedico intitolato “L’Orlando furioso nello specchio delle immagini”. Uno stile che nelle mani di Damiano ha preso, per proprio interesse, un’altra piega, quella del fumetto, in una storia pubblicata a puntate online su Facebook e intitolata “Chi ha fatto incazzare Orlando furioso?”. “Sono vignette goliardiche sulle avventure dei paladini di Francia, in fondo è un ciclo che si presta molto all’ironia”, spiega Damiano che ha svecchiato le vicende storiche restituendo tratti i moderni – e maldestri – a eroi trasformati in antieroi comuni.

Oggi, nella loro bottega suggestivamente chiamata “Rosso cinabro”, tra antichi attrezzi e vasi si vedono moderne pochette e calzature da donna con riprodotti i paramenti tipici del cavallo, fino alle coffe di paglia, che in fondo nascono come umili borse in cui il carrettiere metteva il mangime per l’animale. “Ci piace pensare che questa tradizione pittorica possa essere utilizzata anche da altri creativi, come un’artigiana locale produttrice di borse che ci ha chiesto di collaborare, o come un’insegnante che frequenta i nostri corsi e che ha scelto di utilizzare la pittura nel suo lavoro in classe con gli allievi”. Potere di un sogno d’infanzia diventato realtà.

Aprile2018

All the colours of Sicily

Ragusa Ibla: two young artists teach the ancient art of decoration of Sicilian carts. Result: an international success

by Antonella Lombardi
photos Tullio Puglia

There must be a reason if even a photojournalist like Steve McCurry remained enchanted by the workshop of the painters of Sicilian carts, Biagio Castilletti and Damiano Rotella. Once a grain warehouse of Palazzo Donnafugata in the heart of Ibla, this cave-workshop is like a gateway to a fairy tale dimension, where every tool, image and subject seems to have a soul, infused with hard work and love. Ancient and new Sicilian pupi, panels of carts, chisels, pure pigments and vintage photos are standing out along the walls. A Fiat 500, decorated with the typical style of carts, consecrates folklore as a glamorous art form, an opening for new art collectors. “It will be displayed at a Sicilian art museum along with some carts”. The two artisans also painted a bicycle for the exhibition “The Sicilian cart, History in movement” at the Iamla (Italian American Museum of L.A.) in partnership with Dolce and Gabbana. The latter engaged again Biagio and Damiano to hand-paint the Smeg’s collection of refrigerators and small appliances “Sicily is my love”, to rapturous acclaim at the last Salone del mobile.

And even though they had set up a painting workshop at the Resort Verdura for the Google Conference in Sciacca, they did never expect that such an ancient art could have met the favour of fashion. A success that helped them prevent from its extinction. “It was a job that you only learned by word of mouth doing an apprenticeship with masters, snatching few secrets of their art guarded with great jealousy”, Biagio, 1974 class, explains. His love goes back to when his grandfather, a carter, brought him along for rides. A passion he spied in the workshop of one of the last master carradore, Vincenzo Blanco, who lived near his house: “Every time I heard the clatter of hooves on the road, I grasped hold of the cart’s back.

The horses dressed up in a thousand bright colours were a real show to me”. At 11, he made his favourite toy: a miniature cart. His passion did not tend to diminish: when his grandfather promised him a motorcycle as a gift, Biagio asked him for a horse and a cart, amid his family members’ disbelief. He won through in the end, and his constancy attracted the other carters who began to commission him some restoring works. After studying with Antonio Zappalà in Catania, he moved to the workshop of Domenico Di Mauro in Aci Sant’Antonio, where he met Damiano. 1984 class, he approached this art from an apprenticeship in different years.

“It was a chance encounter”, Biagio explains “Damiano, and I met again after three years. I was commissioned to repaint a cart hand-carved by one of the finest craftsmen of the time: a very important task for me. But, I realised that I couldn’t have managed to make it on my own”.
So, he decided to involve Damiano in a work that lasted over a year and gave them the satisfaction of an unexpected result. In 2011, the artisan carters in Sicily could be counted on the fingers of one hand, and fashion had not yet discovered it. Nevertheless, the two had no doubts and started to work in partnership. Their wish to save the tradition outside the fences of niche knowledge has led them to teach: “Our job is preserving. There are plenty of artists trying to emulate this art, but if you do not have a professional eye to dose the pigments, you immediately lapse into kitsch”.

April 2018

La meraviglia del tempo ritrovato

Dentro le sale di Palazzo Arezzo di Trifiletti a Ibla: un viaggio a ritroso nella storia, tra arredi e ricordi conservati immutati e perfetti nel corso dei secoli

di Antonella Lombardi
Fotografie di Tullio Puglia

La nostalgia è un sentimento potente: fa soffrire l’idea di non poter esaudire il desiderio di tornare ai propri luoghi, agli approdi cari, ai ricordi. Se ascoltata, però, a volte diventa costruttiva, come nel caso di Domenico Arezzo, ragusano trapiantato a Roma a quattordici anni, infanzia trascorsa a Ibla, tra le mura di palazzo Arezzo di Trifiletti, in quel triangolo barocco che caratterizza la Sicilia ricostruita dopo il terremoto del 1693. Un pezzo di storia siciliana è racchiuso qui, dove l’atmosfera da fiaba sospesa nel tempo cambia a seconda della luce che colpisce il duomo di San Giorgio che campeggia sulla sua scalinata, poco distante, o l’esclusivo circolo di conversazione, proprio di fronte l’ingresso del palazzo.

Domenico ha scelto di tornare in Sicilia e aprire le porte della residenza nobiliare dove tuttora abita la sua famiglia, gioiello ritrovato che fa parte delle dimore storiche italiane, per condividere la bellezza con visitatori da ogni parte del mondo, una scelta che è innanzitutto una dichiarazione d’amore per il suo territorio. “Ho vissuto a Roma da adolescente, quando rientravo qui soffrivo a vedere queste stanze chiuse, mi metteva tristezza quell’atmosfera lugubre così distante dai miei ricordi gioiosi di infanzia, volevo far conoscere questa bellezza agli altri – racconta – Ho impiegato molto tempo per convincere mio padre ad aprire al pubblico il palazzo dove ancora abita la mia famiglia, ma ora si è reso conto che questo è l’unico modo per renderlo vivo”.

A essere visitabili sono infatti le sale di rappresentanza, ma i numeri nel tempo hanno dato ragione a Domenico: nel 2017 le visite sono state circa ottomila, più di 1500 quelle registrate tra marzo e maggio lo scorso anno, con iniziative che variano durante l’anno e un turismo di élite internazionale che cerca innanzitutto di rivivere un’esperienza. Lo spettatore curioso riconoscerà nel Palazzo Arezzo di Trifiletti alcuni set del Commissario Montalbano, quello vorace di storia e nostalgico immaginerà il frusciare di lunghe gonne e stoffe preziose delle nobildonne che attraversavano la scalinata centrale, scortate da quella noblesse che faceva il suo ingresso in carrozza o a cavallo, come attestano gli anelli in ferro lungo le pareti utilizzati per legare gli animali e ancora presenti nel cortile in pietra. In ogni caso la posizione strategica regala una vista impagabile, con il Duomo di San Giorgio incorniciato alla vista dai balconi del piano nobile, lo storico circolo di conversazione di fronte, e il palazzo di Donnafugata poco distante.

La prima stanza cui si accede è “La stanza degli antenati”, con i dipinti che ritraggono gli abitanti del palazzo, o meglio, solo i primogeniti maschi, a partire da Carmelo Arezzo che comprò la dimora intorno al 1850, quando la famiglia si trasferì da Siracusa a Ragusa. “Quando entravo con mio nonno qui, mi faceva mandare baci ai loro ritratti”, ricorda Domenico che ha lo stesso nome del nonno. Alle pareti l’albero genealogico con i vari rami. “Il fratello maggiore di mio nonno è morto durante la Seconda Guerra mondiale, per questo lui, che era secondogenito, ha ereditato il palazzo”. Ogni stanza nasconde una storia e uno scrigno da scoprire, “come la cappella di famiglia, dove tutti i pomeriggi ci si riuniva per recitare il rosario, o il salottino giallo della conversazione, gineceo riservato ai ricami e alle chiacchiere femminili, tra un the e l’altro, dove il pavimento originale in pietra pece è rimasto in perfette condizioni, nascosto dalla moquette, mentre le mattonelle in ceramica di Caltagirone erano parte della vecchia cucina in muratura”.

Il percorso culmina nel grande salone delle feste, perfettamente integro dopo l’ultimo restauro che risale a metà Ottocento. Il pavimento, composto da piastrelle di maioliche a tema floreale dipinte a mano, risale alla scuola napoletana di fine Settecento, come riporta il timbro di fabbrica ritrovato sul retro, lo stesso della ditta che ha lavorato alla Reggia di Caserta. Gli affreschi sul soffitto, raffiguranti scene mitologiche, rappresentano il passaggio dal neoclassico al Liberty, e presentano ancora colori vividi nonostante non siano mai stati restaurati. La carta da parati è la stessa di 150 anni fa, ma la cura maniacale e amorevole per i dettagli ha spinto i proprietari a cercare i tendaggi originali ritrovati nelle foto antiche del palazzo: “Fino a qualche anno non c’erano, siamo andati a caccia di questo tesoro perduto nei vecchi bauli del palazzo – racconta Domenico – i tessuti erano molto rovinati e tarlati, eppure le sapienti e amorevoli mani di una sarta del luogo li hanno recuperati facendo un miracolo”.

Tra gli arredi spiccano i lunghi divani in stile neoclassico, due altissime specchiere, gli orologi francesi del ‘700, il lampadario di Murano con un meccanismo di carrucole che consentiva di accendere e spegnere le candele, l’arazzo pure settecentesco fino all’odierna sala da pranzo, detta la “camera degli angeli”, per le decorazioni sul soffitto di putti beneauguranti che attestano come in origine quella fosse una stanza da letto. A leggere le dichiarazioni entusiaste lasciate su internet e sul libro delle visite dai viaggiatori, il successo è trasversale, del resto a Palazzo Arezzo di Trifiletti è consentito rivivere i fasti del passato, come è avvenuto con il “gran ballo di dame e cavalieri” organizzato dalla società di danza, o assistere a curiose “cene con delitto”, tra atmosfere noir e gialli da risolvere, o persino, chiedere di riservarlo per eventi destinati a un numero ristretto di invitati.

In questo caso la storia fa il suo ingresso anche in cucina, con la madre di Domenico che ama preparare le vecchie ricette di famiglia tramandate dai monsù, veri dominus della tradizione patrizia culinaria, nei servizi esclusivi tirati fuori per le occasioni speciali.
“Per me – spiega Domenico – la nobiltà è il piacere di tramandare e condividere la storia della nostra famiglia e di questo luogo che la rappresenta”.

Luglio 2018

The wonder of time rediscovered

A journey through history In Palace Arezzo of Trifletti in Ibla, among furniture and memories preserved over the centuries

by Antonella Lombardi
photos Tullio Puglia

Nostalgia can be productive: Domenico Arezzo, a native of Ragusa transplanted to Rome at the age of 14, spent his childhood at Palazzo Arezzo di Trifiletti, in the Baroque triangle rebuilt after the 1693 earthquake. A piece of Sicilian history is enclosed in this place. Domenico has returned to open the doors of the noble residence where his family lives – now one of the Italian Historic Houses – for the sake of his land. “When I lived in Rome, returning to those closed rooms, so joyful in my memories, made me sad. I wanted to share this beauty. I convinced my father to open the palace to the public; he realised this was the only way to keep it alive”.

Numbers proved Domenico right: in 2017 there were about 8,000 visits, from élite international tourists. In the palace you can recognise some of Inspector Montalbano’s sets, or you can imagine the rustling of noblewomen’s skirts on the central staircase. The iron rings used to tie horses are still there first-born males, from Carmelo Arezzo who bought the house in 1850.
“My grandfather made me send kisses to the portraits”, says Domenico, named after his grandfather. A family tree is on a wall. “My grandfather’s elder brother died during World War II, so he inherited the palace”.

“This is the chapel where the rosary was said every afternoon; in the yellow parlour, a gynaecium reserved for embroidery, chatter and tea, the original pitchstone floor is intact under the carpet, while the Caltagirone ceramic tiles come from the kitchen”. The party hall was restored in the mid 1800s. The hand-painted floral majolica floor, from the Neapolitan school of the late 1700s, is made by from the same company that worked at Caserta Royal Palace. Vivid mythological scenes frescoed on the ceiling mark a shift from Neoclassical to Liberty style. Wallpaper dates to 150 years ago. The original curtains were found in some trunks: “They were seriously damaged, but the loving hands of a local seamstress made a miracle”. Among the furniture neoclassical sofas, two tall mirrors, 18th century French clocks stand out, as well as a Murano chandelier with a pulley system, a 17th century tapestry and the dining room, originally a bedroom, called the “Angels’ Room” for the putti painted on its ceiling. Reading the comments of travellers, it is a cross-cutting success.

At Palazzo Arezzo you can relive the past glory days, as in the “ladies and knights’ great dance”, or attend “murder mystery dinners”, or organise private events. History also passes through the kitchen, where Domenico’s mother cooks family recipes from the culinary patrician tradition, served in a set of dishes for special occasions. Domenico clarifies: “To me, nobility is the pleasure of sharing our family history in this place that represents it”.

July 2018

In cucina la prima è solo lei

Ha vinto il Premio Michelin 2017 come miglior chef donna. A soli 29 anni Caterina Ceraudo ha già raggiunto la vetta. E questo è solo l’inizio

di Lucia Esposito
fotografie di Tullio Puglia

Ha appena vinto il premio Michelin come migliore chef donna del 2017. È finita sui giornali di mezzo mondo. Nel suo ristorante “Dattilo”, che si trova in una contrada di Strongoli, in provincia di Crotone, arrivano ospiti da tutt’Italia solo per degustare i suoi piatti, eppure Caterina Ceraudo, 29 anni, non si è montata la testa. “Prima di proporre un piatto ci impiego anche un mese, provo, riprovo, cambio un ingrediente, poi ne aggiungo un altro e se non mi convince butto tutto e ricomincio da capo”.
In cucina ci è arrivata da una strada laterale: laureata in Enologia all’Università di Pisa, Caterina ha capito più tardi che il suo posto era stare dietro ai fornelli, quando ha frequentato la scuola di Niko Romito a Castel di Sangro, in Abruzzo. Era il 2013. Come sempre è partita con un biglietto di ritorno in tasca e anche nel cuore. Sapeva che sarebbe tornata ma non immaginava che avrebbe guidato la cucina del ristorante di famiglia che nel 2011 aveva ricevuto già una stella Michelin. “Mi ero iscritta alla scuola solo per tenermi aggiornata, per capire qualcosa in più di gastronomia ma poi sono tornata con il desiderio di cucinare, innamorata persa della lezione di Romito che mi ha insegnato soprattutto il rispetto delle materie prime”.
Prima di conquistare la fiducia degli ospiti ha dovuto convincere papà Roberto con un lavoro duro. “Il posto alla guida del ristorante per me, nonostante fossi della famiglia, non era scontato. E io sentivo tutto il peso di questa scelta”. Suo padre non voleva buttare via quella stella Michelin ottenuta dopo anni di lavoro e duri sacrifici ma alla fine anche lui è stato conquistato dalla sua cucina ed è stato felice di darle le redini della brigata.
La storia di Caterina si intreccia con quella della sua famiglia, soprattutto con il sogno di Roberto che agli inizi degli anni Novanta ha deciso di trasformare la sua azienda agricola in un’isola al cento per cento biologica. Una scelta che adesso può sembrare normale ma che quasi trent’anni fa, in Calabria, era decisamente rivoluzionaria.
Questa bella storia imprenditoriale comincia con un brutto incidente: un giorno di maggio del 1988 Roberto stava facendo dei trattamenti in vigna, quando si rompe un tubo e gli antiparassitari lo prendono in pieno. Dopo due settimane torna a lavorare ma decide di cambiare tutto, di rispettare la natura e di non usare più veleni sui suoi terreni. L’attenzione e il rispetto quasi sacrale della terra si traduce nei piatti di Caterina in una cucina moderna ma non complessa: pochi ingredienti che non si annullano a vicenda. Usa prevalentemente i prodotti dell’azienda, settanta ettari divisi in agrumeti, uliveti, vigenti e orto. “Da noi i fornitori non entrano”, dice scherzando. Poi precisa: “La carne la compriamo da produttori della zona e sappiamo bene come nutrono gli animali”. Inutile chiederle il suo piatto preferito, quello che le riesce meglio: “Tutte le ricette mi rappresentano, cambio pochissimo i menu perché ogni piatto proposto è frutto di una lunga sperimentazione. Solitamente parto da un ingrediente e mi lascio ispirare spesso è lui che ti dice ciò che vuole”.
Ha imparato a conoscere i prodotti della sua terra sin da quando era bambina. “Una mia zia, ora anziana, è una ‘maestra’ delle verdure e delle erbe e quando ero piccola me le preparava elogiandone le virtù, poi c’era mia nonna che ha avuto dodici figli e ventisette nipoti e che la domenica preparava da mangiare per tutti. Pranzi infiniti di cui ancora ricordo il profumo. Così come ricordo le lumache verdi che dopo la pioggia un vicino raccoglieva e io mangiavo”.
Il prestigioso riconoscimento Michelin è arrivato inaspettato e Caterina, d’impeto, ha chiamato Romito e ha urlato piena di gioia: “Chef, sono la migliore chef donna”. “Ero felicissima ma molte soddisfazioni le raccolgo anche in sala”. Ricorda un uomo che l’anno precedente era stato a Dattilo con la moglie e una coppia di amici. “Un giorno è tornato da solo e ha chiesto esattamente lo stesso menu che aveva degustato e quando mi ha visto mi ha confidato che quei sapori gli avevano fatto rivivere i momenti felici passati con tre persone che a distanza di un anno non c’erano più. Mi ha molto colpita questa storia, ero commossa e felice per aver regalato un’emozione così forte a un mio ospite”.
La nota che risuona spesso nei suoi piatti è quella agrumata dei limoni, dei cedri, delle arance, ma Caterina ama utilizzare prodotti di tutta la Calabria “in lungo e in largo”: la ‘nduja, il bergamotto, la cipolla di Tropea. Nell’azienda – dove è possibile dormire oltre che mangiare e degustare vini – lavorano anche sua sorella Susy che si occupa della sala e il fratello Giuseppe che segue le fasi produttive dell’azienda (circa settantamila bottiglie di vino e trentamila di olio).
“Chi arriva qui deve proprio voler venire da noi e non è facile perché i collegamenti non sono il massimo, ma io vedo segnali di cambiamento e credo che la Calabria stia finalmente uscendo dall’immobilismo. Voglio continuare a fare sempre meglio, sempre qui. E ogni giorno combatto per mantenere la stella Michelin”.
Caterina non ama le distinzioni di genere, tuttavia ammette che nella cucina è giusto riconoscere il merito e le capacità femminili. “La donna è da sempre colei che dà da mangiare, a cominciare dall’allattamento. Eppure, quando si esce dalle pareti di casa e si parla di alta cucina si pensa solo agli uomini… Il mio viene ancora considerato un mestiere difficile per le donne, soprattutto se mamme, ma io credo basti una buona organizzazione”. Lei è giovane, non ha figli e nemmeno un fidanzato. “Anche in amore, come in cucina, non mi accontento. Non ho tempo da perdere, ma se dovesse arrivare quello giusto…”. Lo prenderebbe per la gola? “Spero di conquistarlo non solo a tavola”.

Maggio 2017

The leading lady of haute cuisine

She has already won the Michelin prize for Best Female Chef. At just 29, Caterina Ceraudo is at the top of her game

by Lucia Esposito
photos Tullio Puglia

She’s just won the Michelin prize for Best Female Chef. People from all across Italy visit her restaurant “Dattilo” in Strongoli in the province of Crotone to experience her cooking. But 29-year-old Caterina Ceraudo is far from big-headed. “Before I put a dish on the menu I work on it for a month, testing it, improving it, changing one ingredient, then adding another, and if I’m not happy I ditch it and start all over again.”
Cooking was a sideways move for her. Having graduated in Oenology, Caterina attended the school of Italian chef Niko Romito in Abruzzo. “I enrolled at the school to get a better understanding of food, but I came back wanting to cook, completely captivated by everything I’d learned from Romito, especially the importance of the primary ingredients.”
Before convincing her guests of her ability, Caterina first had to convince her father, Roberto, whose restaurant already had a Michelin star. But he was won over by her cooking, and happy to hand over the reins.
The family restaurant and farm have been organic since the 90s – a choice that almost 30 years ago was completely revolutionary in Calabria. This almost religious respect for the land is expressed in the modern but simple style of Caterina’s dishes, where a few carefully-selected ingredients are allowed to shine in their own right.
The majority of Caterina’s ingredients come from the farm – seventy hectares split between citrus groves, olive groves, vegetables and vines. The most common themes in her dishes are notes of lemons, cedar and oranges, but Caterina likes to use products from across the region: Calabrian sausage, bergamot, local red onions.
“You have to really want to come here, because the roads aren’t great, but things are starting to change and I believe that Calabria is finally coming out of its paralysis,” she says. “I want to continue to improve, and this is where I want to do it.”

May 2017

L’uomo che regala musei

Con una serie di donazioni sta dando vita a Cosenza e a Rende a una vera e propria rinascita culturale. Storia di Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona, di professione mecenate

di Antonella Filippi
Fotografie di Tullio Puglia

Con il suo pragmatismo imprenditoriale, che poco tempo lascia ai bizantinismi e agli opportunismi, ma bada al fare, è piombato sui flemmatici ritmi meridionali, anzi italiani: sì, perché uno dei freni al mecenatismo in Italia è l’intrico burocratico che spesso strozza le migliori intenzioni. Il marchese Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona, invece, nel tempo che normalmente si impiega per una sola delibera amministrativa, riuscirebbe a passare dall’idea alla realizzazione. Ma quasi mai glielo lasciano fare.
Le disavventure del donatore di opere e beni sono un copione che si ripete spesso in un Paese in cui in tanti allo Stato non vorrebbero pagare neppure le tasse. Quelli come lui, con termine forse antico, li chiamano mecenati, cioè gente che favorisce le arti e le lettere. La definizione calza, ma in senso moderno il mecenate si interessa anche alla fruizione e alla valorizzazione di quel regalo. Abitudini familiari potremmo dire nel caso di Bilotti. Lo zio Carlo, infatti, è stato un imprenditore internazionale nel campo della cosmetica e un collezionista d’arte versatile, orientato sia al contemporaneo che al passato, tra i maggiori del secolo scorso: scomparso nel 2006, proveniva da una nobile famiglia calabrese, quella dei baroni di Serraleo, fu amico di De Chirico, Warhol, Lichtenstein, Dalì, de Saint-Phalle, Rivers, Rotella, e a lui è intitolato il Museo dell’Aranciera di Villa Borghese a Roma, mentre alla figlia Lisa, scomparsa giovanissima, è dedicata la Fondazione “Lisa Bilotti” che ogni anno finanzia un progetto di ricerca avanzata sulle leucemie al “Memorial Sloan Ketterig Cancer Center” di New York.
Occhio attento sulla realtà, un’arguzia innata legata anche alle frequentazioni con intellettuali e artisti, un carattere portato verso scelte forti e innovative, ecco Carlo. E il criterio secondo cui si muove Roberto passa proprio da un principio caro allo zio Carlo: “Le sole cose che restano dopo la nostra morte sono quelle che doniamo alla collettività, poiché le generazioni future sono la continuazione della nostra vita”. Andando avanti nella lettura capirete l’applicazione di queste parole. Punto d’incontro tra zio e nipote, la bellezza dell’arte. Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona, newyorkese di nascita ma cittadino del mondo, laurea in Economia, un alto numero di cariche e incarichi, si spinge su percorsi artistici ma anche sociali, a Roma, a Palermo e a Salerno, dove al Museo Diocesano la sezione di pittura antica è costituita dalla celebre quadreria seicentesca proveniente dal Palazzo Ruggi d’Aragona, sulla storica via Tasso, fastosa dimora che ospitò Carlo V, e dove l’Ospedale Ruggi d’Aragona, tra i più grandi plessi d’Italia, fu istituito dal marchese Giovanni Ruggi d’Aragona e sempre sostenuto dalla famiglia.
Ma grande attenzione è sempre stata riservata alla Calabria, a Cosenza. Per intenderci, un’equazione: i Bilotti stanno a Cosenza come gli Agnelli a Torino. Da filantropi e mecenati nel dna quali sono, loro a una Cosenza rinata, hanno regalato di tutto. “Il mecenatismo – spiega Roberto Bilotti – parte sempre da una sensibilità personale, da un’educazione: è un fatto culturale imparare fin da piccoli la responsabilità verso la collettività. Impegnarsi in valori utili alla società, come lo sono quelli artistici, costituisce un capitale essenziale come quello economico, e capace di incentivare visioni sul futuro. Il problema è che se accanto alla sensibilità del mecenate non si attiva una sensibilità politica non si va molto lontano”.
Nel cuore storico e commerciale, tra antichi palazzi e monumenti, c’è il MAB, Museo all’aperto Bilotti. “È nato dalla donazione dello zio Carlo che ha voluto devolvere parte della collezione d’arte da lui posseduta alla sua città natale”. È un particolare percorso artistico che si snoda in corso Mazzini, divenuto isola pedonale, partendo da piazza Bilotti – da squallido parcheggio a porta d’accesso alla città, dopo un’opera di rivalutazione urbanistica radicale – fino a piazza dei Bruzi. La bellezza la puoi imporre. Il MAB ospita le sculture di prestigiosi artisti contemporanei, ogni scultura è posta su un piedistallo luminoso, a ogni piedistallo è associato un sistema elettrico in grado di riprodurre musica strumentale o una introduzione descrittiva al museo stesso: “Alla morte dello zio ho continuato il progetto iniziale, che era quello di farne un repertorio di sculture degli artisti italiani del XX secolo e internazionalmente noti”.
Oggi sono ben venticinque le opere monumentali donate al comune cosentino, tra cui “Il cardinale” di Giacomo Manzù, “Ettore e Andromaca” e “Gli archeologi” di Giorgio De Chirico, “Il lupo della Sila” di Mimmo Rotella, “San Giorgio e il drago” di Salvador Dalì, “I bronzi di Riace” e le “Tre colonne doriche” di Sasha Sosno. Radici radici radici nella “Casa delle Culture”, attraverso un suggestivo viaggio nel tempo e nella Cosenza postunitaria: un musée de societé curato da Bilotti stesso che consiste in una raccolta certosina di circa seicento scatti originali in bianco e nero e riproduzioni ingrandite di chi ha nutrito la toponomastica cittadina; di sconfinamenti nella moda – come se il regno dell’effimero cercasse immortalità nell’arte – attraverso preziosi abiti dal 1850 al 1910, classiche acconciature rigonfie per le signore, baffoni all’insù per i patriarchi, merletti, bimbi vestiti di pizzi, ragazze da marito strizzate in bustini soffocanti per nascondere i chili di troppo; di giocattoli, suppellettili e persino il pianoforte Bosendorfer di Alfonso Rendano sul quale è stato elaborato il terzo pedale tonale.
Qui le donazioni Bilotti sono state integrate da quelle della baronessa cosentina Irene Telesio e insieme restituiscono l’immagine di una città ancora riconoscibile nei suoi angoli di vita antica, nei palazzi monumentali di corso Telesio, nell’hotel Vetere che non esiste più, nel teatro transennato perché bombardato, e uno spaccato sugli eventi risorgimentali, documentato da cimeli, quali la divisa da garibaldino del proavo di Roberto, il barone Luigi Miceli di Serradileo, divenuto poi deputato e ministro. Risultato: la presenza della “Casa” ha dettato nuove condizioni di lettura di un quartiere, quello che ruota attorno a via Telesio, a lungo dimenticato.
Anche il “Museo archeologico” cosentino ha goduto di sostanziosi donazioni: “Una collezione di reperti della cultura visigota, tra le quali preziose fibule del V secolo, nell’ambito del progetto ricostruttivo della vicenda di Alarico a Cosenza”, spiega Roberto. Che ama perdersi nei meandri della sua storia: “La residenza Ruggi d’Aragona, nei pressi del duomo, è stata la dimora di Isabella d’Aragona, sorella di Pietro III il Grande, da cui discendo. Isabella, celebrata da D’Annunzio nelle “Laudi”, morì a Cosenza nel 1271 di ritorno dall’VIII crociata a Tunisi, cadendo da cavallo, mentre era diretta in Francia per essere incoronata regina dopo la morte del suocero Luigi il Santo: la sua carne bollita e il bambino che aspettava furono sepolti a Cosenza in un monumento gotico di fronte al Palazzo, mentre le ossa raggiunsero la Francia”.
La casa-museo di Isabella, unica rimasta integra nella storicità degli arredi e delle testimonianze pittoriche e documentali, è aperta al pubblico e, a rotazione, accoglie opere della collezione Bilotti, per un gustoso intreccio di antico e contemporaneo: Boccioni, Picasso, Warhol, Chagall, Dalì, de Chirico, Dubuffet, Kandinsky, Kiefer, Lichtenstein, Mirò, Rauschenberg, Twombly, Severini, Matisse, Fontana, De Kooning, Hirst, una parte già visibile al Convento agostiniano; la dimora ospita anche eventi musicali, teatrali, presentazione libri, per il rilancio culturale e turistico del centro storico cosentino. Le “buone azioni” di Bilotti hanno raggiunto la Galleria Nazionale: qui a costituire la sezione scultura del XX secolo, è stato messo su uno squadrone di artisti, da De Chirico a Consagra, da Greco a Rotella a Raphael Mafai, oltre all’intera collezione su San Francesco di Paola, con grandi tele di Ribera lo Spagnoletto, Coppola, Mellan, Brill e altri maestri antichi che narrano le vicende della regione in età aragonese in cui il santo visse. E per terminare la “visita”, ecco il Museo Diocesano dove è stata creata un’inedita sezione della ceramica ecclesiale con la donazione di un’importante raccolta di ceramica aragonese del ‘400. “Il mio obiettivo – continua Bilotti – è quello di attivare processi culturali duraturi, relativi alla formazione di una relazione dinamica tra le realtà museali e i territori, e di un pubblico informato e attento, e al sostegno delle giovani generazioni di artisti”. C’è anche l’aspetto sociale molto forte nell’operato di Bilotti: il progetto “Arte”, attuato negli ospedali Ruggi d’Aragona di Salerno, trova spazio anche a Cosenza e in quest’ambito è ancora più determinante l’apporto di Cesira Palmeri di Villalba, anestesista e docente alla facoltà di Medicina di Palermo, compagna di Bilotti con il quale condivide la passione per arte: “Utilizziamo il progetto – spiega – per instaurare processi cognitivi, emotivi ed empatici per accompagnare la degenza con un approccio olistico ai fini terapeutici non solo per pazienti e familiari ma anche per il personale ospedaliero che, usufruendo dell’effetto curativo dell’arte, riduce lo stress prevenendo il “burnout”, quella sindrome, scatenata dalle eccessive responsabilità o dall’ansia da prestazione, che fanno vivere male il ruolo lavorativo”. C’è una continuità assicurata dall’arte tra Cosenza e Rende, centri che distano tra loro una decina di chilometri. Il MAB cosentino con le sue opere del secolo scorso ha a Rende una sua prosecuzione cronologica proprio davanti al Municipio in un giardino affollato di sculture, otto, di Justin Peiser, protagoniste del lavoro “Diaspora nella terra dei Bruzi”, primo nucleo del Museo all’aperto con opere del XXI secolo. Con un capitombolo nel tempo eccoci al Castello di Rende, un gigante di pietra abitato dagli antenati di Roberto, da dove partirono le armate contro Manfredi di Svevia. Il Museo d’Arte Contemporanea Bilotti, all’interno del Castello, è l’unico nella regione ad avere un’esposizione permanente di contemporanei con più di trecento opere e pezzi unici: nelle sale s’incontrano i lavori di artisti contemporanei degli ultimi decenni, Andy Warhol, Claudio Abate, Mario Ceroli, Luigi Ontani, Bruno Ceccobelli e di altri più giovani come Chiara Dynys, Omar Galliani, Guentalina Salini, Maurizio Savini e Pietro Ruffo: di quest’ultimo è esposto l’enorme carro armato tedesco della Seconda Guerra Mondiale, realizzato in legno e ricoperto dalle pagine di un libro di preghiere ebraiche intagliate fino a formare tanti scarabei.
Il desiderio di Bilotti è quello di creare a Rende una cittadella dell’arte per rilanciare il paese e la sua proposta attrattiva. “Tengo molto al museo di Rende e mi piacerebbe creare anche un osservatorio aperto alle culture del Mediterraneo. Una strada interessante da battere è costituita dalle partnership pubblico/privato che si possono mettere insieme per progetti specifici, come è stato fatto qui con il Comune”. Da non perdere il “Museo delle ceramiche di Calabria” che raccoglie repertori completi della tradizione figulina calabrese: ceramica calcidese del VI secolo di fabbriche reggine, quelle del periodo arabo che importò in Calabria lo stile normanno-musulmano e le tecniche dell’ingobbio e del graffito tipiche della produzione bizantina: “Rilanciare l’artigianato attraverso le antiche tecniche è un altro traguardo che vorremmo raggiungere”. C’è poi il “Museo del Presente” con una sezione permanente realizzata con sessanta dipinti e sculture di futuristi calabresi appartenenti a Bilotti: con Boccioni sono stati protagonisti del movimento artistico e ideologico culturale d’avanguardia tra i più rivoluzionari del ‘900. “Nel Futurismo la Calabria è stata protagonista. Per questo abbiamo voluto offrire ai calabresi una collezione di quel movimento unica, che rievoca e celebra la partecipazione della regione a una stagione artistica irripetibile. Un modo per ribadire il ruolo della cultura e dell’arte per il rinnovamento della società”.

Marzo 2017

The giver of museums

Through a series of donations, one man is creating a cultural revival in Cosenza and Rende

by Antonella Filippi
photos Tullio Puglia

People like him are often referred to by the old-fashioned term of ‘patron’; that is, people who support literature and the arts. For Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona, it runs in the family. His uncle Carlo was an art collector with eclectic tastes, who counted the likes of Warhol, Lichtenstein and Dalì among his friends. The museum in the orangery of the Villa Borghese in Rome is named after him, while the Lisa Bilotti Foundation, dedicated to his daughter Lisa, funds a Leukemia research programme in New York.
Roberto Bilotti’s guiding principle comes directly from his uncle: “The only things that remain of us after our death are the things we give to society, because the future generations are the continuation of our life.”
Bilotti, a New Yorker by birth but a citizen of the world, undertakes ventures that are not only artistic, but social, too, in Rome, Palermo and Salerno. But he has always had an interest in Calabria, and in Cosenza in particular.
In the historic and commercial centre of Cosenza is the MAB – “Museo all’aperto Bilotti”, which houses a collection of sculptures by prestigious contemporary artists. “It came about as the result of a donation by my uncle Carlo who wanted to donate part of his collection to his birth town,” Roberto explains.
Then there is the “Casa delle Culture”, a social museum curated by Bilotti himself. Cosenza’s archaeological museum has benefitted from substantial donations, while yet another museum hosts works from the Bilotti collection on a rotating basis, including artists such as Boccioni, Picasso, Warhol and Chagall, as well as hosting music and theatre events.
Bilotti’s generosity has even extended to the National Gallery, where a section on 20th century sculpture has been created, and which includes works by De Chirico, Consagra and Rotello. Finally, there is the Diocesan Museum, housing an important collection of ecclesiastical ceramics dating back to the 5th century.
The MAB in Cosenza has its chronological continuation in Rende, not far from Cosenza. Opposite the town hall is a garden crammed with sculptures from the 21st century. In the castle of Rende is the Museo d’Arte Contemporanea Bilotti, the only museum in the region to have a permanent exhibition of contemporary art, with artists including Andy Warhol, Claudio Abate and Pietro Ruffo.
“My aim,” explains Bilotti, “is to set in motion a cultural process that will last, that will create a dynamic relationship between museums and rural areas, and an informed, engaged public, as well as supporting new generations of artists.”

Gattopardo